domenica 25 giugno 2017

Leopardi e delfini rosa




Tu senti un uccellino, per esempio un usignolo, come lo sentiva il missionario con cui ho fatto un viaggio a Macapà ai bordi del Rio delle Amazzoni....e lui, mentre si andava in jeep, mi raccontava la sua storia.
Lui abitava lontano due ore di jeep dal centro della missione, e io gli dicevo:" Ma non hai paura a stare là?". " Ma no, ci si adatta."
Una sera che era lì sdraiato con la Guzzi 750 e stava ascoltando un usignolo e mi spiegava che gli usignoli che stanno a Macapà hanno lo stesso canto che da noi, soltanto che gli manca l'ultima parte, mi diceva.
Aveva notato che al canto dell'usignolo là mancava un ultimo aspetto della melodia, c'era come una sospensione della melodia.
Mentre stava ascoltando l'usignolo ha udito l'urlo del leopardo che stava avvicinandosi. Allora abbiamo fatto in fretta, su in moto e siamo scappati. E mentre partivamo, il leopardo, con un salto, era lì al posto dove eravamo noi.

(Luigi Giussani)

E i delfini rosa?
Kevin Schafer ha una carriera di 25 anni come fotografo di animali e ambienti naturali. Ma per sua stessa ammissione gli è capitato raramente di ottenere scoop come quello del 2008, quando ha fotografato i rarissimi delfini rosa del Rio delle Amazzoni.
"La ragione per cui sono rosa non è per ciò di cui si nutrono" dice Schafer. "Iniziano con una colorazione grigia, ma il colore rosa viene dalle cicatrici che si procurano lottando con altri delfini maschi. Le femmine sono tutte grigie, ed i giovani maschi sono per lo più grigi".
Fotografare questi delfini ha richiesto un duro lavoro, pazienza ed una certa dose di fortuna. I delfini d'acqua dolce del Rio delle Amazzoni sono infatti molto rari ed in via di estinzione. Si fanno avvistare ben poche volte dall'essere umano, ma sembra vivano lungo tutto il corso del fiume più grande del mondo, dal Brasile al Perù



venerdì 23 giugno 2017

Alla ricerca del bello





C'è un brano del suo "Les contemplations" intitolato l'Eremita (Victor Hugo). L'eremita che si alza al mattino presto e, alla luce di una candela, inizia la nuova giornata nell'oscurità ancora invadente della notte. Man mano che il sole appare all'orizzonte l'arco del cielo si incendia di luce, analogamente come nel suo cuore si fa luce appena inizia a meditare. Meditare significa situare le cose al loro posto. Ecco allora la grandezza ultima dell'uomo profilarsi all'orizzonte: essa risiede nel riconoscere alle cose il loro posto, cioè il loro significato. La dignità dell'uomo sta infatti nella percezione, nel riconoscimento e nell'affermazione dell'esistenza del significato ultimo della realtà Nella percezione della realtà determinata dal "cuore" sorge un iniziale giudizio, quindi un uomo vede se e quanto la realtà in cui si imbatte gli corrisponde e lo soddisfa. Nella percezione determinata dal cuore il punto o il luogo dove l'io non è più l'oggetto o la determinazione particolare che lo fa reagire, non è il potere, ma una realtà dentro di sé, come strumento di paragone nell'impatto con ogni realtà, che assicura la sua unità nell'incontro e nel confronto con tutto.
Un punto microscopico brilla, poi un altro, poi un altro: è l'impercettibile, è l'enorme.
Questo lumicino è un focolare, una stella, un sole, un universo; ma questo universo è niente.
Ogni numero è zero di fronte all'infinito.
L'inaccessibile unito all'impenetrabile, l'impenetrabile unito all'inesplicabile, l'inesplicabile unito all'incommensurabile: questo è il cielo. (Victor Hugo, Les contemplations).


