lunedì 15 ottobre 2018

Il protagonismo esasperato







I censori, i cloni inesistenti, i manipolatori, i commentatori ossessivi,
i moralizzatori, i provocatori... esistono soprattutto
in virtù di uno schermo che non fa altro che esaltare
all'ennesima potenza la volontà di “disturbo”.
In questo blog, da sempre, ho scritto con impegno
e con spirito di leale approfondimento di “argomenti umani”.
E' un peccato “disturbare“ questo impegno onesto,
a volte anche interessante, “sano”.
Peccato per chi legge e per chi scrive.
Anche se tra “gli argomenti umani” si contempla, ahimè,
la voce di disagio, di vittimismo, protagonismo
che anima questi elementi di disturbo.
Credo che, più della la moderazione dei commenti,
sia utile ignorare, tirare avanti, giacché spesso
l'indifferenza è l'unica arma per distogliere
la voglia di insudiciare che anima la presenza di commenti
non pertinenti, offensivi e inutilmente cattivi.
C'è chi, oltre al lavoro ed al dovere,
investe il proprio tempo in passioni ed approfondimenti
per continuare ad avere contenuti e non "morire" nell'apatia.
C'è anche chi, per conformismo/invidia o repressione di
qualcosa di ben più profondo, ritiene divertente
ostacolare la strada dei sopracitati.




venerdì 12 ottobre 2018

La cavalcata del luogo comune







Il luogo comune ha una caratteristica assimilabile alla sentenza o massima per il fatto che affermi l'universale sul particolare. E' proprio questa universalità che rende l'affermazione vera o almeno veritiera e in qualche modo condivisibile dai più. Il luogo comune non ha però , almeno secondo me, il carattere etico che Aristotele riconosceva alla massima o sentenza il carattere etico deve essere ricercato in una sorta di trasmissione di un proposito di chi usa la massima, per essere più chiari... il luogo comune tende a descrivere superficialmente una certa cosa, la massima o la sentenza ha uno scopo didattico ha una finalità trasmissiva di sapere e di conoscenza. la sentenza o massima era importante perché consentiva di guardare in una prospettiva non allineata, dove la perspicacia , il colpo d'occhio doveva essere forte ed imponente perché fulmineo, spesso espressione della saggezza del vecchio o del buon senso popolare indicava una strada obliqua. Funzionava da apertura da cui guardare non da chiusura allo sguardo.
E' da chiarire questa cosa, perché è importante. Oggi noi abbiamo luoghi comuni che sostituiscono le massime e le sentenze che abbiamo ridotto d'importanza tracciandole solo come semplici aforismi o proverbi. C'è un distacco netto tra il senso delle nostre parole e le loro.
Il luogo comune non è una dimostrazione, ma una affermazione ritenuta vera, “a prescindere” dal suo contenuto di verità, capace di nutrire la vanità. Dunque, esso evita la fatica critica di dubitarne.
“L’ha detto il telegiornale”, dunque è vero.
L’efficacia del luogo comune spiega (ce l’hanno spiegato gli antichi) il successo di certi politici che del luogo comune hanno fatto il loro instrumentum regni.


Piccolo elenco del luogo comune:
L’amore è cieco
Meglio il libro del film
È tutta invidia
È intelligente ma non si applica
Una volta ci si divertiva con poco
La palla è rotonda
I ciccioni sono simpatici
Si stava meglio quando si stava peggio
Il tempo aggiusta le cose
Sono sempre i migliori a morire
Gli uomini sono tutti stronzi
Era tanto una brava persona
Sarà la primavera



mercoledì 10 ottobre 2018

Mami nell' infinito








Vorrei scrivere quanto amo ancora mia mamma ma non mi escono le parole.

Vorrei scrivere della sua anima bella e pura e di quanto ci ha disperatamente 

amati.

Vorrei scriverLe che non voglio perderla nell'infinito...

di non dimenticarsi di me, soprattutto di aiutare suo figlio. Io non riesco.

E lo so che l'amore è per sempre.

Lei mi è stata madre e figlia.

Ora capirà davvero


quanto l'ho amata.



Post scritto da Lara.

lunedì 8 ottobre 2018

Scrivo lettere e tristezza








Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non sapeva chi era. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così (Calvino).
Anche le città credono d'essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura.
D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Nel romanzo "Furia" Salman Rushdie definisce New York una città di mezze verità ed echi che in qualche modo domina la terra. Si può odiare questo dominio oppure si può celebrarlo, o ancora rassegnarvisi, ma resta un fatto: New York è il plesso culturale della realtà americana, in tutto il suo eclettismo, la sua emotività, la decadenza, l'intelligenza e il potere. Le mezze verità non sono sufficienti perché l'uomo occidentale, malgrado il suo sapere corre il rischio di arrendersi davanti alla questione della verità. New York è la città ideale per chiedere:" Voi cosa state cercando?" e chiedersi: "Io cosa sto cercando?". La curiosità di una domanda allarga la ragione perché dilata l'orizzonte del conoscibile. Il cuore intuisce già che l'orizzonte è più ampio di quanto il mondo oggi affermi. La nostra capacità di indagare le cose con la ragione è ispirata dal presentimento del cuore che esiste qualcosa di più grande. E per questo che l'uomo non raggiunge la felicità qualsiasi cosa ottenga. Come ha scritto Montale nella poesia "Maestrale" rincorre la gioia spingendosi sempre "più in là".





