sabato, ottobre 30, 2021

Un incontro




 

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non sapeva chi era. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così (Calvino).
Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura.
D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Nel romanzo "Furia" Salman Rushdie definisce New York una città di mezze verità ed echi che in qualche modo domina la terra. Si può odiare questo dominio oppure si può celebrarlo, o ancora rassegnarvisi, ma resta un fatto: New York è il plesso culturale della realtà americana, in tutto il suo eclettismo, la sua emotività, la decadenza, l'intelligenza e il potere. Le mezze verità non sono sufficienti perché l'uomo occidentale, malgrado il suo sapere corre il rischio di arrendersi davanti alla questione della verità. New York è la città ideale per chiedere:" Voi cosa state cercando?" e chiedersi: "Io cosa sto cercando?". La curiosità di una domanda allarga la ragione perché dilata l'orizzonte del conoscibile. Il cuore intuisce già che l'orizzonte è più ampio di quanto il mondo oggi affermi. La nostra capacità di indagare le cose con la ragione è ispirata dal presentimento del cuore che esiste qualcosa di più grande. E per questo che l'uomo non raggiunge la felicità qualsiasi cosa ottenga. Come ha scritto Montale nella poesia "Maestrale" rincorre la gioia spingendosi sempre "più in là".



S'è rifatta la calma

nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.

Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma

a pena svetta.

Una carezza disfiora

la linea del mare e la scompiglia

un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora

il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiarìa

la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata

e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia

vita turbata.

O mio tronco che additi,

in questa ebrietudine tarda,

ogni rinato aspetto co' tuoi raccolti diti

protesi in alto, guarda:

sotto l'azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai:ché tutte le cose  pare sia scritto:

«più in là»

                                             

giovedì, ottobre 28, 2021

E' già notte

 



Basta guardare l'evoluzione del neonato a ragazzo. Da questa osservazione è possibile scoprire le esigenze primarie dell'io. In particolare il bisogno di amare ed essere amati, l'affermazione della propria personalità, la socialità, il gioco, la curiosità di conoscersi e conoscere.
Nell'io interagiscono velocemente l'affettività (cuore) e la ragione che svolge il ruolo di filtro separando e scartando tutto quello che potrebbe farci male. Quando la ragione viene manipolata dai media non è più in grado di riconoscere il buono dal cattivo e l'affettività diventa un fascio di reazioni e comportamenti imposti dal Potere. Questa situazione, psicologicamente, viene definita dissociazione dell'io.
Questo meccanismo perverso, tanto più pericoloso poiché non è percepito dal soggetto che, anzi, tende ad adagiarsi nel circolo vizioso dei falsi bisogni e desideri. Ecco il compito dell'educazione, che si può configurare come una lotta contro il conformismo, la banalizzazione dei valori, l'appiattimento degli affetti.
Il potere, nella sua realtà storico-politica, mostra una radicale inimicizia verso il senso religioso. E' questa inimicizia che dobbiamo contestare. D'altra parte il potere, attraverso gli strumenti d'invasione della coscienza, non può non cercare di omologare valori e atteggiamenti che gli consentano di mantenere lo status quo e perpetuare il suo dominio. Gli intendimenti del potere non hanno senso religioso e forse nemmeno etico, né un principio di autolimitazione del potere stesso, né l'apertura all'aiuto di un fattore più grande, cioè la fede. Ma lo stato ateo non esiste. Se non fa riferimento ad un principio che lo trascende e che quindi pone ad esso dei limiti, lo stato tende per sua natura ad attribuirsi una dimensione divina.

