venerdì 30 dicembre 2016

Divisioni inopportune




La conclusione non arriva tramite le parole ma con trasmissione diretta dovuta a osservazione sensazione ed esperienza. Attraverso le concezioni non si prende la vita..la vita va vissuta e spiegata con esperienze.
Il problema è che i filosofi vogliono pensare solo alla Filosofia, i Teologi solo alla Teologia, gli Psicologi solo alla Psicologia, i poeti solo alla poesia, sono scienziati che scoprono cose o pensieri che esistono, spostano la tenda per fare Luce."Eppure sappiamo tutti che siamo "UNO" con tutto. Solo insieme in piena comunione è Verità di vita Vera, dico Vita del quotidiano ... con i pensieri le intuizioni e la vita diviene umana...ma l'umanità nel mondo manca perché ci sono divisioni e non comunione..condivisione.. Gesù il Cristo era vero psicologo, filosofo ,teologo...pienamente umano...un sorriso e gioia nel cuore tanto amore sgorga in esso
Sempre più nelle chat (o forum o blog, ormai identici) s'incontrano interlocutori sconclusionati e desensibilizzati all'esame della realtà. Mentre chi parla fuori dalla chiacchiera è fuori posto, chi indaga con sottigliezza è impopolare. L'uomo che non affronta argomenti nel profondo vince sempre: pensare stanca.
Nell'epoca “liquida”, tecnologica , astrologica, spiritualistica, credulona nei maghi, ci si affilia e assimila al ribasso, cercando condivise sicurezze, narcosi evasive e surrogati di vita. La monocultura della realtà riprodotta, siano foto, cartoline o testi, detesta la scrittura sciolta, sequenziale e sensata. Il mondo della relazione si sgretola nell'afasia, negli spezzoni di frasi, di parole reticenti e smozzicate portate avanti all'infinito, come pretesto artificioso per far proseguire una comunità che altrimenti avrebbe fine.

giovedì 29 dicembre 2016

La pretesa dell'assurdo





Dopo il pensiero debole di Vattimo, dopo il secolo breve di Hobsbwam, ci tocca , essendo passati non indenni per la modernità liquida, il pensiero breve, quello dal respiro corto. L'eterno presente, dicono. L'atto del vivere involgarito dall'assenza di progetto, pensano. Tolto l'afflato del progetto di grandi dimensioni l'uomo è diventato l'animale dal pensiero corto. Le ragioni del pensiero corto sono sempre le stesse sulle bocche dei commentatori, pare che la perdita ci abbia costretto al risparmio. la perdita di cosa mi chiedo? a me pare che la storia e gli uomini abbiamo sempre attraversato tempi diversi dallo scorrere del tempo, tempi estensibili e restringibili a seconda della percezione collettiva .Circolare per i greci, tempo ultimativo per i millenaristi, a spirale per i vichiani. Il pensiero ha bisogno del protendersi nel tempo, necessita del suo svolgersi, del suo allungarsi, del suo riprodursi. Il tempo sempre uguale fa fermare gli orologi, sembrano dire. Tale fermata riduce il pensiero, lo taglia, lo accorcia, lo sospinge nello spazio ridotto del probabile e del certamente possibile. Il pensiero senza il tempo che scorre sembra annichilito.
 C'è qualcosa che non mi convince in tutto questo. Quando il pensiero è stato lungo ? Quando ha immaginato di avere davanti a sé uno spazio ed un tempo sconfinato? Tanto che il tentativo dell'impossibile ha creato mostri che a loro volta hanno mangiato il tempo rimanente come Urano che ha divorato i suoi figli?
 A me pare che il danno sia prodotto non dal tempo a venire che non viene più ma dalla frantumazione del pensiero stesso. Non esiste in giro alcun uomo, esistono :immigrati, donne, operai, precari, destri e sinistri, lavoratori dipendenti, autonomi, disoccupati, quelli del lavoro socialmente utile, ci sono i conviventi, i separati, i divorziati, i matrimoniati, i conviventi , gli omossessuali discriminati, gli islamici, gli occidentali, i globalizzati e non globalizzati.
 Non è questione di tempo, ma di sopravvenienza di categorie. Certo che il pensiero non può che essere breve e corto, persino orbo a me pare. Nessun respiro che non sia asmatico sopporterebbe una tale sfilza di attimi categorizzati.





martedì 27 dicembre 2016

Si comincia a pensare strano




E se l'amore fosse una complessa costruzione della nostra mente per ammantare di fascino e mistero cose molto triviali come il desiderio fisico, il bisogno di compagnia e di protezione, il bisogno di conferme, propri di ogni animale? Insomma una gigantesca suggestione collettiva per nobilitare pulsioni peraltro del tutto sane e legittime, ma banali?
 Detto in volgare: e se ce la stessimo raccontando?
 Il fatto che molte persone abbiano una visione favolistica e quasi soprannaturale dell'amore secondo me è un segno, in questo senso.
L'amore è qualcosa di misterioso. E' il più profondo dei desideri umani.
Si può fare a meno dell'amore?
Rinunciare a porsi la domanda "qualcuno mi ama?"
Rinunciare soprattutto alla possibilità di una risposta positiva, vuol dire rinunciare all'umano in sé?
Ma se "ce la stessimo raccontando" anche di un sacco di altre cose? Saperlo cosa cambierebbe? Tutto quello che ci raccontiamo per bene è vita e convincimento, diviene coscienza ed apre autostrade a infinite possibilità altrimenti sepolte nel timore (anche in quello reverenziale).


lunedì 26 dicembre 2016

C'è qualcosa di molto grande




L'idea del Mistero è la percezione di un esistente ignoto cui tutto il movimento dell'uomo è destinato perché anche ne dipende. Se si spacca il rapporto uomo-Mistero si precipita nell'alienazione.
 La realtà è proprio lo stupore dell'uomo che si domanda perché vive, perché è nato, perché tutto quello che osserva è più grande di lui.
 Il mistero è anche un'ape che costruisce il suo nido con la saliva che è un collante che resiste all'acqua, al freddo e al caldo.
 Occorre un'intelligenza della bellezza, non un'intelligenza del nostro progetto. La bellezza è il fascino del vero. L'intelligenza della bellezza è per sua natura aperta, tutta protesa ad affermare qualcosa più grande di noi, che ci strappa continuamente alle nostre farneticazioni. Del resto, non c'è niente di più terribilmente deludente e disfacente di un proprio progetto che si riesca accanitamente a realizzare. La vocazione della vita è allora una sola: essere a disposizione, non sistemarsi o possedere.