S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiarìa
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto co' tuoi raccolti diti
protesi in alto, guarda:
sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai:ché tutte le cose  pare sia scritto:
«più in là»



domenica 7 ottobre 2018

Così funziona la vita








L'Io di una persona ha meccanismi antagonisti alle necessità disposte dall'esercizio del potere. Il desiderio intimo di ogni essere umano è vivere di cuore, di animo, di calore, di scambio. Ma dato che il potere è esercitato da esseri umani la dissociazione conseguente innesca un meccanismo che vuole spersonalizzati  (anche se in maniera opposta) sia i detentori del potere sia i poveri fruitori. E così tutti ci ritroviamo privati della nostra intima libertà.
Nel tentativo di aggrapparsi ad un sistema ideologico che funzioni come ancora di sicurezza l'uomo delega inerme il proprio stanco consenso a chi ha più salvagenti da offrire.
Accade anche un'altra cosa. L'accesso al potere sembra vicino, tangibile (B. passa come uno che si è magicamente e semplicemente fatto da sé) così da indurre una visione piramidale distorta in cui l'esercizio del potere avviene esercitando pressione su quello più debole, sul basso.  E così l'italiano lo esercita sullo straniero, il maschio sulla femmina,  l'adulto sul minore e così via degradando.
Insomma, esercito, dunque sono.
Il Potere che ci circonda, come un leone ruggente alla ricerca di chi divorare, tenta di ridurre la persona. Questo è oggi il programma del potere.  Per raggiungere l’obiettivo prefissato il potere cerca  il consenso della persona. Per ottenerlo è però necessario che la persona non conosca se stessa. Tutto lo sforzo del potere si concentra nel ridurre e soffocare i desideri costitutivi dell'io attraverso una opportuna atrofizzazione, che provoca realmente un eunuchismo. Il potere cerca di tagliare alla radice la possibilità dei desideri, atrofizzarne la sorgente, ridurli, dando all'uomo l'osso su cui farlo rodere.


venerdì 5 ottobre 2018

Qualcosa che quieti l'anima







Ci sono poche cose che ci aiutano ad intuire, facilmente, cos'è quel "misterio eterno dell'esser nostro", come  Leopardi chiamava l'io di ciascuno di noi, come l'ascoltare la musicalità di un canto, la bellezza dello stesso, che riesce a far vibrare il cuore.
Leopardi la chiama "la sublimità del sentire".
Pensiamo all'emozione ,alla commozione che prova il cuore di chi ama la musica, se non è distratto da inutile cose, di chi ama ciò che lo sguardo incontra: il reale.
"Misterio eterno dell'esser nostro", Leopardi con questa frase riafferma la positività del Destino in ciascuno di noi e il grido del cuore dell'uomo è così forte e potente e bello che non si può non sentirsi trascinati e dire "già, è vero
Noi che non cerchiamo qualsiasi cosa, ma cerchiamo un bene, anche in mezzo alla confusione, cerchiamo qualcosa che "quieti" il nostro animo.
Dante (purgatorio XVII): "Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l'animo e desira;/ per che di giunger Lui ciascun contende.
Cerchiamo un bene, ma non riusciamo a definirlo; ma la ragione ci dice che ognuno di noi vorrebbe giungere a Lui. E la vita diventa un'avventura.
La vita è un'avventura, perché è la ricerca di quel bene nel quale il nostro animo si quieti.
Certo che se uno vive in un nascondiglio, come fa a vivere l'avventura in cui noi siamo destinati?

Dante è unico. Leopardi molto complesso. 
La sua avventura finisce male e diventa il precursore del nichilismo.
Quando leggevo Leopardi non mi era amico. 
Rappresentava molto meglio di quello che avrei saputo fare io, 
quello che io sentivo, ma non mi era amico: era un'autorità fuori di me.
 Un po' per curiosità, un po' per dovere ho incominciato a capire certe cose. 
Leopardi mi spiegava le ragioni del suo essere malinconico 
e io non condividevo. I suoi lamenti li sentivo veri ma aumentavano
 la mia malinconia. Un motivo in più per essere in contrasto con lui,
 ma non solo non ero in contrasto, anzi mi diventava amico. 
Avevo compreso che uno ti diventa amico nella misura in cui tu lo interiorizzi, 
vale a dire, comprendi le ragioni del perché lui ti rappresenta.


giovedì 4 ottobre 2018

Si muore anche per mancanza d'amore






La peggiore malattia oggi è il non sentirsi desiderati
né amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, 
ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d’amore.
Ognuno ha bisogno di amore.
Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, 
e di essere importante per l'altro.
Pochi sanno accogliere senza riserve, possiamo solo dare ciò 
che abbiamo nel modo che sappiamo, e la felicità
 è solo una conseguenza.
La persona triste difficilmente riesce ad amare gli altri,
 ci vuole una grande forza interiore per staccarsi dal sé fisico
 e proiettarsi nello spirito. Oltre la testa, il raziocinio, quando
 è lo spirito a guidarci allora non cerchi risposte perché sono già in te.
 E’ nel nostro lato oscuro che si muovono i dubbi, 
i tormenti salgono dal basso, inquinano la nostra anima
 annullando la nostra capacità di amare. Questo a qualsiasi livello, laico, e non.


Madre Teresa aveva una grande capacità di amare: cosa vuol dire esattamente? Credo che sia il saper dare tutto, ma ancor di più accogliere in sé l’altro.

Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di ridere
È la fonte del potere
È il più grande potere sulla Terra
È la musica dell'anima.
Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
È il segreto dell'eterna giovinezza
Trova il tempo di leggere
Trova il tempo di essere amico
Trova il tempo di lavorare
E' la fonte della saggezza
E' la strada della felicità

(Iscrizione trovata sul muro
della Casa dei Bambini di Calcutta.)