 



mercoledì, ottobre 27, 2021

La consuetudine

 


Parlando della consuetudine, Michel Eyquem de Montaigne, racconta l'aneddoto di una contadina che, avendo incominciato ad accarezzare e prendere in braccio un vitellino fin dalla nascita, e continuando a farlo, giunse per l'abitudine a portarlo anche quando divenne un toro.
Ma il racconto serve a M. per introdurre il discorso sulla consuetudine che è come "una maestra di scuola prepotente e traditrice" che ci impone il giogo della sua autorità e, dopo un dolce e mite inizio, a mano a mano che il tempo lo rafforza, rivela "un volto furioso e tirannico", di fronte al quale non abbiamo più la libertà di alzare gli occhi e ci fa persino scegliere la tirannide al posto della libertà, come dimostrava il suo grande amico,  
Étienne de La Boétie, nel Discours di qualche anno prima.
Sostituiamo alla contadina e al toro, una madre e un figlio.
Inizialmente la madre prende per mano il bambino, ci parla e altro.
Il tutto aiuta il figlio a crescere. Se la consuetudine della madre non si arresta e la donna persiste nel prenderlo per mano anche quando è cresciuto commette una violenza e instaura un rapporto di dipendenza del figlio.
Dunque: la consuetudine reca in sé un meccanismo “suo”, cioè della ripetizione meccanica, quindi se ne è vittime e non artefici. La consuetudine si ripete con costanza se non si immettono variabili, giacché l'individuo stesso è variabile dipendendo dal contesto e dalla crescita personale.
Quindi la contadina che ha seguitato a portare in braccio il toro non è stata capace di interagire con la crescita del toro.
E' stata cieca e ottusa, quindi vittima della tirannide della consuetudine.
La consuetudine può diventare nemica. Le cose si evolvono, si cresce, si deve anche un po' cambiare. Non si possono ripetere meccanicamente le stesse azioni per una vita intera o quelle stesse azioni finiranno con lo schiacciarci.

domenica, ottobre 24, 2021

La Luna

 


Ho camminato lungo la spiaggia per quasi un'ora.
C'era una grande luna ieri sera, un po' offuscata da vapori di umidità.
E un grande silenzio.
Sono tornato a casa sul tardi.
IL palazzo dove abito è pressoché deserto, tutti scappati via, e non so dove.
Nessuna finestra accesa, nessuna presenza che si indovina dietro le tende degli appartamenti di fronte.
Le ragazze del primo piano dopo una giornata di studio sono uscite anch’esse.
Un po' mi manca la loro musica, che io ascoltavo da ragazzo, suonata a tutto volume, De Gregori, Dalla, Edith Piaf e Charles Trenet e le canzoni stupende di Jacques Brel.
E le telefonate chilometriche che la ragazza del pianterreno puntualmente inizia verso mezzanotte, sedendosi sul davanzale della finestra e intrattenendo l'intero condominio sui fatti suoi.
Voci, presenze, vite di cui non so niente scomparse in un giorno e solo qualche traccia, una bottiglia di detersivo sul davanzale del bagno, uno strofinaccio dimenticato ad asciugare sul filo di ferro attaccato al balcone ne testimonia l'esistenza.
Serata di malinconie, forse, dove "l'inferno degli altri" piano piano si trasforma in presenza rassicurante, nel tranquillo farsi della quotidianità, che scandisce ogni giorno e dà l'illusione di essere al riparo.
Però è bello questo silenzio dimenticato ,anche se si mescola ad una certa inquietudine uguale a quella che può prendere quando ci si ritrova senza esserci preparati davanti ad uno specchio.
E non ci si riconosce.


venerdì, ottobre 22, 2021

Comprendere la realtà


 