venerdì 23 dicembre 2016

Il dono che Cristo fa di sé a noi





Il risvolto più immediato di quanto è avvenuto
- la riscoperta dell'origine-
è un'urgenza di cambiamento
che ci fa sentire più sproporzionati che mai.
Il segno primo della percezione della novità
che sta accadendo tra di noi è che ci si sente poveri
e bisognosi di una risposta.
Occorre custodire l'esperienza di questa povertà
perché essa è l'inizio della Verità.
Può sembrare folle, irrazionale o addirittura immorale,
 ma questo cambiamento, questo miracolo che
sfida l'essere umano e il concetto di divino che l'uomo ha
produce uno strano frutto: l'uomo sperimenta di essere più uomo,
di essere umano come non aveva mai nemmeno
lontanamente immaginato.
 La povertà è un corollario della Speranza.
Se non diventi povero (l'abbandono e il superamento di sé)
non puoi sperare. La Speranza di un uomo è
che la sua Fede giunga a compimento.
Ma per sperare devi avere la certezza
su una cosa presente.
 La Speranza come certezza in una cosa
futura poggia su tutto il passato cristiano,
poggia su tutta la memoria cristiana,
poggia su tutta la certezza di quella Presenza
che è incominciata duemila anni fa
ed è arrivata fino a te.
 Se non c'è puoi solo dar spazio all'immaginazione.




giovedì 22 dicembre 2016

A chi piace il bello





E' quel pianto che gli inglesi traducono con uno magnifico “lament”.
Arianna non piange, non sono le sue lacrime che contano: è il suo dolore, tanto forte che non riesce a tenerne silenziosa la voce. E le scappa fuori un lamento. Senza singhiozzi, un lamento e basta. Lungo, sordo, cupo, grave. Ma prima di levare il suo lamento, Arianna era contenta, aveva davanti agli occhi un futuro che prefigurava felice.
Se volete arrivare al suo lamento, dovete aver la pazienza di attraversare i suoi occhi sorridenti, allegri, "luccicosi". Occhi che ballano. Occhi fatui. Passateci dentro senza fretta e resistete alla tentazione impaziente di arrivare subito al lament. Aspettate, lasciate che tutto si compia. Sedetevi, concentratevi e dimenticate tutto, lasciate che le vostre orecchie diventino la metafora del mondo.
Le leggi e le norme non ammettono bontà. Non hanno cuore od occhi o diversità da raccontare, né persone da proteggere, né verità da sostenere. la norma è un buco cieco, un limite inventato, una spada sguainata contro l'impossibile. Antigone non aveva bisogno di norme, perché lei come Arianna il lament lo sentiva e lo parlava ogni notte come una lingua antica.
A volte temo che ogni volta che ci ritroviamo a vantare un diritto da qualche parte in verità ci sia stata una terribile una sconfitta.








mercoledì 21 dicembre 2016

Se non lo provi non esiste




In crisi non è la società della tecnica , ma le forme della tradizione occidentale, che da tale civiltà sono portate al tramonto. Non solo la creazione di nuove tecnologie distrugge le tecnologie obsolete, ma la civiltà della tecnica, nel suo insieme, distrugge le forme tradizionali nelle quali si è via via presentata la " tecnica" occidentale : la religione, la morale, la politica, l'arte, la filosofia. Esse sono distrutte non nel senso che sono bandite, ma nel senso che vien negata la loro pretesa di guidare l'umanità, e questa negazione non consiste in un semplice atto teorico ma nella maggior " potenza" della razionalità scientifico-tecnologica rispetto a qualunque altra forma di razionalità. La crisi dei " valori tradizionali" è la loro impotenza rispetto alla potenza tecnologica.
Ogni critica che nella "nostra" cultura viene rivolta alla civiltà della tecnica si fonda su quello stesso atteggiamento di cui tale civiltà è la più rigorosa realizzazione. Questo atteggiamento- che compare insieme all'uomo- consiste nella persuasione di essere padroni delle proprie azioni e di essere in grado di padroneggiare, mediante l'agire le cose del mondo.
L'Oriente ha coltivato soprattutto la capacità di divenire padroni del mondo interiore, soprattutto del mondo esteriore l'Occidente. Anche i filosofi che , come Heidegger ( in cui riecheggiano alcune forme tipiche della saggezza orientale) , mettono in questione il rapporto mezzo-fine , contestano il modo in cui tale rapporto viene realizzato , non questo rapporto come tale.
L'antica arte di fabbricare una brocca è anche per Heidegger profondamente diversa da una moderna centrale idroelettrica. Eppure, nonostante ogni indubbia diversità l'antico e il nuovo modo di fabbricare le cose hanno in comune l'essenziale e il decisivo: la persuasione ( la fede) che l'uomo è capace di dominare il mondo, cioè di trasformarlo conformemente ai propri progetti.
E' così "naturale" , questa persuasione, che in genere non si vuol perdere tempo attorno a essa. La sostanza di tale persuasione rimane immutata anche quando si rileva che gli autentici attori storici non sono gli individui, ma i gruppi, gli apparati, le istituzioni, le strutture. ( si tratta della versione attuale del concetto tradizionale che l'autentico attore della storia sia il divino) è così naturale, quella persuasione, appunto perché in essa consiste la "natura" dell'uomo. La civiltà della tecnica è il pieno dispiegamento della "natura" dell'uomo.



martedì 20 dicembre 2016

Accade qualcosa che l'uomo aspettava





Che cosa effettivamente perturba una convivenza di uomini? Il semplice dire: "Dio si è incarnato", oppure: "Dio si è fatto uomo"? No. Occorre comunicare la corposa realtà di questo annuncio. Occorre comunicare esistenzialmente che ciò che si è fatto uomo è il significato della vita. Il significato del rapporto con padre e madre, col libro che leggo, con le stelle che ammiro, col mio passato e gli errori commessi, col mio momento presente, la mia curiosità e il mio destino per il futuro. Annunciare che Dio si è fatto uomo significa annunciare che la nostra salvezza si è resa presente: questo è ciò che inevitabilmente perturba quando è veramente comunicato. E' venuto tra noi un uomo che è la nostra redenzione, il significato, l'equilibrio, l'impeto, la giustizia, la bellezza, la bontà della vita. Questo annuncio buono non può non perturbare l'ambito in cui esso viene realmente portato. All'inizio ha scosso anche la struttura fisica della Madonna e la vita di Giuseppe. Ha infastidito poi il conformismo ottuso e greve della gente di fronte al potere, e il tranquillo dominio degli intellettuali e dei politici di allora; fino a far traballare il mondo intero. E', come dice Charles Péguy, il più grande disordine che sia mai accaduto nel mondo.