martedì 2 ottobre 2018

Il grande avvocato







Un grande avvocato si presentò in tribunale per difendere lo stupratore. Con un filo e un ago. Con la sinistra reggeva l'ago muovendo la mano e con la destra dimostrava che il filo non poteva penetrare nel forellino dell'ago in movimento.
Questa trovata fu sufficiente per far assolvere lo stupratore.
Lei è una ragazzina di appena quindici anni e come tutte le ragazzine di quell'età andava a scuola e forse sognava l'amore.
Otto cittadini italiani l'hanno stuprata ripetutamente con tutta la violenza che un simile atto comporta.
Ora sono liberi, girano tranquillamente per il paese o la città, non ricordo quale, mentre la vittima non gode di nessuna protezione.
Marinella è stata stuprata a quindici anni e l'intero paese si è schierato in difesa degli stupratori, lasciandola sola.
Non ha più messo piede a scuola, vive probabilmente nella vergogna e nel terrore che questo possa accaderle di nuovo.
I suoi stupratori se la sono sfangata con un servizio civile : se sei italiano e ti penti il tuo pentimento basta a salvarti dalla galera.
Gli stupratori italiani sono degni di un occhio di riguardo sia da parte di molta della pubblica opinione sia per quel che riguarda concessioni di sconti di pena, attenuanti ed eventuale criminalizzazione della vittima. Poi, pacificatore, scende l'oblio.
Se lo stupratore è un immigrato non si parla d'altro per mesi e le condanne sono molto più severe.
Lo stupratore di Capodanno se ne sta tranquillo a casa e la ragazza violentata è stata accusata di essersela andata a cercare perché si era ubriacata.
Poi c'è lo stupro di gruppo di Ferragosto, stesso destino.
Quello del San Valentino, invece, è finito con 11 anni di galera: gli stupratori erano rumeni.
Il Viminale ha pubblicato gli esiti di un'indagine da cui risulta che gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci.
Secondo i dati del ministero dell’Interno risulta di nazionalità italiana il 60,9% degli autori di stupro. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è di nazionalità romena, mentre il 6,3% risulta marocchina. Le vittime, precisa il ministero dell’Interno, sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e di nazionalità  italiana (68,9%).



lunedì 1 ottobre 2018

La morte biologica dell'Europa







George Steiner non mi è simpatico; ma devo riconoscerne l’acutezza di pensiero e una certa continua sua tensione intellettuale che finisce per fondersi con la tensione morale.
Quando ebbe a sostenere che, con l’eccidio nazista, l’Europa si era suicidata, c’è poco da essere antipatico, devi sbattere la testa su quel pensiero e su quello che comporta. Già! Aver distrutto il mondo di Kafka, Kraus, Celan, Mahler, ecc., non fu forse la distruzione dello spirito dell’Europa ,cioè di un’identità, senza la quale ci resta un’Europa geografica e commerciale? E lo spirito dell’Europa non era forse un tentativo di sincretismo fra Atene, la città dell’Uomo, e Gerusalemme, la città di Dio? Lo spirito europeo non è forse il tentativo di negoziare il logos con l’imperativo della Rivelazione divina proclamata dai Libri? Dalla Torà non meno che dal Vangelo, dalla Bibbia, dal Corano? L’Europa non è forse la ricerca della convivenza fra Aristotele e Maimonide?
Il compromesso fra le due città, non c’è stato sempre, oscillando fra le due città, a volte tendendo verso Atene, a volte tendendo verso Gerusalemme senza che mai una delle due prendesse il sopravvento o riuscisse a distruggere per sempre l’altra.
Un adattamento del genere non è facile, per niente facile: per ottenerne uno soddisfacente, le grandi idee umane devono tornare ad essere patrimonio dello spirito europeo, le grandi idee umane devo essere la cultura viva e critica che identifica ogni europeo. Una volta Thomas Mann, conversando di un conoscente comune con un amico, gli chiese perché mai ritenesse che il terzo non fosse europeo. La risposta fu:
"Perché non capisce niente delle grandi idee umane".
Noi europei capiamo le grandi idee umane? Abbiamo ancora la cultura viva delle grandi idee umane? Abbiamo ancora la capacità di concordare le due città?
Temo di no, avendo abdicato al pragmatismo americano che, certo, non è noto per una particolare sensibilità verso la "memoria".


sabato 29 settembre 2018

Il riposo della mente








Se non dimenticassimo finiremmo tutti come Seresevskji ,  il mnemonista di Aleksandr Romanovic  Lurija ,in preda ad una memoria talmente affollata di ricordi, da creare un duplicato caleidoscopico e labirintico della realtà, impossibile da governare. Un doppione così intricato, folto, ridondante e linkato, da non permettere più di ricordare, con ordine e pertinenza, i fatti, le persone e gli oggetti della vita reale.
Dobbiamo capire se l’oblio della mente è un vuoto che non è più colmabile nonostante i nostri sforzi di recuperare il tempo perduto  o se questi vuoti della memoria sono essenziali all’equilibrio psico-fisiologico della nostra vita cognitiva perché impediscono quella pienezza troppo patologica, strabordante e straripante, di Seresevskij e di altri mnemonisti, che aumenterebbe talmente il potere della nostra memoria da renderlo nemico della memoria stessa, fino a impedirci di parlare della nostra vita con ordine e precisione e addirittura di agire nel mondo da persone normali.
E’ forse possibile che questi vuoti così importanti e fisiologici siano al contempo inaccessibili, ma colmabili attraverso strategie mirate del ricordo, attraverso itinerari particolari segnati dentro il fitto bosco della memoria.
Del resto se, come abbiamo detto, l’oblio è, insieme alla memoria, una funzione fondamentale della nostra conoscenza è anche vero che il nostro cervello immagazzina ed elabora una quantità straordinaria di ricordi e di informazioni e che tutti noi crediamo di essere persone umane, dotate di un Sé unitario, grazie al fatto che sentiamo di contenere nella mente i fatti della nostra vita e di poterli raccontare a noi stessi e agli altri in qualsiasi momento. Inoltre è stato dimostrato che gran parte del nostro sapere e della nostra vita sta nascosto nella nostra mente in modo inconscio e implicito e che può essere richiamato alla nostra attenzione cosciente quando se ne presenti l’occasione o la necessità.