Oggi, come notò Pascal, “nessuno sa più restare solo chiuso nella propria stanza”. Per momenti meditativi che rielaborino fantasie, percezioni, impressioni, ecc. Per revisionare la propria visione del mondo da cui discende il nostro gioire e soffrire che ci rendono vitali, per conoscere i propri modi conoscitivo-emozionali , per ridefinire e affinare quelli comunicativo-relazionali strumento essenziale della vita. Domina un parlare automatico e prevedibile e le questioni serie sono tabù. Non svendiamoci con tediosi affabulatori privi di humour e lievità e ci siano care le persone con cui è possibile sintonizzarci anche per un fugace incontro. Si teme il giudizio o di ammettere la nostra fragilità e il bisogno dell’altro. Una condivisione di emozioni e sentimenti pur avventurosa sarebbe vincente per una consapevolezza non elusa con evasioni e disimpegno. La prerogativa e il dovere della forma umana è farsi domande altrimenti diventa una vita di animali che mangiano, dormono, si difendono, si accoppiano, si ammalano e muoiono con la sola differenza che gli animali lo fanno per strada e l'uomo in lussuosi appartamenti. Quando l'assurdo si fa norma e specchio della realtà che ti circonda, è difficile mantenersi integri. Si fa, certo, se si pensa, se si sente, ma si avverte una profondissima e immensa solitudine. La vera libertà qui, nel mondo virtuale non esiste, perché questo contesto non ci appartiene, ci è estraneo perché  qui tutto è perituro, anche il ricordo, anche i pensieri, anche la mente (corpo, mente, intelligenza sono vestiti che indossiamo solo per un po’, poi si cambiano). Il nostro libero arbitrio in definitiva si riduce a due semplici scelte: amico o nemico. Il resto sono due rotaie che ti sei costruito, due rotaie che dove viaggi pensando di guidare. Si dovrebbe capire che innanzi tutto si esce dal regno del polveroso dell'assurdo se ciascuno di noi riprende su di sé il mestiere di vivere, il mestiere duro di essere un uomo, quella ricerca del vero senza la quale l'uomo è condannato a una parvenza di incidenza, a una vita spezzata, una vita che non ha senso. In questi giorni molti di noi stanno analizzando il pianeta Blog. Purtroppo gli utenti sono uno , dieci, cento, mille persone. Mi potrebbe pure andare bene se le dieci, cento, mille persone rimanessero sempre e comunque genuine, sincere e disinteressate. Poi che uno si impegni o meno a “dialogare” o al contrario preferisca tergiversare dipende molto dall’età, dalle esperienze, dalla cultura, dagli interessi, dalle motivazioni che lo hanno spinto ad aprire un blog. Ma l'aspetto più brutto nel mondo dei blog è che le persone, a volta, finiscono per disprezzarsi per liti nate da banalità, oppure per pareri diversi. E gli amici corrono a schierarsi in favore dell'uno o dell'altro non per valutazione, ma quasi per un senso di appartenenza a una certa bandiera. E come bambini capricciosi e vendicativi si rompe per sempre un dialogo che era iniziato bene e termina in malo modo. 


martedì, ottobre 19, 2021

Amare è bello

 


L'amore è fatto di equilibri sottilissimi. Anche perché negli anni le cose cambiano: i desideri, i sogni, i bisogni, le emozioni, le sensazioni. E poi cambiamo anche noi, non sempre in meglio.
Le fondamenta sono tutto: la voglia di stare insieme, di tenersi per mano, di continuare il percorso dalla stessa parte. E poi il sentimento, senza quello non si va da nessuna parte.
Comunque regole non esistono. Bisogna sperare che proceda tutto bene e al contempo mettercela tutta affinché sia effettivamente così. E' un impegno quotidiano perché l'incuria uccide.
Il figlio in genere è il simbolo di un amore duraturo: l'amore tra due persone nasce, si sviluppa, poi ha bisogno di essere trasmesso su una terza persona, il bambino appunto. E si prolunga il ciclo della vita. Poi chiaro che matrimoni solidissimi con figli possono rompersi, mentre coppie senza figli restano innamorate fino ai 90 anni. Oggi comunque l'amore però è una cosa diversa, secondo me. E' drogato dall'esteriorità. E questo porta spesso a confondere amore con attrazione sessuale.
L'attrazione sessuale è un corollario dell'amore, ma l'attrazione sessuale non riesce a diventare amore e se non c'è qualcosa di più importante, appena evapora l'amore muore.
Insomma, la durata media di un matrimonio è di diciassette anni.
Io penso che nel mondo di oggi l'uomo un po' alla volta finisce per nascondersi all'altro e anche con gli affetti più intimi si presenta sempre con una maschera. C'è qualcosa che blocca l'essere umano, come una diffidenza che ti porta a eclissarti per sfuggire a una valutazione che l'altro può fare. Sarà che questo tipo di società ingabbiata dal cinismo del capitalismo è caratterizzata dalla competizione che ti obbliga a restare sulla difensiva. Per questo gli amori nascono con la scadenza, cioè sono a tempo, per questo la famiglia spaventa e nella coppia non c'è nemmeno il desiderio di avere un figlio.