lunedì 19 dicembre 2016

La tenerezza è il linguaggio segreto dell'anima






La mia professoressa di diritto era molto gentile con me.
 Diceva che ero una persona speciale. Ma non è questa la tenerezza.
 Io indossavo una giacca a tre bottoni e allacciavo il secondo e il terzo.
 Quando mi interrogava, e lo faceva sempre perché secondo lei
 io ero un modello da imitare, si alzava dalla cattedra e mi
 abbottonava il primo e il secondo bottone della giacca.
 Ecco, questa è la tenerezza. Non insegnava solo il diritto.
 Tenerezza è tendersi verso l'altro, dal suo etimo tendersi verso.
 Ma credo che se davvero è percepita e diretta verso
 l'oggetto amato non è soggetta a inversioni temporali.
 Amore e tenerezza sono , a priori, sentimenti dell'anima
che nutre verso se stessa, riconoscendosi poi in un oggetto
 esterno che ne esterna la bellezza. La tenerezza e l'amore non sono eterni?
  No se non li percepiamo e viviamo in primis.
Ma i rapporti finiscono, certamente perché esauriscono
il loro compito ma la tenerezza rimane ed è pronta a ri-esternarsi.
La tenerezza è il linguaggio segreto dell'anima.



sabato 17 dicembre 2016

Ricchi ma non nella ragione

 


 
 
 
Alcuni ricchissimi americani, Bill Gates e Warren Buffett in testa, vogliono convincere gli altri ricchi a donare il 50% della loro ricchezza per opere di beneficenza.
 Addirittura Buffett ha dichiarato che destinerà ad opere filantropiche il 99% del suo patrimonio; costui dichiara di "non rinunciare a niente di cui abbia realmente bisogno". Aggiunge che il suo stile di vita resterà invariato e che i suoi figli hanno già ricevuto "somme significative ed altre ne riceveranno in futuro".
 In pratica, dichiarano, essi cercano di restituire una dimensione etica al capitalismo americano.
 Sono incredibili gli americani.
 Come facciano a vivere in una lacerante contraddizione che, da un lato, li vede disposti alla filantropia e, dall'altro, li vede opporsi alla solidarietà, lo sa solo quella testa di plastica che hanno.
 Come si può conciliare l'impegno filantropico a donare il 99% del patrimonio e non comprendere che è altrettanto necessario un impegno solidale come la sanità pubblica? Sono dei fenomeni! Hanno la capacità di non vedere la contraddizione violenta che esiste fra slancio filantropico e negazione della solidarietà.
 Ma che società contorta!
 
 


giovedì 15 dicembre 2016

L'Io la porta larga e quella stretta

 
 

 
 
 
L'io è quel complesso di esigenze e di evidenze che costituiscono il volto originale dell'uomo, la struttura dell'umana natura.
Nel nostro io interagiscono la ragione e l'affettività. Il blocco di questa attività di interscambio causa la dissociazione dell'io.
La ragione corre verso l'alienazione e l'affettività si manifesta con un fascio di reazioni irragionevoli. L'uomo pensa di realizzare il proprio ideale invece asseconda il volere del Potere che dopo averlo privato dei desideri originari gli impone quelli falsi.
Le esigenze di un uomo pretendono di essere esaudite. Siccome l'uomo non ha la forza e l'intelligenza per realizzarle, di raggiungere cioè il traguardo che esse fanno prevedere, l'uomo dà forma a questa pretesa secondo la consistenza fragile e ultimamente illusoria che si chiama sogno, cosa molto diversa dall’ideale che rappresenta l’oggetto di perfezione per cui il cuore dell’uomo è fatto.
Dio può vincere sul Serpente solo se l'uomo batte il Male. Si può fare e lo ha dimostrato quando si è incarnato nel corpo di Maria ed è diventato Gesù. Ha vinto non perché era diverso da noi mortali, ha vinto per la sua fede.
Dio sapeva che il Serpente avrebbe tentato Eva e Adamo e li aveva avvertiti.
Anche noi siamo stati informati:
"In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».




mercoledì 14 dicembre 2016

Sempre di più








Il potere del Risorto al quale il Padre ha sottomesso ogni cosa si manifesta secondo i disegni del Padre. Noi non siamo chiamati a prevedere quell'ora e quel giorno. Sappiamo soltanto che alla fine il potere del Risorto sarà visibile in tutti e in tutto. Il cristiano è l'uomo che sa vivere il presente anticipando nella certezza e nella speranza il momento della pienezza finale. La cultura dominante, per quanto possa investire la mente del singolo e quindi della massa, ha un limite di fronte al quale è costretta ad arrestarsi: la natura dell'uomo, che è definita dal senso religioso. Una ripresa di autenticità umana rispetto alla mentalità comune, paradossalmente, è ciò che più è atteso in una realtà apparentemente omologata. Denuncio come equivoca la posizione di quanti identificano la bontà di una società nel richiamo a certi valori minimali. E' un qualcosa di mistificante perché fa gioco su una condizione umana che si aspetta ben altro e che è in tal modo strumentalizzata.
I valori minimali sono il quotidiano religioso vissuto con superficialità.
Nel Cristianesimo si deve arrivare fino in fondo, non all'altra riva, ma all'altra Vita. Lo dimentichiamo spesso che di quello che abbiamo fatto in questa Terra dovremo renderne conto.


martedì 13 dicembre 2016

Via Verità Vita







Davanti a una realtà che dice: "Io sono la Via, la Verità, la Vita", non si può semplicemente stare a sentire, commuoversi o arzigogolarvi sopra, occorre impegnare il proprio io e accoglierla.
La presenza di sé ad una Presenza si chiama accoglienza.
E' l'assetto fondamentale dell'io che vive (può venirmi incontro una montagna d'oro, ma se non l'accetto non è mia, non la uso, è inutile). Dio vuole degli io perché vuol essere amato (Kieregaard). Dio vuole degli io perché vuole essere riconosciuto.
Di fronte allo smarrimento dell'uomo dentro il contesto sociale in cui viviamo, Dio viene, è venuto e viene, è presente: questa è la grazia.
Ma la grazia di questa Presenza ha bisogno del mio io, perché vuole essere amata. Fuori dell'accoglienza della Sua presenza c'è soltanto una vita colpevolizzata e violenta.
Ho parlato di accoglienza. Ma che significa accogliere?
Lo spiega Giovanni nel suo vangelo servendosi di una sequela.
Credere in Dio significa amare Dio. Amare Dio significa osservare i suoi Comandamenti che ci insegnano come deve essere la nostra vita. 

Cosa dobbiamo fare?