venerdì 28 settembre 2018

La comunità dei credenti






E' riduttivo vedere
da una parte la riconduzione del fatto cristiano a un logos ancorato alla cultura dominante, da cui il trionfo di uno storicismo dato addirittura per scontato e
dall'altra la fedeltà cristiana ridotta a moralismo: una riduzione ancora più meschina perché depaupera il fatto cristiano, della sua nobiltà, della sua dignità, perché la fedeltà cristiana è per sua natura un amore, l'amore alla persona di Cristo.
All'interno di un tale cedimento della fede era inevitabile che l'idea della Chiesa finisse per ancorarsi ad una visione puramente localistica, geografica. Ma non c'è niente di più distruttivo di una esaltazione smisurata della Chiesa locale nei confronti della Chiesa universale, perché un valore o è universale o non è.
Da una parte si evacua una posizione umana realistica, lasciando spazio solo alla artificiosa gonfiatura volontaristica o a alla banalizzazione dell'esistenza ridotta a pura istintualità.
Dall'altra si rende essenzialmente abortivo l'impeto della costruzione, impedendo quella creatività che nasce dall'amore alla realtà intuita nel suo destino.
Amore che, analogicamente a quanto avviene nel rapporto fra l'uomo e la donna, diventa fecondo solo sé è consumato nel suo contesto più adeguato e naturale.
La Chiesa universale è la Chiesa che consta di tutti coloro che hanno una relazione personale con Gesù Cristo. 1 Corinzi 12:13-14 dice: "Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito. Infatti il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra". Vediamo che chiunque creda fa parte del corpo di Cristo. La vera Chiesa di Dio non è alcun edificio o alcuna denominazione particolare. La Chiesa universale di Dio è composta da tutti coloro che hanno ricevuto la salvezza mediante la fede in Gesù Cristo.


mercoledì 26 settembre 2018

Sapere non basta








Non sempre individuare quel che va male corrisponde ad avere un'altra idea di “bene”. Ma quand'anche lo si sapesse o intuisse, per contrapporsi non bastano gli uomini di buona volontà allertati - “Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro  o allertati dall'idea benefit di comunanza. Il sistema e la sua modalità liquida ci ha corroso, intorpidito, asservito, addomesticato. E seguiterà per generazioni anche se dovessimo ripartire dalla clava da domani mattina. Identificare ciò che non va non sempre equivale ad avere chiarezza sul cosa si dovrebbe. E soprattutto comunicarselo in modo da trasformarlo in azione sovversiva. Tante anime di buona volontà non fanno in automatico un “pensiero” da cui una dottrina, da cui un'azione. E, conciati come siamo c'è un'unica speranza (che speranza non è) che scenda in campo (meglio in terra) un portatore sano di alternativa. Ma la logica vorrebbe che sorgesse dal basso mentre ormai siamo solo in condizione di sentire dall'alto. Perché il basso siamo noi. Che, muti e rassegnati, indignati solo a metà, continuiamo a digerire fino a farci scoppiare la bile. Sapere non basta. Desiderare nemmeno.


martedì 25 settembre 2018

Amore sempre Amore






Non si può fare a meno dell’amore. 
Si nasce per amore, si ride per amore, si gioisce per amore, 
si soffre per amore.
 L’amore non va imprigionato, ma donato.
Chi è incapace di amare, inaridisce, non ama neanche se stesso.
L'amore, secondo Jean-Luc Marion,  
ha un ruolo molto speciale dal punto di vista della filosofia e, 
insieme, della vita.
La stessa filosofia significa innanzitutto "amore" della sapienza.
La filosofia moderna però non considera l'amore seriamente.
Da Cartesio a Hegel, l'amore è stato relegato a un ruolo secondario, 
minimo rispetto alla razionalità, alla coscienza. E' considerato passione, 
malattia. L'amore invece è una parte centrale della razionalità.
Il desiderio e la promessa, l'abbandono e la fedeltà, la gelosia
sono tutti eventi che sfuggono a una certa definizione di
razionalità, e che rivelano figure di un'altra ragione, 
di una ragione più grande, la vita umana.
L'amore è qualcosa di misterioso. 
E' il più profondo dei desideri umani.
Si può fare a meno dell'amore?
Rinunciare a porsi la domanda "qualcuno mi ama?"
Rinunciare soprattutto alla possibilità di una risposta positiva,
vuol dire rinunciare all'umano in sé.
Nella misura in cui si progredisce nel cammino della vita
si diventa più saggi e ci si distacca dai desideri egoistici
e si sale nel modo di amare. Dapprima non si ama che se stessi,
poi l'altro, infine finalmente gli altri.
Allora l'amore diventa una virtù: volere il bene altrui
è il bene stesso :è il vero amore. Ed è l'inizio di tutto.
L'amare è gioia che crea entusiasmo.
Lo stesso sentimento che si prova in cuore
quasi fosse un dio nascosto. E' intensità a volte e anche fretta di
arrivare là dove il cuore sarà felice.
L'amore comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della
 persona.
 Richiamo del corpo e dell'istinto, forza dell'affettività.
 Aspirazione dello spirito e della volontà.
 L'amore è un'esperienza ragionevole e piena di fascino. 
Dà un senso compiuto alla tua vita. 
Sì, è difficile abbandonare i propri egoismi
 e imparare a donarsi, muoversi verso l'altro, 
capire le sue esigenze e soddisfarle. 
E' necessario un cambiamento radicale nel proprio modo di
 vivere.



domenica 23 settembre 2018

Oltre il mondo sensibile








Due cose riempiono l’anima di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito. 



http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaK/KANT_%20IL%20CIELO%20STELLATO.htm

 