domenica, ottobre 17, 2021

Parlare con gli altri


 

Ci sono delle persone con cui il colloquio diventa gradevole, mi piace leggere, imparare e dissentire, mettere in tavola concetti anche fastidiosi, perché comprendo che ci sarà dibattito, spiegazione, ascolto e costruzione. 
Perché conosco la storia dell'interlocutore che non si nasconde come tanti, troppi, altri; e conoscendo le persone viene voglia di aprirsi, confidarsi, colloquiare senza pregiudizi e senza paura di scoprire le proprie debolezze, perché non verranno usate contro di me.
Io preferisco una discussione , anche a un muso lungo, piuttosto che fare finta di non aver letto.
Meglio spiegarsi, che vivere nell'incertezza di non sapere cosa pensano gli altri e non poter correggere , eventualmente i propri errori.
Però non bisogna essere permalosi, altrimenti è un guaio.
Bisogna sempre dare una possibilità alle persone.
E poi a me piace ascoltare le anime che si raccontano, che si scoprono qualche volta più vicine a noi e qualche volta meno.
Io do tanto valore all'ascolto.
Soprattutto bisogna ascoltare per capire l'altro. Non porsi sempre dal nostro punto di vista, che può non essere quello giusto, al fine di valutare quello che la persona a noi vicina sta dicendo.
Si deve discutere per cercare la verità, non per stabilire chi ha ragione e chi ha torto.
Se ognuno di noi aspetterà, seduto in un angolo, che gli altri vengano incontro alle sue esigenze, sicuramente noi rimarremo ai margini della vita e tagliati fuori da ogni colloquio.
La volontà di capire, di sentire e vivere il problema degli altri, il nostro prossimo, ci toglie dall'isolamento, spezza il guscio del nostro egoismo, ci fa scoprire amici, e non dovunque gente che ci vuole male o che ci fa del male.


mercoledì, ottobre 13, 2021

Dove abita la memoria

 


E' scientificamente provato che c'è una parte del nostro cervello dedicata alla memoria. Come un hard disk in grande. Ma il ricordo deve essere evocato, pensato per non correre il rischio di essere eliminato. In questo caso un brandello di memoria della tua vita è come se non fosse mai accaduto. Ci sono testimonianze di persone che hanno fatto sogni con sensazioni di galleggiamento. E' incredibile ma stavano ricordando la vita nel liquido amniotico dell'utero della madre. I feti nuotano in un sacco pieno di liquido amniotico che permette loro di essere protetti da traumi ed infezioni. Inoltre è il liquido che consente loro di crescere al caldo e di allenare l’apparato digerente e respiratorio. Va detto anche che è provvidenziale l’aiuto del liquido al momento della fuoriuscita del feto dall’utero materno. Non siamo macchine, per fortuna, non siamo costretti a tenere registrati tutti gli avvenimenti che accadono e tutti i dati che la nostra memoria immagazzina. Siamo dotati della capacità di dimenticare, rielaborare e anche di far riposare la mente quando è sovraccarica senza che per questo motivo perda le sue capacità. La più bella visione della memoria che conosco è quella fornita da Leonardo Da Vinci il quale sosteneva che la mente fosse come una grande cattedrale, una struttura dotata di tante stanze formanti ciascuna un mondo a sé capace però di comunicare con gli altri ambienti. Come poi diceva il geniale Leonardo, è anche giusto che alcune di queste stanze restino vuote. Mi piacerebbe utilizzare tutte le nostre potenzialità cerebrali e scegliere più che di cancellare i brutti ricordi dl poterli archiviare in una cartella con scritto "file indesiderati" da aprire solo in caso servano per proteggerci da altre situazioni spiacevoli similari. La memoria umana io l'ho sempre avvertita a due facce: una quella precisa, quasi aritmetica, quella per cui ti ricordi che un anno fa alle ore 18.00 eri in quel negozio a comprare una determinata cosa o avevi sentito un tuo caro amico, e poi quella emotiva che ti fa rivivere esperienze più che altro belle e piacevoli ossia la parte dei ricordi. Quest'ultima è a volte meno precisa ma focalizza le sensazioni quasi sensoriali che il nostro "io" ricorda più decisamente. Io ho una memoria pessima. Soprattutto mi dispiace di non aver a mente molto della mia infanzia e adolescenza.. ma ognuno è fatto in maniera diversa, credo però che la scienza abbia fatto passi da gigante in questa ottica, e prima o poi dovremmo poter accedere anche nella metà oscura della nostra scatola della memoria. La memoria non scarta tanto quello che per lei è irrilevante, quanto ciò che non rientra nel campo dei suoi schemi. In altre parole ricordiamo solo quello che vogliamo ricordare. E il resto viene relegato nell'inconscio e pescato fuori con l'ipnosi regressiva. Ricordiamo persino brandelli di vita trascorsi del liquido amniotico, quindi saremmo capaci di ricordare proprio tutto, anche i dettagli più insignificanti.