mercoledì 21 giugno 2017

Colori che danzano






Ridondanza color porpora. Drappeggio di damasco desolato. Questo lembo di stoffa che copre ma non scalda. L'amore partorito da un'idea sciocca ingravidata da una speranza disperata. L'amore figlio, livido d'assenza, cerchio d'occhi doppi, marginalmente segnati, profondamente violati. L'amore in fasce, urlante e dissennato, sporadicamente assegnato in premio di passione al primo della lista, eletto senza inganno, soltanto accompagnato al banco dei presenti, la sedia vuota, fredda di negligente temperanza. E guarda, adesso, come quel rosso piega verso il viola, come le labbra gonfie di non detto diventano una maschera di gesso. E rosso e viola. E tiepide le guance grigio orgoglio, scavate dall'interno piano piano. Fantasma dal lenzuolo dissestato, macchie di fumo e buchi di malinconia. Orfano di domani se non per l'illusione, ma è già domani, e la platea è già stanca. Facciamo i funerali più preziosi al sentimento dalle ginocchia blande.  E' nero. Nero di sordità sprezzante, il cielo al quale stendo i lembi nuova-vita. Sfrangiati, sfilacciati, pastello fino per segni che fatico a decifrare. Lembi novelli, non sanno svolazzare, non possono ancorare ad una corda la garanzia di quello che è migliore. Non hanno una madre silenziosa, ingravidata da un padre-ligio-totem. Sono respiri corti, strattonati, veli di profusione cadenti e spiegazzati. E rosso e viola e nero e pastellato. E' d'oro il dente di chi m'ha morso il cuore, d'argento il luccichio d'un pianto muto. E' rosso e viola e nero, l'oro e l'argento e la stella di natale. Non ha finestre, questo presepe di statuine molli. Non ha un coro di voci.  Finestre chiuse e porte già blindate. Giallo d'autore, per galli che sovrastano i palazzi, che cantano per primi ma sono sordi all'eco. E un bianco devastante, che ricompone le tracce del vissuto in una coltre innevata di distanza. E rosso e viola e nero ; l'oro e l'argento e il giallo battibecco. Il bianconulla e la parola fine, laddove niente è mai iniziato per davvero.


lunedì 19 giugno 2017

Naturalmente Mina





C'era una grande luna ieri sera, un po' offuscata da vapori di umidità.
E un grande silenzio.
IL palazzo dove abito è pressoché deserto, tutti scappati via, e non so dove.
Nessuna finestra accesa, nessuna presenza che si indovina dietro le tende degli appartamenti di fronte.
Le ragazze del primo piano dopo una giornata di studio sono uscite anch’esse.
Un po' mi manca la loro musica suonata a tutto volume, De Gregori, Dalla, Mina, persino Edith Piaf e Charles Trenet e le canzoni stupende di Jacques Brel.
E le telefonate chilometriche che la ragazza del pianterreno puntualmente inizia verso mezzanotte, sedendosi sul davanzale della finestra e intrattenendo l'intero condominio sui fatti suoi.
Voci, presenze, vite di cui non so niente scomparse in un giorno e solo qualche traccia, una bottiglia di detersivo sul davanzale del bagno, uno strofinaccio dimenticato ad asciugare sul filo di ferro attaccato al balcone ne testimonia l'esistenza.
Serata di malinconie, forse, dove "l'inferno degli altri" piano piano si trasforma in presenza rassicurante, nel tranquillo farsi della quotidianità, che scandisce ogni giorno e dà l'illusione di essere al riparo.
Però è bello questo silenzio dimenticato ,anche se si mescola ad una certa inquietudine uguale a quella che può prendere quando ci si ritrova senza esserci preparati davanti ad uno specchio. E non ci si riconosce.
Ma sono io quello?