venerdì 21 settembre 2018

Cercare l'interesse degli studenti








Se qualche insegnante invece di snocciolare date, conquiste e battaglie dell'impero romano pensasse a raccontare ai discenti come vivevano le donne e i maschi romani, come vestivano, i negozi, i giochi e l'uso del tempo libero, forse
qualche ragazzo potrebbe confrontare due realtà diverse: quella di ieri e quella di oggi. Incuriosirsi e cominciare a leggere qualche pagina del libro di storia.
Solo la curiosità riesce a trovare la bellezza nei luoghi più nascosti.
L'insegnante, ruolo ormai surclassato da altri modelli, sicuramente è una delle figure fondamentali di ogni bambino/ragazzo. Quella figura portante, con la quale tu condividi ore seduto dietro a un banchetto con la possibilità di seguire, ascoltare o fuggire e pensare ad altro con la mente. 
Ho avuti molti docenti, ma alcuni di questi resteranno dentro di me per il modo di aver catturato la mia attenzione. Uno dei miei sogni sarebbe proprio questo: riuscire con tutto me stesso attrarre l'attenzione di un bambino/ragazzo e come la principessa Shahrazàd, tener desta la loro curiosità al punto di muoverli a cercar oltre.
Secondo me il problema della scuola oggi è che da un lato ci sono sistemi ammuffiti che non creano appunto interesse, ma dall'altro c'è chi cerca di ovviare con insegnamenti "alternativi" dimenticandosi di quelli di base. In parole povere è inutile insegnare ad usare un pc se prima non si insegna la grammatica italiana!
Lamentarsi è una forma insana di innalzare la pila di problemi. I prof lamentano uno stipendio inadeguato alle responsabilità...che non osano quindi assumersi. Non credo che un aumento di stipendio guarisca il loro assenteismo. La fermezza costruttiva e il cuore spugnoso che elargisce sapere non appartiene loro...ma a chi appartiene ormai?! Che tristezza.
Bisogna risvegliare un interesse per la bellezza che sta dentro le cose che si insegnano.
Bisogna accendere il desiderio.
C'è in giro troppa rassegnazione, la cinica convinzione che non vale la pena impegnarsi, che è meglio adattarsi a fare gli impiegati della pubblica istruzione.
Invece questa è la sfida più interessante con cui il docente si possa misurare. Se ai ragazzi viene proposto qualcosa di alto e se li si accompagna nella scalata, loro ce la mettono tutta per arrivare alla vetta.


mercoledì 19 settembre 2018

La vita a colori











Ridondanza color porpora. Drappeggio di damasco desolato. Questo lembo di stoffa che copre ma non scalda. L'amore partorito da un'idea sciocca ingravidata da una speranza disperata. L'amore figlio, livido d'assenza, cerchio d'occhi doppi, marginalmente segnati, profondamente violati. L'amore in fasce, urlante e dissennato, sporadicamente assegnato in premio di passione al primo della lista, eletto senza inganno, soltanto accompagnato al banco dei presenti, la sedia vuota, fredda di negligente temperanza. E guarda, adesso, come quel rosso piega verso il viola, come le labbra gonfie di non detto diventano una maschera di gesso. E rosso e viola. E tiepide le guance grigio orgoglio, scavate dall'interno piano piano. Fantasma dal lenzuolo dissestato, macchie di fumo e buchi di malinconia. Orfano di domani se non per l'illusione, ma è già domani, e la platea è già stanca. Facciamo i funerali più preziosi al sentimento dalle ginocchia blande.  E' nero. Nero di sordità sprezzante, il cielo al quale stendo i lembi nuova-vita. Sfrangiati, sfilacciati, pastello fino per segni che fatico a decifrare. Lembi novelli, non sanno svolazzare, non possono ancorare ad una corda la garanzia di quello che è migliore. Non hanno una madre silenziosa, ingravidata da un padre-ligio-totem. Sono respiri corti, strattonati, veli di profusione cadenti e spiegazzati. E rosso e viola e nero e pastellato. E' d'oro il dente di chi m'ha morso il cuore, d'argento il luccichio d'un pianto muto. E' rosso e viola e nero, l'oro e l'argento e la stella di natale. Non ha finestre, questo presepe di statuine molli. Non ha un coro di voci.  Finestre chiuse e porte già blindate. Giallo d'autore, per galli che sovrastano i palazzi, che cantano per primi ma sono sordi all'eco. E un bianco devastante, che ricompone le tracce del vissuto in una coltre innevata di distanza. E rosso e viola e nero ; l'oro e l'argento e il giallo battibecco. Il bianconulla e la parola fine, laddove niente è mai iniziato per davvero.
Stati d'animo e avvenimenti descritti in base ai colori fino ad arrivare a una nenia. A me piace il rosso. Qualcuno dà anche un significato a questa preferenza. Io dovrei essere una persona attiva, carismatica, energetica, estroversa e sensuale che riesce facilmente a farsi notare. Logicamente io non credo a queste cose, come l'oroscopo, ma così è scritto.


lunedì 17 settembre 2018

Cosa è la poesia









Quello che noi spesso dimentichiamo è che la poesia nacque come epica, per semplificare possiamo chiamarla la poesia delle gesta ed aveva una particolare funzione ,doveva svolgere una funzione educativa, doveva comunicare ed esprimere. Era inammissibile una poesia non utile, non direttamente produttiva di qualcosa e per produzione intendo proprio la produzione di senso. Questo problema nasce già con i lirici greci che però pur sovvertendo in parte i canoni tradizionali e dando luogo alla poesia dei sentimenti continuano a percorrere la strada dell’utilità. Sono i lirici latini che presentano la seconda cesura, la poesia lirica si distacca definitivamente da quella epica non solo per i temi ma anche perché abbandona ogni scopo comunicativo o finalistico. Da quel momento in poi irrompe tutto e si perde il patto (che era stato sotteso nella poesia epica) e rimane un nuovo modo di fare poesia . Il poeta non deve indagare né verità , né deve darci una interpretazione di verità , non deve essere sottomesso all'oggetto, non deve più parlare della morte (oggetto) per renderla fatto universale. Deve accovacciarsi come meglio crede sull'oggetto, il poeta copre l'oggetto non lo scopre qui che la soggettività diventa prevalente, aperta la poesia al lirismo e liberato il poeta da ogni condizione di finalismo comunicativo è ovvio che il soggetto diventa oggetto della poesia.  Non è più la morte che viene raccontata ma è il poeta che è e sente morte ad essere oggetto della poesia. Ecco perché non riuscirà con molta difficoltà a trovare qualcosa che risponda al suo canone.
In questa assenza di patto però non possiamo vedere solo una perdita, a mio parere c'è anche una conquista appare sul palcoscenico umano la possibilità di infinite verità soggettive tessere non più quadri, pezzi isolati non più affreschi unitari, ma il loro valore rimane comunque straordinario perché ci permette di vedere e di rintracciare l’umanità attraverso dei frammenti infinitesimali spesso diversi per canone e per scelta linguistica che non ci raccontano più la morte ma le mille morti. Da una poesia non si può scorgere il mondo se non per frammenti rattoppati da gli occhi degli altri, il lettore di poesia deve essere umile ,non si deve aspettare niente, non deve cercare né verità né insegnamento, né illuminazione, né spiegazione del mondo, deve solo farsi prestare per un istante gli occhi di un altro stupendosi per la coincidenza identica del vedere insieme, nel vedere stupendosi ancora di più nel vedere il mai visto.