Dal libro della Sapienza  (7,7-11)
 
Pregai e mi fu elargita la prudenza,
implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,
non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia
e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.
L’ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonta.
Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.


lunedì 12 dicembre 2016

La disubbidienza è una tentazione





Nei Vangeli il diavolo è nominato nelle tentazioni a Gesù nel deserto.
Il diavolo lo invita a sfamarsi, di dominare il mondo e di usare Dio a suo piacimento. Gesù sceglierà l'umiltà.
Non tutto finisce qui perché il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. Quando? Sulla croce, tentato non più dal diavolo in persona, ma per bocca di uomini. Per altre tre volte viene fatta a Gesù questa proposta: “Se veramente sei il Cristo salva te stesso, scendi dalla croce”. Dal popolo, dai soldati e dall’uomo crocifisso alla sua sinistra. E’ sempre la stessa tentazione di non essere uomo sino in fondo, ma di usare il potere divino per evitare di soffrire.
Teologicamente il diavolo è il male che forse si insinua dentro di noi.
Per quanto attiene all'Inferno io mi fermerei sulle parole del Vangelo di Giovanni.
"Io sono la Resurrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se morto vivrà. E chi vive e crede in me, non morrà in eterno" .


sabato 10 dicembre 2016

Il significato dei colori


 
 
 
 
 





Credo che tutto debba cambiare, quasi nulla resta uguale, anche le cose si usurano col tempo, immaginiamoci gli esseri umani che per principio naturale crescono e invecchiano.
L'aspetto che mi fa riflettere è che questo ci turbi tanto. Se accettassimo il modificarsi dei nostri stati d'animo, delle nostre percezioni, delle nostre visioni con una maggiore serenità saremmo uomini felici. Gli eventi della vita cambiano le persone. Diventi un altro uomo, anche nei particolari più insignificanti. Tutto quello che succede ha un senso diverso.
Ero un tipo meticoloso. Anche se vedevo che nella cassetta della posta non c'era niente aprivo per controllare. Ora vedo che è stracolma. Non apro. Mi dà fastidio farlo. Non mi interessa chi ha scritto e quello che vuole.
Uno stato d'animo che potrebbe sembrare svogliato. Invece non lo è. Ho cose più importanti da fare. Cose più importanti cui pensare. Se un campo di grano è giallo, io lo vedo verde. Sono costretto a vederlo verde.
Potevo indicare un altro colore, ma istintivamente ho scritto verde.
Il giallo è la tentazione. La mia fede lo trasforma in verde.
Il gioco dei colori è solo questo.
Sono costretto perché la mia coscienza è scritta. Scritta da tanto tempo.
La mia vita sarebbe persa, stravolta, scegliendo il giallo.


venerdì 9 dicembre 2016

Morte vita poesia dolore







Se la morte non ha alcun senso, perché piangiamo quando ci muore una persona cara? Ma non solo; soffriamo pure per la morte di sconosciuti (beh, non tutti) .Perché se la morte non ha alcun senso eccetto il carattere dell'ineluttabilità? Perché per provare dolore non c'è bisogno di cercare il senso. Né la poesia dà risposte a questa ricerca di senso né nessun'altra forma di arte. E' un nostro limite quello di non accettare che la vita non abbia un senso (quale oltre a quello di vivere?) o non abbia senso il dolore. Perché ha forse "senso " la felicità che vada oltre al fatto di essere e sentirsi felici? E perché nessuno si domanda che senso abbia la felicità e invece la domanda se la pone per il dolore? Vedere la poesia o qualunque altra espressione artistica sotto questa angolatura per me è addirittura la negazione dell'espressione artistica, in qualunque forma si realizzi." La poesia procede a tentoni, affonda le sue radici nel conosciuto, nel vissuto, nel dejà vu, nel già provato o sperimentato. E ne coglie spesso le incongruenze, le smagliature, il non senso, il vuoto, la contrapposizione tra il nostro amore per la vita e la sua finitezza, e qualche volta, anche frammenti di verità. Se qualcosa può "consolare" questa è proprio la ragione che non è fatta solo di fredda razionalità.

giovedì 8 dicembre 2016

Mendicanza e non lamento





Quanto più un uomo entra dentro l'avvenimento di Cristo
e percepisce l'immensità della libertà,
l'incommensurabilità tra la vita dell'uomo libero
e quella dell'uomo schiavo, e quanto più prende coscienza
del cambiamento possibile, tanto più capisce la
sproporzione fra quello che riesce a fare e l'orizzonte
che si dilata sempre di più ai suoi occhi.
Il gesto più degno che possa fare allora, con tutta
la sua umanità, anche inchiodato al letto, anche dopo aver
tradito o nell'istante in cui dice: "Ho tradito", è il grido
della mendicanza, la mendicanza di Cristo.
La mendicanza è il contrario della pretesa e quindi del lamento.
Il lamento emerge quando la vita è vissuta in modo egocentrico.
La domanda è sempre domanda di tutto: " Venga il tuo
regno, sia fatta la Tua volontà".
Si può chiedere il pane quotidiano: "Dacci oggi quelle cose
per cui possiamo sussistere" , ma attraverso il pane domandiamo
" Il Suo regno", "la Sua volontà", cioè tutto.
La dimensione della vera domanda è la totalità.


mercoledì 7 dicembre 2016

i miei pensieri







Proprio in questi giorni, pensavo a situazioni reali vissute: persone che cambiano vita e cercano di santificarsi anche come forma di riscatto dal male compiuto in passato, pensavo a tutte le lamentele generali di bisogno di persone giuste e buone, pensavo al bisogno di rispetto e verità nelle storie personali …. E pensavo ai bollini che la gente ti lascia addosso e nonostante il bene compiuto continua a vedere quello che ha nella propria testa, pensavo a quanti incontrano finalmente persone giuste e buone, ma accorgendosi che forse sono migliori di loro, iniziano competizioni senza fine per sminuire il ‘buono’ e se proprio non ci riescono, partono con le calunnie e la divulgazione di cose false difficilmente recuperabili, pensavo che il primo rispetto che si deve a sé e agli altri è la verità … quella verità che solo il silenzio nel cuore del Mistero può svelarti, rivelandoti …. E che pochissimi, in realtà, lo desiderano, perché non fa che toglierti maschere e infingimenti che pochi vogliono riconoscere anche di fronte ai fratelli.
Pensavo al bene fatto anche da Madre Teresa per anni e spesso, a causa del male altrui, quante volte abbia dovuto ricominciare da capo, senza mai arrendersi alla logica del male.