sabato 17 giugno 2017

Ventisettesima ora





Ne parliamo, ci arrabbiamo, invochiamo un cambio di mentalità quando si parla di donne. Vogliamo essere giudicate per quello che facciamo e non per il nostro aspetto, vogliamo avere le stesse opportunità di un uomo sul lavoro, vogliamo essere considerate come persone e non fidanzate-mogli-mamme. Giustissimo, però... Però capita poi che quasi tutte ci caschiamo. Quasi tutte — magari non sempre, ma succede, eccome se succede — indugiamo su come è vestita una collega («ma non vede come le sta male quella gonna, poteva mettersela un po’ più corta già che c’era...») o facciamo lo sguardo di chi la sa lunga quando incrociamo per strada una donna che si accompagna con un uomo molto più grande o molto meno bello («chissà perché sta con lui eh...»). Quasi tutte siamo state sfiorate almeno una volta dal dubbio che quando una donna ottiene molto professionalmente, dietro ci sia una qualche scorciatoia spianata da un uomo («ma come? Non sai con chi era fidanzata?») e se sciaguratamente quella donna è anche mamma, ecco la nuvoletta: «Ma suo figlio nel frattempo come cresce? Con chi sta?».
Quello che spesso ci affanniamo a dire è che il maschilismo è vivo e in ottima salute. Ma non ragioniamo forse abbastanza sul fatto che tantissime donne sono le prime ad essere maschiliste e sessiste. Ha ragione Errico Buonanno quando lo scrive su pagina99. Quando scrive che sono soprattutto le donne a meravigliarsi del fatto che stia più lui con i figli rispetto alla moglie, che sono le donne a dirgli «bravo» quando porta i bambini al parco, frase che ovviamente mai direbbero a una donna che fa lo stesso. Ed è vero. Siamo noi donne che ci spertichiamo in complimenti se un uomo — specie, va detto, se non si tratta del nostro — fa il bucato, apparecchia la tavola, magari ogni tanto addirittura lava il pavimento. «Che fortunata sei, sa anche cucinare». Che lo faccia una donna è normale, se invece è lui a buttare la pasta, beh allora è una fortuna. E se quell’uomo magari rifà anche il letto, a quel punto siamo pronte a trillare per l’entusiasmo: «Noooo, tuo marito rifà anche il letto?». Applausi. Ma perché? Perché siamo maschiliste.
Lo siamo quando commentiamo le foto di Agnese Renzi, quando la giudichiamo per l’abito che ha scelto, le scarpe, la pettinatura. E lo siamo — in maniera violentissima, provate a dare un’occhiata ai commenti che ci sono in rete — quando vediamo coppie come quella formata da Hugh Jackman e sua moglie Deborra-Lee Furness: «Ma come fa a stare con quella uno come lui?»; «Sembra sua zia»; «Potrebbe andare con una top model ventenne e invece sta con quella cicciona». E sono soprattutto le donne a ritenere inconcepibili simili accoppiate. Magari sono le stesse che poi si indignano se vengono giudicate per come appaiono e non per come sono. Inutile dire che uomini meno affascinanti della compagna con cui stanno suscitano decisamente meno reazioni. Anzi, in quel caso ti viene da pensare che lei ci sta «perché é ricco» o «perché é famoso». Logico, non fa una piega.


venerdì 16 giugno 2017

Le fasi dell'amore






Eppure, strapparsi alla menzogna e star lontani da questa potrebbe essere proprio la via più facile e semplice per vivere un rapporto sereno (ma anche una vita serena).
Io sono convinto che l'amore non è che finisca, come si suol dire, ma si trasforma in altro, continuamente... Ci sono molte fasi.
Così come la fase del corteggiamento passa, passano anche le altre.
Poi diventa una sorta di routine, ma non negativa (a meno che le cose non prendano una piega noiosa), intendo una routine positiva del sentimento.
Entrano in gioco nuove cose, nuove prospettive, e l'amore ha nuove luci e sfumature, diverse dall'inizio o dalla fase appena precedente.
E' vero che oggi sempre più persone si arrendono al primo cambiamento di fase... ma forse è perché a tutti piace la fase iniziale?
La fase iniziale è una menzogna. E' inficiata dall'attrazione fisica violenta ma destinata a spegnersi.
L'amore è muoversi verso l'altro, ascoltare le sue esigenze ed esaudirle. Se l'altro fa movimenti identici c'è l'abbraccio liberatorio.
In ogni caso più che una scelta è una vocazione.