sabato 15 settembre 2018

Con il contrasto si cresce







Sono convinto che il mondo vada avanti anche grazie ai contrasti. Contrasti nel senso più positivo del termine, ovvero le diversità di pensiero. Certo io difendo il mio modo di vedere, ma rispetto (e chiedo rispetto a mia volta per le mie opinioni) il pensiero altrui. Posso biasimarlo in certi casi, ma alla fine credo che tra bianco e nero ci siano numerose sfumature e c'è sempre da imparare da tutti.
Mi danno fastidio quelli che preferiscono aggredire, cercando di neutralizzare con duelli di dialettica il punto di vista diverso dal loro ,come del resto ho visto succedere. Prepotenza mascherata da dialogo costruttivo. Ma non ci può essere dialogo se non c'è rispetto per l'interlocutore. Del resto però non è positiva neppure un'eccessiva accondiscendenza, o meglio deve essere davvero sentita, ci deve essere una reale affinità elettiva, non un modo per "aggregarsi" e compiacere gli altri a tutti i costi annullando la propria personalità.
Le divergenze d'opinione ci sono e ci saranno sempre, siamo unici e di conseguenza diversi.
Sono le imposizioni delle proprie idee sugli altri che non vanno bene.
A volte si sbaglia e non ce ne accorgiamo, serve sempre qualcuno pronto a correggerci, sempre nel rispetto della sensibilità altrui.


venerdì 14 settembre 2018

L'ingordigia dei ricchi








L'immigrazione è una sfida vertiginosa perché mettendo alla prova la capacità di un individuo e di una società di cimentarsi con il diverso li costringe a ri-decidere su cosa si fondano, qual è la loro consistenza ultima. La condizione fondamentale per incontrare l'altro è la consapevolezza della propria identità. Ma affermare un'identità non significa brandire un'arma contro l'invasore. E' piuttosto riconoscere ciò che rende capaci di relazionarsi con l'altro. Significa affermare un io capace di misurarsi con un tu che la storia ha portato sull'uscio di casa. Solo così diventa possibile costruire un nuovo noi. Le migrazioni di massa sono un dato ineliminabile. della nostra epoca. Servono identità forti e aperte. Serve che la tentazione dello scontro lasci il posto alla logica di un incontro realista. Non bastano polizie, controlli e regole. l'immigrazione ha implicazioni di tipo culturale e sociale che esulano dalla sfera economica e che troppo spesso vengono dimenticate. Non si lascia la propria terra unicamente per un miglioramento economico o per la necessità di un lavoro, ma anche per poter godere di diritti fondamentali e spesso negati nel proprio Paese, come la pace, la democrazia, la libertà politica e religiosa, la parità tra uomo e donna. Le istituzioni devono valorizzare le esperienze maturate e dare consistenza alla parola sussidiarietà, molto evocata ma poco praticata. Il fatto è che, a differenza di quanto è accaduto nella maggior parte degli altri paesi europei, l'arrivo degli stranieri in Italia è stato un fenomeno tumultuoso con tassi di incremento annuo tra i più alti nel mondo. L'immigrazione ha portato con sé problemi socio-culturali e interrogativi lasciati marcire nei cassetti della politica e delle coscienze. Così, adesso molti italiani convivono con la paura di essere travolti da una realtà che per troppo tempo è stata poco o nulla governata.

giovedì 13 settembre 2018

Rigidità mentale






La coerenza molte volte scivola nella presunzione e nel continuo errore causato da pregiudizi e scelte sbagliate.
L'incoerenza è una negatività quando è l'effetto di un incapacità di permanere nelle scelte fatte che coinvolgono anche gli altri e affetti importanti.
L'incoerenza è soprattutto debolezza dell'uomo quando la nega in sé e la addita negli altri.
La forza dell'uomo non sta nella coerenza, ma nella verità che lo abita dalla quale non fugge, permettendo che venga alla luce.
La vera incoerenza, ed errore quindi, di un uomo sta nella presunzione di sapere, di controllare, di presumere la propria compiutezza, che altro non è che l'arroganza di determinare in base a quel che “tocca” di umano, finito, tangibile, circolare al proprio sé.
Come in tutte le esperienze meramente umane, quando si smette di “cercare”, allora si “trova”. quando cioè si pone limite alla propria ragione.
Il bene dell'io, come il bene comune, è un bene relazionale fatto di scelte definitive e stabili, che mantengano la caratteristica della permanenza, di un impegno di fedeltà e di costruttività.
L'incapacità di permanere nella scelta significa l'incapacità di una effettiva responsabilità.
Illudendosi di essere libero solo perché può continuamente cambiare le sue scelte, l'uomo finisce spesso per essere condizionato dalla mentalità dominante, dal potere enorme del mass-media. In realtà, spesso il potere sceglie lui, e l'uomo non è più protagonista. Quindi cade il concetto di coerenza. Solo la coscienza della propria identità, della propria debolezza, rende un uomo protagonista e coerente.
 