martedì 6 dicembre 2016

Veleno a piccole dosi






Esiste in medicina un termine – mitridatismo – che indica il lento processo di assuefazione che può determinarsi in un organismo verso un veleno, quando esso venga somministrato ogni giorno a dosi non letali.
Questo processo di assuefazione si verifica purtroppo anche per gli organismi sociali a proposito delle ideologie del ‘politicamente corretto’. Basta proporre le idee controverse a piccole ma continue dosi, per evitare che esse vengano rigettate dal corpo sociale. Avendo questa accortezza, la società finisce per considerare anche i temi più controversi come qualcosa di normale, addirittura di già coralmente accettato e quindi, poco a poco, di indiscutibile, perdendo ogni capacità di opporsi, quasi fosse anestetizzata.
È quanto sta avvenendo per l’ideologia del ‘gender’ che le lobby Lgbt stanno instancabilmente promuovendo anche in Italia con la loro politica dei piccoli passi. Qualunque occasione è propizia, anche in Parlamento, per muoversi in questa direzione, dalla celebrazione della Giornata contro l’omofobia (evitando, ovvio, di celebrare la Giornata internazionale per la famiglia), all’assistenza integrativa per i deputati omosessuali, all’approvazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, nella quale si annida – per fortuna almeno individuato ed enucleato – il rifiuto del genere biologicamente inteso, a favore appunto di un ‘gender’ fondato sulla scelta dell’individuo.
Lo stesso discorso potremmo farlo per altri grandi temi. Basti pensare all’aborto, passato in 40 anni da crimine a dramma sociale di cui prendere atto, a scelta dolorosa cui prestare assistenza, a ‘diritto’, fino a incominciare a ipotizzare persino sanzioni verso chi – come i medici obiettori di coscienza – crei ‘ostacoli’ all’aborto on demand. Anche per l’eutanasia si è scelta la via del mitridatismo. Dalla saggia opposizione a ogni accanimento terapeutico, si è passati alla rivendicazione della possibilità di sospendere la ventilazione assistita (caso Welby), poi alla sospensione di nutrizione e idratazione a una disabile (caso Englaro), quindi a mascherare l’eutanasia omissiva come ‘desistenza’ terapeutica. E ora si intensifica il pressing radicale per l’eutanasia attiva e il suicidio assistito come diritto dell’individuo.
Il filo conduttore è sempre quello del primato dell’autodeterminazione sul riconoscimento di un valore sociale per la vita dei nostri simili e sul conseguente interesse comunitario a tutelarla. Il mitridatismo del politically correct ha da tempo penetrato ciò che resta della tradizione socialista che, sconfitta dalla logica del mercato, ha preferito ritirarsi dal fronte della giustizia sociale e attestarsi sulla linea dei cosiddetti diritti civili.
Al radicalismo manca ora solo la capitolazione dell’ultima roccaforte che ancora le si oppone, quella della cultura cattolica. E anche in questa cittadella c’è chi si fa intimorire dal preteso e intollerante pensiero unico – Marcello Veneziani ha parlato recentemente di «razzismo etico») – e rinuncia a opporsi culturalmente alla marea montante. Altri all’inverso sembrano preferire un’opposizione improduttiva, convinti che lo scontro fine a se stesso abbia una sua intrinseca bellezza, dimentichi che le battaglie vanno fatte per guadagnare posizioni o, quantomeno, per non perderne altre.
A questi ultimi, impegnati talvolta più sul versante della critica agli amici che in quello dell’agone culturale con gli avversari, vorrei solo ricordare sommessamente che occorre abituarsi «a rendere ragione della speranza» che è in noi, cercando alleati preziosi sul piano della ragionevolezza, pregando ogni giorno con san Tommaso Moro: «Signore, dammi il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, la forza per accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre». È quanto con altri colleghi cerchiamo di fare ogni giorno in Parlamento, nella convinzione che in politica non basti la proclamazione dei princìpi, ma occorra piuttosto la ricerca del consenso sulla nostra agenda. È quanto abbiamo fatto sul tema del ‘gender’, facendo accogliere dal Governo un ordine del giorno con cui lo si impegna, nell’applicare la Convenzione di Istanbul, al rispetto della nostra Costituzione in tema di identità di genere.
Sarà tanto più facile costruire tale consenso anche in altre occasioni, quanto più invece di sparare sui parlamentari cattolici ci si indirizzerà invece a far crescere una nuova cultura nella società, capace di premere sulle istituzioni. I radicali questo fanno, da decenni. E noi?
Gian Luigi Gigli


venerdì 2 dicembre 2016

Si potrebbe parlare della donna






1) BENE: questa è la parola che usano le donne per terminare una discussione quando hanno ragione e tu devi stare zitto.
2) 5 MINUTI: se la donna si sta vestendo, significa mezzora. 5 minuti e' solo 5 minuti, o anche meno, se ti ha dato 5 minuti per guardare la partita o giocare alla playstation prima di uscire o di fare qualsiasi altra cosa insieme.
3) NIENTE: la calma prima della tempesta. Vuol dire qualcosa e dovreste stare all'erta. Discussioni che cominciano con “niente” normalmente finiscono con BENE (vedi punto 1).
4) FAI PURE: è una sfida, non un permesso. Non lo fare.
5) SOSPIRONE: è come una parola, un'affermazione non verbale che è spesso fraintesa dagli uomini. Un sospirone significa che lei pensa che sei un idiota e si chiede perché sta perdendo il suo tempo lì davanti a te a discutere di NIENTE(torna al punto 3 per il significato di questa parola).
6) OK: questa è una delle parole più pericolose che una donna può dire a un uomo. Significa che ha bisogno di pensare a lungo prima di decidere come e quando fartela pagare.
7) GRAZIE: una donna ti ringrazia; non fare domande o non svenire; vuole solo ringraziarti (a meno che non dica 'grazie mille' che il più delle volte può essere puro sarcasmo, e non ti sta ringraziando.)
8 ) COME VUOI: è il modo della donna per dire vai a quel paese!
9) NON TI PREOCCUPARE, FACCIO IO: un'altra affermazione pericolosa; significa che una donna ha chiesto svariate volte a un uomo di fare qualcosa che, adesso, sta facendo lei. Questo porterà l'uomo a chiedere: 'Cosa c'è che non va?'
Per la riposta della donna fai riferimento al punto 3.
10) CHI E'?: questa non è una domanda mossa da semplice curiosità; ogni volta che una donna ti chiede 'chi è?, sta indagando; in realtà, ti sta chiedendo: 'CHI E' QUELLA? E COSA VUOLE DA TE?' Occhio a come rispondi.


giovedì 1 dicembre 2016

Il cammino del suicidio









Sembrano persone non in grado di affrontare gli insuccessi e i cambiamenti in peggio , indipendentemente dalla responsabilità di chi vi ha contribuito .
Colpa di un'educazione iperprotettiva ? Eppure nel passato gli insuccessi in senso lato erano molto più frequenti : vita in condizioni difficili, alienazione prodotta dalle guerre, perdita o frequente cambiamento del lavoro, perdita della salute, indigenza, morte precoce di figli e di persone care . Non so se i suicidi fossero più frequenti o meno nel passato rispetto al presente : è difficile ritenere possibili paragoni fra epoche diverse . Ma la depressione sembra crescere con il benessere .
Mi colpisce anche il fatto che i suicidi ( anche in Italia ) siano in maggioranza maschi. Forse sono caricati di aspettative maggiori ?
In Italia le statistiche di suicidi vedono in testa , percentualmente : maschi , detenuti, oppure militari .
La regione col più alto numero percentuale di suicidi : Friuli Venzia Giulia.
La regione col numero più basso di suicidi : Campania.
In generale, nelle regioni del Nord ci sono molti più suicidi che nelle regioni del Sud.
Influenza del clima ? maggiore pressione sociale verso il successo ? Minore sostegno del tessuto intra familiare ?