martedì, ottobre 12, 2021

Uno sguardo

 



Capita di incontrare due occhi che ti attraggono e tutti gli altri attorno a te sbiadiscono e tu non hai parole mentre un sottile filo trasmette emozioni tra due anime sconosciute e poi il filo si fa vortice che avvinghia in un'altra dimensione ma all'improvviso tutto svanisce e ti lascia un vuoto.
Sarà stato un sogno?
Succede a volte che incontrare gli occhi di “qualcuno” , ti fa vibrare il cuore, e ti provoca un languore, una dolce malinconia e vorresti che mai finisse quella magia. E’ come se si arrestasse il mondo, i tuoi pensieri sfumano e restano solo quegli occhi.
Non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno - uno sguardo umano - ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice".
Quel giorno soffiava un’aria di tramontana e i suoi capelli erano mossi dal vento. Il giorno dopo non c'era più il vento e non avevo davanti quel volto, eppure era presente, e dopo una settimana quella presenza era presenza ancora, e dopo un mese era presenza ancora.
Anche se fossero passati mille anni senza rivederla, la mia vita sarebbe stata stracciata dal desiderio di ritrovare quel viso con i capelli negli occhi.
L’ho vista di nuovo.
E mi ha guardato con un amore e con uno sguardo che io su di me non ero capace di avere.


domenica, ottobre 10, 2021

Rita

 



                                              Daniele scrive: 



La mia idea parte proprio dalla considerazione che spesso tutti facciamo e cioè che di un tema non se ne deve parlare solo il giorno a lui dedicato. Allora ho pensato che per il femminicidio  o la violenza psicologica o cmq ogni forma di violenza ed abuso sulle donne, potremmo fare con altri blogger  ossia altri di voi che mi seguono :-))) e che spero aderiranno alla proposta, un giorno al mese per tutto il 2021 dove ciascuno dei blogger partecipanti, pubblicherà un post su questo tema.

                                       

                                               Femminicidio


A uccidere Rita -31 anni- (10/09/2021) sono stati tre colpi di pistola, uno alla schiena e due al volto, sparati da suo marito, Pierangelo Pellizzari, 61 anni, disoccupato, separato con due figli ormai grandi. Lei lo aveva lasciato, era ospite a casa di un'amica, non era disposta a tollerare oltre il controllo ossessivo del coniuge, che peraltro lei manteneva. Pellizzari non sopportava l'idea che lei lo avesse lasciato per cominciare una nuova vita. In cui lui non era contemplato e di cui non avrebbe fatto parte. Così ha deciso di ammazzarla. Le ha teso un agguato alle 7 di mattina nel parcheggio della «Meneghello funghi» l'azienda che si occupa di coltivazione e confezionamento champignon presso cui Rita era impiegata da quattro anni. Quando l'ha vista scendere dall'auto con cui le colleghe da qualche giorno la accompagnavano al lavoro, è sceso dalla sua jeep e le è andato in contro con la semiautomatica spianata e, senza dire una parola, ha premuto il grilletto. Poi le ha rubato il portafoglio e, senza fretta, è risalito a bordo della vettura e si è dato alla fuga facendo perdere le sue tracce. È rimasto nascosto per una trentina di ore prima che i carabinieri lo scovassero in un pollaio. Rita era cresciuta a Benin City, in Nigeria, dove aveva avuto tre figli da una precedente relazione, ai quali mandava i risparmi che riusciva faticosamente a mettere da parte: sognava di poterli portare un giorno in Italia. Nel nostro Paese era dal 2017, l'anno dopo aveva sposato l'uomo che sarebbe diventato il suo carnefice. Pellizzari aveva già usato violenza contro un'ex convivente romena, incassando nel 2018 una condanna per minacce aggravate e lesioni. Ora per lui l'accusa è di omicidio aggravato, porto abusivo di arma e minaccia aggravata. A cui si aggiunge anche il reato di rapina per aver sottratto il portafoglio dopo aver lasciato a terra, nel sangue, il corpo senza vita della moglie.