martedì 11 settembre 2018

Un giorno particolare








Intanto, personalmente, non posso dimenticare che l'11 settembre è il compleanno di mia figlia. Ho già telefonato a Brescia.
Quel giorno fatale del 2001 ero in ufficio a lavorare. Improvvisamente ho sentito i colleghi gridare: " E' scoppiata un'altra guerra" e guardavano la TV nella stanza del Presidente dell'Ente. Ho dato uno sguardo per poi tornare nella mia scrivania. Ho capito che era un attentato agli States che dopo aver flagellato il mondo intero, ora erano loro a pagare.
La dinamica dell'abbattimento delle Torre gemelle è una cosa difficile da credere. Aerei che volano indisturbati sul cielo americano come se fossero a casa loro. Gli americani che fanno fuori anche a un aereo privato che sbaglia rotta erano diventati impotenti e consenzienti. Non voglio addentrarmi nelle solite leggende metropolitane sulla storia e la verità non ce la faranno conoscere. Mi sembra chiaro che tra gli addetti al controllo dello spazio aereo doveva esserci qualche infiltrato di Al-Qaida che ha bloccato i colleghi permettendo la strage di gente senza colpe.
Furono oltre 2900 le persone che morirono negli attentati dell'11 settembre 2001. Ne rimasero invece ferite più di 6mila in uno degli attentati più scioccanti della storia dell'America. Realizzati attraverso il dirottamento di quattro aerei da un gruppo di terroristi aderenti ad Al Qaida, contro obiettivi civili e militari nel territorio degli Stati Uniti, a venire colpiti furono le Torri Gemelle e il Pentagono. L'ultimo velivolo, invece, si è schiantato al suolo nella campagna di Washington. 

lunedì 10 settembre 2018

Bene in cielo e in terra








Tra cristianesimo e marxismo c'è una profonda e sotterranea parentela che non consiste tanto nella pretesa di educare l'umanità, quanto in una concezione del tempo, non più cadenzato sui cicli della natura, come lo era per i Greci, ma sui processi della storia carichi di promesse salvifiche, utopiche e rivoluzionarie. Se non si comprende questo, si rimane, come i più rimangono, in quella visione superficiale che contrappone il cristianesimo al marxismo sulla base dell'affermazione o della negazione dell'esistenza di Dio, che marca la differenza e nasconde quella sotterranea visione del mondo che li accomuna.
A differenza dei Greci, per i quali il tempo, in quanto eterna ripetizione dei cicli della natura, non ospitava alcun senso, per la tradizione giudaico-cristiana, il tempo è fornito di "senso" dove «alla fine si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato». E quando il tempo è fornito di un senso, nasce la "storia", dimensione del tutto assente nel mondo greco, dove gli "storici" Erodoto, Tucidide, si limitano a narrare le vicende di cui furono testimoni. Del resto la parola "hìstor". in greco, significa "testimone".
Una volta tradotto in storia, gli eventi che accadono nel tempo sono sottratti alla loro insignificanza e proiettati verso una finalità: che per il cristianesimo è la salvezza che si realizza nell'altro mondo e per il marxismo il miglioramento della condizione umana da realizzare in questo mondo. Per quanto differenti siano gli obiettivi, ad accomunare le due visioni del mondo è la visione "escatologica" del tempo, dove alla fine (éschaton) si realizza quello che il cristianesimo annuncia e il marxismo si ripromette. La promessa cristiana non ha verifiche e la promessa marxista è storicamente fallita, ma non è esaurita la visione ottimistica della storia con cui il cristianesimo ha animato l'Occidente, contagiando col suo ottimismo la scienza che guarda il futuro non alla maniera greca come eterna ripetizione del passato, ma come "progresso", la sociologia come miglioramento delle condizioni umane, e in generale tutti i saperi le cui ricerche sono promosse dalla fiducia nel futuro che il cristianesimo e non altri ha istillato nella nostra cultura.
Ma se è vero come ha annunciato Nietzsche che «Dio è morto», perché «non fa più mondo», dal momento che se tolgo la parola "Dio" non ho difficoltà comprendere il mondo contemporaneo, mentre se tolgo la parola "denaro" o la parola "tecnica" con tutta probabilità non capirei più come si muove il mondo, allora anche l'ottimismo che il cristianesimo ha immesso nella cultura occidentale, si spegne e. dalla "storia" carica di senso, si torna al "tempo" come successione di giorni senza finalità. Il denaro e la tecnica, infatti, non hanno altro scopo che il proprio accumulo (il denaro) e il proprio auto potenziamento (la tecnica), per cui non sono più "mezzi" per conseguire una finalità, ma, come oggi constatiamo sulla nostra pelle, "fini" da raggiungere in sé e per sé. Per chi non si rassegna a vivere in un tempo senza finalità, per chi non rinuncia a una visione escatologica del tempo come il cristianesimo e come il marxismo, non vedo che difficoltà si frapponga a un loro incontro, magari in nome del Vangelo, dove ai poveri era promesso un riscatto in «nuovi cieli e in nuove terre» per il cristianesimo, su questa terra per Marx.

venerdì 7 settembre 2018

Cosa fanno i narcisisti







Qualche individuo con personalità narcisistica l'ho conosciuto, ma con questo termine credo si possano includere persone dalle caratteristiche apparentemente molto lontane.
La categoria più innocua è quello dei narcisisti ignoranti e/o senza qualità: infatti non avendo i requisiti necessari, non possono nemmeno permettersi il loro atteggiamento: non sono cioè in grado di ammantarlo di una parvenza di fascino e invece di risultare attraenti, sono goffi e cadono nel ridicolo.
Più pericoloso è il narcisismo di chi comunque possiede un qualche carisma (capi di stato ma anche donne fatali, ad esempio).
C'è poi una forma di narcisismo patologico che si manifesta in forme verbali e comportamentali contraddittorie. Ho l'esperienza personalissima: un'amica con grossi problemi (borderline): aveva una pessima opinione di se stessa, consapevole della sua insicurezza e incapacità di avere relazioni normali con le persone, si crogiolava in questo stato e per alimentarlo, confermarlo e non metterlo in discussione (cosa che non aveva né voglia, né forza di fare) distruggeva il prossimo, lo svalutava, lo derideva, convincendosi che nessuno in fondo era migliore di lei e che lei anzi, nella sua consapevolezza di ciò che era, era migliore e più saggia degli altri. Insomma, si denigrava ma nella denigrazione si autocelebrava.


mercoledì 5 settembre 2018

Child sexual abuse








A Firenze Dostoevskij iniziò a scrivere "l'Idiota" e buttò giù molte delle riflessioni e degli appunti che lo portarono a "I Fratelli Karamazov" e al suo incompiuto disegno di grande romanzo.
Dostoevskij supera l'ipotesi che sorge in Nietzsche di un nichilismo lieve, o gaio, propagandato come modo di vivere da "turista", un po' distaccato e scettico tra le cose belle e le difficoltà del mondo.
Dostoevskij comprende che l'abisso dell'animo umano non si risolve nell'individuare una buona idea o una norma giusta, ma nel mistero della presenza di Cristo.
Un allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l'allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla.
Un allievo comincia a creare quando introduce egli stesso una risonanza nuova, cioè nella misura in cui non è allievo.
Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall'altro per le vie normali della figliolanza, non per le vie scolastiche della discepolanza.
La Chiesa ha dimenticato la strada della figliolanza. Il Papa dopo aver ammesso l'incapacità della Chiesa nei confronti del fenomeno "pedofilia" doveva denunciare i colpevoli a tutte le magistrature del mondo e poi dimettersi.
Questo è un atto di figliolanza, cioè l'introduzione di una risonanza nuova.

Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé. (Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

martedì 4 settembre 2018

Come le pecore






La conclusione non arriva tramite le parole ma con trasmissione diretta dovuta a osservazione sensazione ed esperienza. Attraverso le concezioni non si prende la vita..la vita va vissuta e spiegata con esperienze.
Il problema è che i filosofi vogliono pensare solo alla Filosofia, i Teologi solo alla Teologia, gli Psicologi solo alla Psicologia, i poeti solo alla poesia, sono scienziati che scoprono cose o pensieri che esistono, spostano la tenda per fare Luce.
Eppure sappiamo tutti che siamo "UNO" con tutto. Solo insieme in piena comunione è Verità di vita Vera, dico Vita del quotidiano, con i pensieri le intuizioni e la vita diviene umana...ma l'umanità nel mondo manca perché ci sono divisioni e non condivisione. 
Sempre più nelle chat (o forum o blog, ormai identici) s'incontrano interlocutori sconclusionati e desensibilizzati all'esame della realtà. Mentre chi parla fuori dalla chiacchiera è fuori posto, chi indaga con sottigliezza è impopolare. L'uomo che non affronta argomenti nel profondo vince sempre: pensare stanca.
Nell'epoca “liquida”, tecnologica , astrologica, spiritualistica, credulona nei maghi, ci si affilia e assimila al ribasso, cercando condivise sicurezze, narcosi evasive e surrogati di vita. La monocultura della realtà riprodotta, siano foto, cartoline o testi, detesta la scrittura sciolta, sequenziale e sensata. Il mondo della relazione si sgretola nell'afasia, negli spezzoni di frasi, di parole reticenti e smozzicate portate avanti all'infinito, come pretesto artificioso per far proseguire una comunità che altrimenti avrebbe fine.
Come "lo specchio della vita" di Pellizza da Volpedo. " Come le pecore" E ciò che l’una fa e le altre fanno). Mentre chi parla fuori dalla chiacchiera è fuori posto, chi indaga con sottigliezza è impopolare. Il pittore lo dipinse ai primi anni del Novecento, è passato più di un secolo eppure nulla è cambiato. Il genere umano va avanti per categorie e quei pochi che ragionano con la propria testa sono fuori dal gioco. Riusciremo per davvero a fare 1+1=2 accorciando le distanze che ci dividono?

lunedì 3 settembre 2018

La danza dei ricordi






Ho camminato lungo la spiaggia per quasi un'ora.
C'era una grande luna ieri sera, un po' offuscata da vapori di umidità.
E un grande silenzio.
Sono tornato a casa sul tardi.
IL palazzo dove abito è pressoché deserto, tutti scappati via, e non so dove.
Nessuna finestra accesa, nessuna presenza che si indovina dietro le tende degli appartamenti di fronte.
Le ragazze del primo piano dopo una giornata di studio sono uscite anch’esse.
Un po' mi manca la loro musica suonata a tutto volume, De Gregori, Dalla, Edith Piaf e Charles Trenet e le canzoni stupende di Jacques Brel.
E le telefonate chilometriche che la ragazza del pianterreno puntualmente inizia verso mezzanotte, sedendosi sul davanzale della finestra e intrattenendo l'intero condominio sui fatti suoi.
Voci, presenze, vite di cui non so niente scomparse in un giorno e solo qualche traccia, una bottiglia di detersivo sul davanzale del bagno, uno strofinaccio dimenticato ad asciugare sul filo di ferro attaccato al balcone ne testimonia l'esistenza.
Serata di malinconie, forse, dove "l'inferno degli altri" piano piano si trasforma in presenza rassicurante, nel tranquillo farsi della quotidianità, che scandisce ogni giorno e dà l'illusione di essere al riparo.
Però è bello questo silenzio dimenticato ,anche se si mescola ad una certa inquietudine uguale a quella che può prendere quando ci si ritrova senza esserci preparati davanti ad uno specchio. E non ci si riconosce.
Ma sono io quello?

venerdì 31 agosto 2018

La ricchezza dell'amore








Attraverso l'altro noi gettiamo il nostro ponte, dando legittimità e pienezza alla nostra soggettività.
Un uomo incapace di attraversare se stesso mediante gli altri è sterile.
Attraversare l'altro non vuol dire toccarlo ma nutrire un interesse sentito per la qualità della sua interiorità.
Significa partecipare al suo disagio, alla sua felicità, alle sue problematiche.
In questo facciamo un regalo a noi stessi attraverso l'altro perché scacciamo la nostra solitudine interiore semplicemente ascoltando.
Ascoltare è tenere le orecchie aperte all'esterno e nel fare questo allontaniamo il rumore assordante del nostro silenzio, che è quello che ci svuota di senso.
Non so se ognuno di noi possa pensarsi persona compiuta.
Io credo che questa possa esserne una direzione.
L'apparenza parla di riempimento di vuoti.
Riuscire a dare alloggio agli altri è qualcosa che regala a se stessi una grande ospitalità d'animo.
La presenza degli altri nella nostra vita è fondamentale. La solitudine è piacevole quando ricercata, mai quando subita. Per accogliere gli altri è necessario essere aperti e propositivi, anche verso l'ascolto. Tacere ogni tanto ed ascoltare nel profondo l'altra persona.