mercoledì 30 novembre 2016

La verità costruita sulla convenienza







Nell'inserto domenicale del Sole 24 Ore, lo scrittore G. Carofiglio dedica un articolo alla difficile arte, secondo lui creativa, di porre le domande giuste, e solo essenziali, durante gli interrogatori. Tra l'altro esamina il problema del rapporto tra comunicazione e realtà. Non sotto aspetti filosofici o metafisici, scientifici o fantascientifici, spesso oziosi, ma più significativamente comunicativi.
La traduzione in parole condiziona la struttura stessa dei fatti, della conoscenza, di quella che per tradizione convenzionale – e illudendoci – chiamiamo realtà. Ci s'inganna specialmente sulla fiducia che ne esista una sola, quando ne possiamo mettere a confronto molte versioni, di cui alcune contradditorie. Tutte risultano dalla comunicazione, spesso distorcente , e non da impossibili riflessi di verità oggettive ed eterne.
Il film Rashomon è un classico sempre citato quale esempio. La trama è nota: un samurai viene assassinato e le tre testimonianze appaiono al tempo stesso vere e false. Perché ognuna è dominata dagli interessi di chi le racconta. Gli angoli visuali incidono in modo decisivo sulla rappresentazione, sulle derivate narrazioni e conseguente stessa costruzione, o creazione della realtà. Vista come appare a soggetti diversi. Ciò che si riporta con le parole, pure da conoscenze approfondite e da testimonianze davanti a realtà in apparenza non ambigue, è solo interpretazione.




martedì 29 novembre 2016

Ieri oggi domani











Condivido il pensiero di Seneca: “Preso dal vortice del lavoro e degli impegni, ciascuno consuma la propria vita sempre in ansia per quello che accadrà e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani, né lo teme”.
Il tempo si pone come qualcosa che è distinguibile in parti e quindi divisibile: presente, passato e futuro. Ma queste parti del tempo, che costituiscono l’orizzonte della nostra vita, quando sono analizzate, diventano prima inafferrabili per poi quasi dissolversi. Passato e futuro, infatti, sembrano appartenere piuttosto al nulla che all’essere, sono varianti per così dire del nulla: giacché l’uno non è più, l’altro non è ancora. Tuttavia l’uno costituisce il distendersi e l’accumularsi nella nostra memoria dell’esperienza del nostro trascorrere, cioè vivere, l’altro si pone come l’apertura dell’orizzonte del nostro agire, cioè del nostro rapportarci al mondo secondo bisogni, paure e speranze. Il presente, nella sua riduzione a puro punto senza estensione, mostra di non poter avere nessun carattere di permanenza e di stabilità.
Il tempo, filosoficamente?
Tutto è passato, presente e futuro.
Se io guardo una persona che sta a cento metri da me il tempo impiegato per vederla annulla il concetto di presente. E' già un tempo passato proiettato verso il futuro.
Nel cielo stellato vedi la luce di un astro. E' probabile che la stella non esista più. Hai l'impressione del presente ma ti trovi nel passato.




lunedì 28 novembre 2016

Il lucchetto clarinetto aperto chiuso






Metti che ti presenti a una ragazza e dici, "Suono bene il lucchetto".
Metti che lei capisce tutta un'altra cosa e ti fa subito l'occhietto.
Metti che sei un artista puro e questa cosa non fa certo un bell'effetto.
"Il lucchetto, quello che fa filù filù filù filà".
Metti che lei non è un'artista e con la musica non prova alcun diletto:
il lucchetto si butta un po' giù.
Non c'è emozione né‚ soddisfazione a suonar da soli il lucchetto.
E' uno strumento un po' particolare che ha bisogno di accompagnamento
Ma dove sta una chitarrina per suonare insieme con il lucchetto jazz
per fare qualche pezz, per fare un po' filù filù filù filà.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il lucchetto sping... così nasce un bel blues.
A-hum! A-hum! A-hum!... A-hum! A-hum! A-hum!
Senza la chitarrina non puoi far manco una canzoncina un po' sveltina in do
e allora come fo per fare un po' filù filù filù filà.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il lucchetto sping... così nasce un bel blues.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il clarinetto....






         



sabato 26 novembre 2016

Storia della conoscenza





Si chiama fede, conoscenza per fede, il riconoscimento della realtà attraverso la testimonianza che porta uno, che si chiama appunto testimone o teste. E' una conoscenza della realtà che avviene attraverso la mediazione di una persona fidata, adeguatamente affidabile. Io non vedo la cosa; vedo soltanto l'amico che mi dice quella cosa, e quell'amico è una persona affidabile, perciò quello che lui ha visto è come se l'avessi visto io. Quindi la fede, prima di tutto, non è soltanto applicabile a soggetti religiosi, ma è una forma naturale di conoscenza, una forma naturale di conoscenza indiretta: di conoscenza però! La ragione è una cosa viva che, perciò, per ogni oggetto ha un suo metodo, ha un suo modo, sviluppa una caratteristica dinamica, ha anche una dinamica per conoscere cose che non vede direttamente e che non può vedere direttamente, le può conoscere attraverso la testimonianza di altri: conoscenza indiretta per mediazione."
Mia figlia torna a casa tutta emozionata e mi dice: "Papà, mentre andavo dal parrucchiere ho visto un autovettura che ha investito un passante. E' arrivata l'autoambulanza, ma ormai era morto".
Io non ho visto l'incidente, ma credo a mia figlia perché la reputo una testimone attendibile.
Questo fenomeno è una testimonianza per fede.
Cristo, nel suo lungo peregrinare parlava e la gente ascoltava.
Chi lo aveva sentito lo raccontava a un conoscente e questi a un'altra persona. Qualcuno che conosceva Cristo ha cominciato a scrivere le sue parole. Anche chi non lo conosceva, basandosi su una testimonianza credibile, ha fatto altrettanto. Così sono nati i Vangeli, le prime comunità di credenti e infine la Chiesa.
La cultura, la storia e la convivenza umana, si fondano su questo tipo di conoscenza che si chiama fede, conoscenza per fede, conoscenza indiretta, conoscenza di una realtà attraverso la mediazione di un testimone.
Tu sei certo che Napoleone sia esistito? Lo hai conosciuto? No, di certo, ma ci credi perché è scritto nei libri di storia.
Due evangelisti, Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, hanno scritto servendosi della propria personale memoria.
Gli altri due, Marco discepolo di Pietro, e Luca, discepolo di Paolo, attingendo ai ricordi e alle testimonianze.
Ognuno racconta le parole di Cristo in base alla propria sensibilità. Le discordanze possono essere casuali, come i ladroni, cioè momenti diversi dello stesso fatto o dimenticanze. Le parole di Gesù non venivano scritte perché sulle tavolette era scomodo, mentre i fogli di papiro erano costosissimi. In entrambi i casi scrivere era un procedimento estremamente laborioso, che non poteva essere usato nella vita quotidiana e nel rapporto maestro-discepoli.
I Vangeli riconosciuti dalla Chiesa sono quattro, gli altri non vengono reputati attendibili. Nel Vangeli è scritto che Lazzaro è risorto e al pozzo di Giacobbe Gesù incontra una donna samaritana. Quelli che negano la Risurrezione di Lazzaro e affermano che al pozzo di Giacobbe Gesù incontra Lazzaro compiono un'eresia.