giovedì 15 giugno 2017

Dovrebbero portare una maschera





Schopenhauer a me è simpatico assai, soprattutto per come tratta Hegel. Egli scrive:
"Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per aver torto, si diventa offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passa dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacca in qualche modo la sua persona.”
Il Nostro aggiunge due maniere per evitare questa deriva:
a) Far finta di niente;
b) Evitare di mettersi a discutere con chiunque capiti.
(Alla prescrizione b, aggiungerei una postilla personalissima: non c’è alcun motivo di discutere con chi ha torto.)
Eppure il Nostro, avvertendo la possibilità che si possa, nonostante ogni buona volontà, finire nel gorgo delle offese e della trivialità, suggerisce alcuni insulti che potrebbero essere utili all’abbisogna.
Per esempio:
" Vi sono certi individui sul cui viso è impressa una tale ingenua volgarità ed una tale bassezza del modo di pensare, nonché una tale limitatezza bestiale dell’intelletto, che ci si stupisce come mai siffatti individui abbiano il coraggio di uscire con un simile viso e non preferiscano portare una maschera."



martedì 13 giugno 2017

La barbarie impunita





Un grande avvocato si presentò in tribunale per difendere lo stupratore. Con un filo e un ago. Con la sinistra reggeva l'ago muovendo la mano e con la destra dimostrava che il filo non poteva penetrare nel forellino dell'ago in movimento.
Questa trovata fu sufficiente per far assolvere lo stupratore.
Lei è una ragazzina di appena quindici anni e come tutte le ragazzine di quell'età andava a scuola e forse sognava l'amore.
Otto cittadini italiani l'hanno stuprata ripetutamente con tutta la violenza che un simile atto comporta.
Ora sono liberi, girano tranquillamente per il paese o la città, non ricordo quale, mentre la vittima non gode di nessuna protezione.
Marinella è stata stuprata a quindici anni e l'intero paese si è schierato in difesa degli stupratori, lasciandola sola.
Non ha più messo piede a scuola, vive probabilmente nella vergogna e nel terrore che questo possa accaderle di nuovo.
I suoi stupratori se la sono sfangata con un servizio civile : se sei italiano e ti penti il tuo pentimento basta a salvarti dalla galera.
Gli stupratori italiani sono degni di un occhio di riguardo sia da parte di molta della pubblica opinione sia per quel che riguarda concessioni di sconti di pena, attenuanti ed eventuale criminalizzazione della vittima. Poi, pacificatore, scende l'oblio.
Se lo stupratore è un immigrato non si parla d'altro per mesi e le condanne sono molto più severe.
Lo stupratore di Capodanno se ne sta tranquillo a casa e la ragazza violentata è stata accusata di essersela andata a cercare perché si era ubriacata.
Poi c'è lo stupro di gruppo di Ferragosto, stesso destino.
Quello del San Valentino, invece, è finito con 11 anni di galera: gli stupratori erano rumeni.
Il Viminale ha pubblicato gli esiti di un'indagine da cui risulta che gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci.
Secondo i dati del ministero dell’Interno risulta di nazionalità italiana il 60,9% degli autori di stupro. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è di nazionalità romena, mentre il 6,3% risulta marocchina. Le vittime, precisa il ministero dell’Interno, sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e di nazionalità  italiana (68,9%).