Testi e ricerche Laura Zangarini

Sviluppo grafico Grafici Corriere Online

giovedì, ottobre 07, 2021

Hopper: la poetica della solitudine

 



Non a caso il solitario risolve (e male) il problema della solitudine come ultima spiaggia, mentre altri sono fin troppo esigenti (Anonimo).
In pochi però si presentano disponibili con tutti (o quasi) soprattutto quando le energie vitali non lo permettono...Soprattutto  quando l'interlocutore  ti travolge.
Io non mi sono mai sentito solo, almeno per ora, perché ho sempre percepito la presenza delle persone a cui voglio bene intorno a me. D'altro canto, al contrario, soprattutto tra i miei amici, mi è capitato di percepire il loro sentirsi soli.
In questo caso penso che sia necessario chiedere ed ascoltare la risposta e far comprendere che, nonostante tutto, una presenza su cui contare c'è.
Tuttavia penso che il più delle volte il sentirsi soli ha a che fare con se stessi e che la soluzione, quindi, possiamo essere proprio noi.
I fatti negativi della vita spengono la capacità di amare. Qualche errore lo facciamo noi e cattiverie arrivano dagli altri.
Riflettere e aspettare che l'affettività si riprenda un po' alla volta. Il problema si risolve con un incontro, quello che il tuo cuore andava cercando. A me è successo così.
Tra l'essere solo e percepire la solitudine c'è una grande differenza. Quando sei solo ti manca una presenza, che può essere la moglie o il marito, una fidanzata o il fidanzato. Ne senti la mancanza e la sofferenza ti può schiacciare, ma passa con il cessare della causa che l'ha provocata.
Sentirsi isolati, invece,  non dipende dell'assenza dell'altro, perché i tuoi affetti li hai accanto a te.
Il sentirsi isolato è una sensazione tremenda. Hai tante persone attorno, anche la moglie e i figli, eppure senti una grande solitudine. Significa che il tuo egoismo è incapace di percepire l'amore degli altri.
Questo sentirsi isolato, secondo Cesare Pavese, si cura in un solo modo, andando verso le persone e "donando" invece di "ricevere". Si tratta di un problema morale prima che sociale e bisogna imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri, per le persone che credi di amare. Finché uno dice "sono solo", sono "estraneo e sconosciuto", "sento il gelo", starà sempre peggio. E’ solo chi vuole esserlo. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, ascoltare le loro esigenze, i loro desideri e aiutarli a ottenere quello che cercano. 




lunedì, ottobre 04, 2021

Si lavora male

 