giovedì 24 novembre 2016

Il pasticcio della libertà







Le strutture morali cristiane non sono le leggi dei dinamismi umani individuati dall'analisi razionale, ma l'attrattiva scoperta e ragionevolmente riconosciuta di fronte a quella Presenza eccezionale.
Il motivo e il contenuto dell'azione è Cristo: questo è la moralità perché Lui è la verità.
Non basta sapere le leggi per osservarle. Lo sapeva bene san Paolo che, nella Lettera ai Romani, afferma nettamente:" C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio".
La speranza dell'uomo e di un popolo non si possono poggiare sulle leggi; le leggi non sono capaci di darci la forza di aderire al bene che pur vediamo.
La morale cristiana è solo Cristo. Gesù guarda solo un istante l'adultera e da allora lei non guarderà più a se stessa, non vedrà più i rapporti con gli uomini se non dentro lo sguardo di quegli occhi.
L'inizio della moralità è quella attrattiva che perdura nel tempo, anche se la presenza fisica di Cristo non c'è più.
Il resto è sovrastruttura. A volte deleteria.
L'uomo ha la sua libertà. Può scegliere correndo il rischio di sbagliare. L'errore in teologia viene chiamato peccato.
La libertà che ti permette di scegliere è imperfetta, perché nella scelta c'è il rischio dell'errore. Solo attraverso la fede ognuno di noi trasmette la parola di Cristo. Non hai più bisogno di scegliere. Questa è la libertà perfetta.
Passare attraverso l'esperienza negativa può essere utile, ma bisogna stare attenti a non esagerare.

mercoledì 23 novembre 2016

Il carisma dell'autorevolezza









Veramente autorevoli sono le persone che ci coinvolgono con il loro cuore, con il loro dinamismo e con il loro gusto, nati dalla fede.
Ma autorevolezza reale è allora la definizione dell'amicizia.
L'amicizia vera è la compagnia profonda al nostro destino, al destino del nostro volto.
E non è questione di temperamento.
Ve ne può essere uno più effusivo e uno più discreto e cauto.
L'amicizia vera si sente nel cuore della parola e nel gesto della presenza.
Quell'autorevolezza lì, nasce dall'intima adesione alla verità ... secondo me e ci si riconosce nel silenzio della verità vera.
Tanti anni fa lessi un preziosissimo libretto di Cantalamessa 'Obbedienza' dove spiegava che l'autorevolezza di Gesù nasceva dalla sua profonda sottomissione alla volontà del Padre e gli altri lo percepivano...le sue non erano parole, ma frutto di un'obbedienza reale alle parole pronunciate...vita vera, insomma...sottomessa.
Dall'autorevolezza nasce il carisma che ti spinge a seguire una persona che vive con più maturità la fede e che ti coinvolge in un'esperienza viva, che passa il suo dinamismo e il suo gusto dentro di noi.
Gesù a Pietro e Andrea disse: "Seguitemi", vi farò pescatori di uomini, E quando i due discepoli gli chiesero: "Maestro, dove abiti?", Gesù disse loro: "Venite e vedrete".

martedì 22 novembre 2016

Le parole hanno un significato





Qualcuno ha scritto su una rivista che siamo un popolo di anoressici della lingua. La capacità di scrittura e anche di elaborazione del discorso compiuto sembrerebbero in crisi.
Le parole, le frasi, i periodi sono come degli sciancati.
Si scrive e si parla come si pensa.
Se si parla rachitico si pensa così, se si ha in bocca una lingua morta, anche il pensiero non è in buona salute.
Sarà vero?
Direi di sì perché pensare è sempre un'esperienza linguistica.
La povertà di linguaggio determina una sempre minore possibilità di colloquio sia con se stessi che, soprattutto, con gli altri.
E' uno strumento per capirsi e
come "colloquio" il linguaggio è essenziale.
Nel parlare insieme l'ascoltare è il presupposto di base e la capacità di ascoltare ha bisogno della parola.
In un tempo di linguaggio povero, stereotipato quello che viene messo in crisi è proprio la capacità di ascolto e di dialogo, la possibilità di capire; il parlare assume sempre più la struttura di un monologo e di un monologo povero in quanto non sufficientemente dotato di parole che riescano ad esprimere le proprie esperienze, i propri sentimenti i propri conflitti, la possibilità di mettersi in discussione.




lunedì 21 novembre 2016

Un sogno ti fa tornare ragazzino






Nel quartiere, allegro, caciarone, misto, c'era un po' di tutto, dalla vecchia contessa esile come una canna di bambù alla molto decorosa insegnante di scuola elementare, dal ladro di biciclette al venditore ambulante e al sussiegoso funzionario delle imposte.
I grandi sì, così distanti e un po' misteriosi per me.
Pensandoci dopo come tutto era "falso", false le persone, falso il posto. Eppure come tutto era vero, i ruoli erano più veri della verità delle persone.
E poi tanti ragazzini e ragazzine scatenati con le gambe arrossate dal freddo in inverno e ginocchia perennemente sbucciate.
E il piccolo cinema dell'oratorio che proiettava vecchissimi film americani ( se ne potevano vedere due di seguito il sabato e la domenica per pochi soldi) e qualche film edificante in cui la bontà trionfava sempre alla fine. Il lieto fine era d'obbligo.
E si compravano lunghissime stringhe di liquerizia e bastoncini di legno dolce, da succhiare lentamente.
Ci sono ritornato una volta sola, dopo averlo lasciato, molti anni dopo. Irriconoscibile, molte case allora piccole e colorate, non c'erano più, la campagna che prima era lì dietro l'angolo dell'ultima casa, scomparsa sotto una miriade di edifici costruiti ad alveare, e più nessuno quasi dei volti della mia infanzia.
E quei pochi erano lì malinconici come promesse non mantenute.
La sensazione acuta e dolorosa di aver perduto qualcosa per sempre.



giovedì 17 novembre 2016

Difendere una scelta







I cambiamenti autentici, quelli importanti, che entrano, per intenderci, nella memoria personale e comune, non si compiono in un attimo e solo per un motivo.
Il loro inizio è in un attimo, ma la loro realizzazione avviene nel tempo, nelle ore, nei giorni, nei mesi, negli anni, che per noi, formano il tempo, attraverso una consuetudine che incide lentamente, con delicatezza astuta, su di noi, dandoci una direzione, nel bene e nel male.
La scrittrice americana Flannery O'Connor, in un suo racconto " La schiena di Parker", parla di un uomo che era come un ragazzo cieco, girato con tanta delicatezza da non accorgersi che la sua destinazione era cambiata. Il cambiamento era stato positivo e lo aveva condotto a un moto di stupore per se stesso fino a fargli venire in mente che c'è qualcosa di straordinario nel fatto di esistere.
Anche il mutamento delle civiltà è esito di processi complessi e difficilmente riconducibili ad una sola causa.
Sicché si spiega come si possa considerare la divisione, il particolarismo e il rattrappimento della nostra attuale società come l'esito di un impegno costante di distrazione.