lunedì 12 giugno 2017

La scelta di convenienza





Forse sono le 'scelte' a fare la differenza. La maggior parte del mondo abituale sta con il nero e il bianco insieme, insomma un coperchio per ogni pentola pur di aver una vita tranquilla, ma l'adrenalina che distingue i giorni (spesso anche nella sofferenza) è la fedeltà e la sequela a una 'scelta' che ti costringe a schierarti e a rimanere 'vivo', come diceva Oriana Fallaci, sempre con il fucile in mano alla finestra, a difesa dei tuoi valori.
Vero è che spesso le persone a sostegno delle stesse scelte, possono fare la differenza, anzi, ci sono momenti in cui sono necessari per non “mollare il passo” ma l'Amico per eccellenza è sempre uno solo e quello e Lui non ci abbandona.
Credo che sia questa la condizione umana: non poter avere mai la visione d'insieme.
D'altra parte in questo modo ciascuno si esprime tutto quello che accoglie e capta della realtà in cui siamo immersi.
L'individualità ci rende persone, belle o brutte, secondo le nostre scelte.
Diamo per scontato di avere fede. Ci siamo abituati alla Messa domenicale o giornaliera. Sì facciamo tutto per abitudine fino a quando un'autocoscienza, che prima di tutto è una percezione chiara e amorosa di sé, non ci fa capire che l'Amore a Dio deve rinnovarsi ogni giorno. Rinnovare la consapevolezza al proprio destino.

sabato 10 giugno 2017

Un bicchiere di vino rosso






L'assenza non è nulla.
Un tavolo poggiato contro l'oceano del silenzio,
dell'inchiostro, della carta.
Tutto è molto forte, la notte svanisce o
la notte viene, non ho paura.
La testa un po' inclinata, guardo solo il foglio di carta.
Le parole volano via e tu sei là. L'assenza non è nulla,
un po' di tempo purissimo per inventare domani.
L'assenza è un'assoluta neutralità, indifferenza,
quiete apparente, stasi, uniformità opalescente
e grigiore appena tiepido.
Io non c'entro nulla con le more nei boschi d'estate,
le conversazioni attorno al tavolo di cucina sgranando piselli,
il profumo delle mele in cantina,
la voce di chi si ama che dice più di
quanto dicano le parole,
il rosso cupo di un bicchiere di Porto da centellinare,
il lieve fruscio della dinamo contro la ruota
durante una pedalata notturna.
Istanti preziosi, che vanno colti nella loro
immediatezza e assaporati con tranquillità.


La Première gorgée de bière et autres plaisirs minuscules


giovedì 8 giugno 2017

Riflessioni ragionevoli




Ragionevole è chi sottomette la ragione all'esperienza. Ma cos'è la ragione? Oggi, infatti, è come se si fosse smarrito il concetto di ragione, così che la speranza si riduce al sogno vago di un futuro avvertito allontanarsi sempre di più da un presente che non soddisfa. Su tutto sembra prevalere l'immagine tragica dell'ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l'ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giosuè Carducci in una sua poesia "Su Monte Mario". Noi, invece, non possiamo rassegnarci che tutto finisca nel nulla, il nichilismo. La natura stessa della ragione grida: "Esiste un significato!", ciò che anche Kafka afferma: "Esiste un punto di arrivo". L'obliterazione dell'idea di ragione come apertura positiva al reale mi desta molta preoccupazione. L'esperienza, invece, causa una sincera attenzione ai bisogni veri dell'uomo. La ragione come libertà ridotta a puro parere, opinione e istintiva, snerva nell'uomo la creatività e lo rende schiavo dell'istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze personali. Il mio punto di arrivo non è certamente il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro. Nessuno può generare se non è stato generato. E' la fedeltà a una Presenza quello che fa del cristiano un diverso.