Si lavora per troppe ore e mi sembra deleterio e le pensioni le danno un anno prima di morire. 
E' uno scandalo. Il desiderio è in stretta relazione con i valori, tutti stracciati da quel fenomeno che chiamano progresso. Lo Stato fa di tutto per distruggere la famiglia. Il Sovranismo di destra, l'Europa dei popoli un'utopia. L'unico desiderio che resiste è il sesso che ha invaso l'Universo in sostituzione dell'amore. 
La gente non si sposa, convive e non fa figli per timore di perdere il posto. Ma la verità nascosta è che con l'amore a tempo nessuno vuol assumersi la responsabilità di fare figli.
L'apparenza è il risultato del berlusconismo e chiaramente è un dis-valore. I quotidiani sportivi si interessano maggiormente delle sorelle, compagne e mogli degli atleti. 
Le atlete si fanno fotografare nude per quattrini. A che servono i quattrini in eccesso? Per seguire la moda, consumare disordinatamente, rifarsi il seno, il culo e altro. La comunicazione verbale, ormai soppiantata dai mezzi tecnologici e dai social, si fa sempre più problematica. 
Vai in un qualsiasi ristorante e osserva quello che c'è intorno: la gente non si guarda più negli occhi, non ride più fino ad avere male sulla pancia, si stufa subito di chi gli sta davanti. In compenso, hanno sempre le dita sui tasti del telefono, ormai diventati un prolungamento delle loro stesse braccia. Dobbiamo stare tutti attenti a non farci fagocitare e prediligere ancora il rapporto umano a quello puramente virtuale. 
Secondo me oramai è superata la dicotomia tra rapporto umano e rapporto virtuale. Piuttosto, ora c'è la dicotomia tra vita virtuale e vita reale. Perché i ragazzini di 16 anni, in una tavolata, armeggiano con i loro cellulari? Semplice. Se il sabato sera non postano sulla loro pagina Facebook che si trovano in pizzeria, danno l'idea di essere "sfigati" che non stanno facendo niente. La vita virtuale è quella che appare. La vita reale in fondo è quella che tutti noi viviamo. L'economia dopo circa due secoli è peggiorata, è diventata immorale, perché ha come suo dogma il pensare a se stessi e schiacciare gli altri, il bere, mangiare e consumare a dismisura. Intanto ogni anno milioni di bambini muoiono per una banale diarrea per aver bevuto l'acqua delle pozzanghere. 
Oggi siamo avvolti da superficialità, ignavia, egoismo ed arroganza, tutti elementi che osteggiano profondamente la comunicazione nel senso più alto e profondo, comunicazione che il sistema sembra voler proprio estinguere, anche per esempio con quella che potremmo definire "una forte spinta promozionale" dell'uso degli emoticon in qualunque circostanza. 
Insomma siamo proprio in una situazione molto delicata e complessa.


venerdì, ottobre 01, 2021

Il pianto

 



Quando ero piccolo non mi piacevano le favole solite; mi annoiavo e me ne andavo via, lasciando il narratore, chiunque fosse, con un palmo di naso.
Mi piacevano, invece, le favole paurose, quelle che mi spaventavano.
I racconti gotici, per intenderci. Una, in particolare, sicuramente inventata, se non ricordo male, raccontava in mille maniere diverse sempre lo stesso accadimento: una bambina povera, moriva, ma poiché era bellissima, diventava una stella.
Di solito me la indicavano pure nel cielo, se era possibile farlo.
Quando, dopo le mie petulanti insistenze nel sentirlo, il racconto, che pure conoscevo, si avvicinava all’epilogo, mi mettevo a piangere e mi scagliavo, con tutta la mia rabbiosa debolezza contro chi raccontava, dimentico delle mie insistenti richieste, imputandogli la colpa del mio pianto.
Ricordo che piangevo con le lacrime copiose.
Crescendo smisi di piangere. E, da allora, non ho pianto più. Mi manca il pianto, i singhiozzi, ma ormai è tardi per i rimpianti.
Che grande debolezza non piangere! Piange Achille, piange Ettore, piange Ulisse.
Forse farete fatica a crederci ma finché cadranno lacrime di commozione o compassione il mondo continuerà a girare. Sembra strano ma al pianto non si può comandare e la cosa peggiore è che i miei occhi lacrimano per il freddo o altro, ma non per un pianto, magari di commozione o di compassione.
Ma sono sicuro che da qualche parte c'è chi piange amaramente.
Ora che mi ricordo non ho mai pianto per rimorso.
Anche Gesù pianse nel vedere Lazzaro "sepolto" e vedendo Gerusalemme "tradita".
Anche Pietro pianse dopo aver rinnegato per tre volte Cristo.