mercoledì 16 novembre 2016

Difficile schiacciare un cristiano








Sembra talvolta che la logica del potere vinca: era l'impressione che avevano anche gli apostoli. Ma la vittoria del potere è apparente ed effimera: non cedendo alla mentalità dominante noi facciamo diventare la nostra vita funzione permanente, funzione di ciò che dura nella storia, la verità, la giustizia l'amore. Dice Anna Vercors ne l'Annuncio a Maria di Paul Claudel. Dobbiamo essere attenti, perché la vittoria del potere cerca il suo spazio nella nostra quotidianità, non quando andiamo facendo discorsi, prendendo posizioni o analizzando. Il potere cerca di farsi spazio in noi travolgendo la nostra fragilità. Il valore e la consistenza dell'uomo si esprime di fronte alla realtà in un modo nuovo di usare il tempo, di attraversare la fatica, di amare, di superare l'estraneità. E' questa la rivalsa della persona sull'alienazione voluta dal potere.

lunedì 14 novembre 2016

Divergenze parallele




L´odierna discussione della «questione cattolica» è resa particolarmente difficile da una comune ma opposta disposizione d´animo diffusa sia nel mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome da accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in perfetta buona fede, considerano la propria religione insidiata nella sua stessa esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico, edonismo, materialismo, scientismo; che per molti laici, altrettanto in buona fede, è invece l´attivismo politico della Chiesa a minacciare i principi stessi su cui il loro mondo si fonda: pluralismo di fedi, convinzioni e modi di vivere, rispetto delle coscienze, autonomia del diritto dalla morale, libertà della scienza. Per ognuna delle parti, l´altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo scontro e meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare le fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi, nell´uno e nell´altro campo, opera per tenerlo vivo.
La «questione cattolica» è una moltitudine di questioni: cristianesimo e identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo binomio.
Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo delle società. Le discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea sono state dominate dalla questione dell´identità cristiana. La stessa idea si riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della posizione materiale e simbolica che è giusto assegnare alla religione nella vita pubblica. Nella controversia circa l´esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, alla libertà e uguaglianza delle coscienze si contrappone l´identità religiosa come valore nazionale. I privilegi che la Chiesa rivendica come diritti (insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti diretti e indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse istituzioni, ecc.) si vogliono giustificare con l´essenza cattolica dell´identità nazionale.
😍

sabato 12 novembre 2016

Rivisitare la storia del passato

 
 
 
 
 

Il dolore, per la cultura greca, ma diciamo pure per le culture politeistiche, sta là; come le montagne, i fiori, il mare, la pianura. Il dolore sta là e capita di incontrarlo.
La tragedia esistenziale greca non consiste nella ricerca di senso del dolore: i greci, ben noti cultori del limite, non si chiedevano che senso avesse il Peloponneso non meno che il meltemi agostano: si “limitavano” a prenderne atto. Il dolore si limitavano a incontrarlo (ed a superarlo, magari).
La tragedia greca non sta nella mancanza di senso, sta nel rapporto potenzialità dell’uomo e limite alle stesse, limite, per altro, ignoto, la cui scoperta spesso ne indica pure il suo oltre passamento (con conseguenze che sappiamo). Dunque, i Greci non avevano necessità di dare senso al dolore: il loro problema esistenziale consisteva nel tenere in equilibrio Gaia e Nemesi. Il tragico greco si declinava con la difficoltà di evitare la contraddizione di un agire, agendo, di un fare, facendo; si poteva peccare solo facendo: il “meden agan” è monito al “peccato” dell’agire, è limite reale, di cose, di materia.
Aggiungerei, di soppiatto, che, siccome il “peccato” era una turbativa dell’equilibrio, “l’espiazione” non poteva essere altro che lo sprigionarsi di forze idonee al suo ripristino.
Non è un caso che l’aldilà dei greci fosse un al di qua, ove i morti non diventavano una specie di spiriti celesti, ma ombre, simulacri di se stessi e, pur tuttavia, ancora e sempre pienamente consapevoli di sé e della vita.

 


mercoledì 9 novembre 2016

Secondo Pavese il sacrificio è una cosa bestiale

 
 
 
 
 
 
La parola sacrificio è incominciata, storicamente, a diventare una grande parola, da quando Dio è diventato un uomo. E' nato da una giovane donna, era stato piccolo, camminava con passetti piccoli, poi ha cominciato a parlare, e poi incominciava ad aiutare suo papà che faceva il carpentiere, poi è diventato più grande e ha incominciato ad andare via di casa senza che sua madre capisse perché.
 Da quando Dio si è fatto uomo, e poi, dopo, ha incominciato a parlare al popolo, e il popolo sembrava che gli andasse dietro quando compiva dei gesti strani ( o miracoli), ma il giorno dopo aveva dimenticato.
 Lui era là da solo, e perciò si ingrossava il numero di quelli che erano contro di Lui, finché, insomma, lo hanno preso e ammazzato, inchiodato a una croce, e ha gridato: " Padre, perché mi hai abbandonato?". E' il grido di disperazione più umano che si sia mai sentito nell'aria della terra, e poi ha detto: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno", e poi ha gridato: " Nelle tua mani raccomando la mia vita". Da quel momento lì, da quando quell'uomo è stato messo stirato sulla croce e inchiodato, il sacrificio è diventato il centro della vita di ogni uomo, e il destino di ogni uomo dipende da quella morte.


martedì 8 novembre 2016

Fare chiarezza














Basta cliccare con il tasto destro del mouse sullo spazio del mio blog e si va a Proprietà: HyperText Transfer Protocol with Privacy, e si trova Il certificato che garantisce l'identità, Il certificato è rilasciato da Google Internet Authority G2. Nel mio blog l'unico amministratore può postare articoli. Su: Search Console il Webmaster conferma che il blog è di https://guspensiero.blogspot.com.
Chi afferma il contrario sarà querelato nei termini di legge.












lunedì 7 novembre 2016

L'incontro che è sempre Presenza

 
 
 

 
 
La memoria non è un ricordarci noi,
 ma un accordarci continuo con una Presenza che
 una volta che si è rivelata non va più via.
 Non va più via perché ci costituisce
 e si fa sentire sensibile, visibile negli altri,
 una Presenza che ci mette insieme
 con lo scopo di essere vissuta.
 Se l'esperienza si spalanca come attrattiva e tu l'accusi
 la gusti e dopo passi ad un altra,
 rendi nota una superficialità
 per la quale non è vero che il vero è vero,
 non capisci che il vero è il tuo destino e,
 nello stesso tempo  un nesso al tuo destino.