martedì 6 giugno 2017

La noia esistenziale





La teoria dell'informazione, quale metafora, si potrebbe applicare anche alla noia, nei suoi aspetti di non-sorpresa e non-originalità. Un'informazione eccessiva, ridondante non comunica e crea solo confusione. Annoia pure una percezione prolungata nel tempo, spettacoli, dissertazioni prive di vivacità, la monotonia di un paesaggio anche se scorre sotto gli occhi. Escluderei gli ambienti, sia pure sempre uguali, ma per qualche aspetto mutevoli, o una personalità con una propria identità di base, ma poliedrica quando è richiesto.
In sé nulla è noioso, perché la noia è un vissuto soggettivo, la cui soglia è variabile. Dipende da precedenti esperienze e personali inclinazioni. “A chi più sa perder tempo più spiace” (Dante).
Si rivede un film per rivivere emozioni e identificazioni; si rilegge un libro per reinterpretarlo o perché è il “nostro romanzo”; un saggio per ri-assimilare un argomento che ci sta a cuore. Una tematica m'interessa se suscita associazioni e memorie, confronti stimolanti e contrasti da ridefinire.
Se la vita oscilla tra noia e dolore, la noia è un pendolo tra norma e patologia, tra routine framezzata da mete, e un drammatico senso di vuoto. Oggi testimoniato soprattutto dai giovani, le cui reazioni di rado sono costruttive.
L'altra faccia della noia è la curiosità, che ci spinge a conoscere per piacere o perché è necessario. La sua fine segnerebbe quella della civiltà e della Storia. Tuttavia chi è capace di essere curioso è più esposto alla noia; specie se vi è costretto. Infatti, la sperimentano solo gli uomini o, secondo alcuni, gli animali obbligati a conviverci.
Chi è “noioso”? Chi replica copioni invariati, inamovibile dalle sue idee da aggiornare, chi non distingue ciò che è importante, e infarcisce un racconto con particolari superflui o svianti, ignora l'ironia e l'umorismo, non abbandona un argomento trito e senza proporre visioni alternative. Non conosce lo stile comunicativo modulato secondo le circostanze e duttile. Potrà possedere altre doti, ma non la sensibilità per accorgersi che sta tediando


lunedì 5 giugno 2017

Il significato delle cose






La scienza indaga "come" l'embrione determini il successivo effetto, mettiamo il feto. Non indaga per quale fine lo determini, ovvero del perché lo determini. In altre parole, la scienza si occupa della vita, di come essa si determini, e non di quale sia il fine della vita: la scienza si occupa di determinismo, non di finalismo.
La morte della conoscenza è pensare che sia già stato tutto compreso, e già elaborate tutte le regole per giungere alla comprensione delle cose. Ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, non è che una piccola parte della realtà, e la metodologia che ci siamo dati è un'inquadratura "di comodo" per poterci dare un certo ordine.
Francamente è più preciso dimostrare qualcosa con linguaggio logico della matematica che letterario. Dimostrare l'esistenza ma non comprenderla.
Lui comprende Noi ma noi siamo troppo piccoli non in volume, peso o altro. Noi siamo piccoli in Sapienza.
A me interessa l'uomo. La conoscenza scientifica di Galileo riguarda principalmente qualcosa che accadeva. La Terra ruotava attorno al Sole. La scoperta di Galileo ha dato la felicità all'uomo?
Oggi ho letto che in Italia circa 10mila ragazze tra i 14 e i 19 anni hanno avuto un figlio.
La scienza si pre-occupa di queste madri-bambine?
La conoscenza riguarda il reale, cioè il fine ultimo delle cose.
Puoi osservare un campo di grano, una vigna, un uliveto e si capisce che il significato ultimo di queste cose è permettere all'uomo di nutrirsi. Tutta la natura ha questo significato.
Perché? E' una casualità, oppure il mondo è al servizio dell'uomo.
Il nesso è tra la natura e l'uomo.
Cosa rende possibile di andare oltre quello che ci appare?
Ciò che non è ancora stato toccato o accertato direttamente nei sensi vitali è nell'esistere nel suo essere più proprio, nella sua essenza. Questo è già un 'inizio molto profondo di ciò che continua a variare troppo nella scienza e anche metafisica".

 

domenica 4 giugno 2017

Forse domani vedremo meglio





L'offerta è una tavola imbandita che offre coreografiche ed elaborate squisitezze, con cibi che sembrano a portata di mano, ma in realtà costano tantissimo in termini fisici e psicologici. Quel di cui avremmo bisogno è semplicemente pane e olio ma il desiderio indotto ci fa sentire tesi verso l'apparente varietà di offerta. E mischi un pasticcino a una tartina, aggiungi uno shakerato E123, ripassi al tavolo per una meringa e poi ti dai del coglione per la nausea allo stomaco. Se l'anoressia psicologica fosse un segno del percorso verso un rifiuto -nausea- potrebbe essere anche un passaggio auspicabile. Mi passa l'appetito verso qualcosa che non nutre né spirito né corpo. Ma dove si trovano pane e olio, amici?
Cos’è la vita? Cos’è l’amore? Cos’è la morte? Da quando vi sono uomini che pensano, queste domande fondamentali non hanno cessato di impegnare il loro spirito. Da millenni, le grandi religioni si sono sforzate di fornire le loro risposte. L’uomo stesso, non appare, allo sguardo penetrante dei filosofi, nel suo essere, indissolubilmente “homo faber”, “homo ludens”, “homo sapiens”, “homo religiosus”? E non è a quest’uomo che la Chiesa di Gesù Cristo intende proporre la buona novella della salvezza, portatrice di speranza per tutti, attraverso il flusso delle generazioni e il riflusso delle civilizzazioni?
la vita è un dono ricevuto che contempla in sè la responsabilità ma anche il libero arbitrio. Quando la scelta di restituzione del dono propende, per varie ragioni, verso il diniego, è semplicemente un problema di non aver trovato (forse non cercato?) quella “ragione" in grado di propendere verso il positivo, verso la sua accettazione nel bene e nel male. Non è un problema di ordine morale. E' un problema di spendita esistenziale.
C'è una frase molto bella di Elisabeth Kubler Ross: “Le persone sono come le vetrate. Scintillano e brillano quando c'è il sole, ma quando cala l'oscurità rivelano la loro bellezza solo se c'è una luce dentro.» Scoprire quella luce dentro ognuno di noi, le chiavi per accedervi, attraverso chi o cosa, è il vero senso del dono.

venerdì 2 giugno 2017

Mostrare la propria bellezza






Il Financial Times, lo sappiamo tutti che si occupa di economia e finanza,
ma si diverte, anche, a censurare le cattive abitudini degli europei, ha pubblicato un servizio secondo il quale l'Italia è il paese più nudo d'Europa, intendendo la nudità esibita non solo nelle strade, ma in televisione, nella pubblicità, al cinema.
Lanciare un frigorifero con una donna poco vestita è diventato una specie di must dal quale i nostri geni della comunicazione non sono capaci di sganciarsi.
Ci si chiede: "Perché la donna si mette in mostra?".
Per piacere personale o per piacere di mostrarsi al prossimo?
Il filosofo e il semiologo non sanno dare risposte precise a questo interrogativo, forse retorico ma corrispondente a una realtà che stiamo vivendo giorno dopo giorno e non soltanto da adesso.
il capitalismo è maschio e fa del mercato il suo dirigibile e sistemizza l'induzione al consumo tramite i media (tutti diretti da maschi). Risultato: una merce materiale ed immateriale vendibile ai maschi in cui le donne trovano azione da attrici: quindi vanno bene vallette, veline, ecc. Il potenziale di acquisto è sempre maschile, cioè quello che prevalentemente ha reddito e che caccia i soldi per l'acquisto del frigo. E dato che il sistema ha un congegno anestetizzante così ben fatto che nessuno si accorge di essere funzionale al mero denaro. Mi chiedo: le donne quando inizieremo seriamente a protestare?
Molti pensano che soltanto mostrando il proprio corpo sia possibile attirare l'attenzione e l'interesse popolare con il risultato di scatenare le critiche di chi vorrebbe altri spettacoli e di chi per interesse che non è morale, come il settimanale inglese, non lascia passare occasione senza metterci alla berlina.
Ma la strada è questa e forse dovremo percorrerla fino al traguardo della banalità.
Non mi stancherò mai di dire che ormai viviamo in una società dove conta solo l'apparire, non la sostanza, e il corpo nudo è il simbolo stesso della mercificazione che ormai si fa anche dell'essere umano.
Le donne non fanno nulla per invertire questa tendenza: anzi si preoccupano sempre più del loro aspetto e si mettono in competizione tra di loro, anziché rivendicare il diritto ad essere considerate persone e non oggetti.