lunedì 31 dicembre 2018

Il luogo comune







Luigi Giussani ha scritto che
fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
E' un proverbio stupido, contrario a quanto c'è di più evidente.
La capacità di fidarsi è propria dell'uomo grande e adulto, dell'uomo che ha conosciuto molte cose, che ha riflettuto su tutto: egli sa immediatamente quando l'altro gli parla se deve dubitare o se l'altro parla schiettamente.
Quanto uno è più ricco di umanità, quanto più uno è critico di se stesso, è cosciente dei limiti del suo andare umano, è cosciente della sua realtà, tanto più che sa quando e come fidarsi.
Sapersi fidare: questa è genialità.
Non sapersi fidare: questo è un errore che commettono tutti, anche il marito verso la moglie, anche la madre verso il figlio, il figlio verso i genitori.
E questo è all'origine di tanti dissesti.
Istintivamente e naturalmente sono uno che si fida. Ma perché questo avvenga anche razionalmente l'altro mi deve assomigliare, cioè devo riconoscere in lui le mie stesse modalità, non necessariamente negli atteggiamenti comportamentali.
E' chiaro che le brutte esperienze sono un deterrente che creano una sovrastruttura diffidente. Ma se volessi solo interrogare il mio istinto direi che mi fido, fin troppo. Credo nel potenziale buono di tutti.
Spesso capita di fidarsi di chi non si dovrebbe e non fidarsi di chi invece lo meriterebbe.
La fiducia dipende da cosa ti aspetti dagli altri, dipende da cosa desideri, dipende da cosa stai vivendo in un particolare momento, da cosa "ti serve" dentro.
Ho letto che l’essere chiusi in se stessi, stare sempre sul chi va là, non aiuta né se stessi né migliora il rapporto con gli altri con cui bisogna inevitabilmente rapportarsi, almeno che non si voglia vivere da eremiti in mezzo ad un’isola deserta.
E sono pienamente d'accordo.
Un amico sincero è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d’ogni genere ma nulla vale quanto una vera amicizia.
L’amico suscita nel cuore una tranquillità che si diffonde in tutto l’essere.
Con lui si vive un’unione profonda che dona all’animo gioia inesprimibile.
La sua presenza ridesta la nostra mente e la libera da molte preoccupazioni.


venerdì 28 dicembre 2018

il potere della Bellezza









“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.



"Ricetta"


Scaccia la paura
e la paura della paura.
Per qualche anno le cose basteranno.
Il pane nel cassetto
e il vestito nell’armadio.
Non dire mio.
Hai preso le cose solo in prestito.
Vivi nel tempo e capisci
che poche cose ti servono.
Accasati.
E tieni pronta la valigia.
È vero quello che dicono:
ciò che deve succedere, succederà.
Non andare incontro alla pena.
E quando arriva,
guardala tranquillamente.
È effimera come la felicità.
Non aspettare nulla.
E abbi cura del tuo segreto.
Anche il fratello tradisce
se si tratta di te o di lui.
Prendi la tua ombra
come compagna.
Scopa bene la tua stanza.
E saluta il tuo vicino.
Aggiusta il recinto
e anche il campanello alla porta.
Tieni aperta la ferita dentro di te
sotto il tetto delle cose che passano.
Strappa i tuoi piani. Sii saggio
e credi nei miracoli.
Sono iscritti da tanto tempo
nel grande piano.
Scaccia la paura
e la paura della paura.


   Mascha Kaléko


 





giovedì 27 dicembre 2018

La casa di campagna







Ho una casa di campagna e in estate passo lì almeno una settimana.
 Mi fa compagnia  un husky che ulula tutta la notte.
Pure la mattina ulula, non si stanca mai.
Avrei dovuto dire che il mio vicino ha un husky, ma chi lo conosce il vicino?
Non l’ho mai visto completamente in faccia, per via delle siepi suppongo, che ci dividono.
Quando sono a casa ci scambiamo saluti e convenevoli attraverso l’edera, l’oleandro, il lauro, il pitosforo e i gelsomini.
So che ha la barba anche lui, nient’altro.
Solo il suo cane conosco e il suo cane ulula che sembra sempre salutare la vita: “…bye bye life, bye bye happiness…”
Una  sera  pensavo che stessero sgozzando il mio cane.
Lui, Argo, russava come un uomo, e mi ha guardato strano, come a dire: “Beh? Qualche problema?”
E’ un cane silenzioso in verità, non abbaia quasi mai e giocherellone.
Scemo probabilmente.
Comunque era una bella serata.
L’husky ululava, c’erano le stelle che si vedevano bene, una temperatura primaverile e i profumi della campagna ad alimentare ormoni e desideri, biochimica e fantasia.
Così mi sono seduto fuori al buio, salvo la luce piena di ragnatele di un lampione stitico che dovrò decidermi a cambiare, ma forse no, comincia a piacermi.
Siccome non era troppo tardi, mezzanotte circa, e non avevo ancora montato il tavolo che tengo in estate nel giardino, ho deciso che era il momento di farlo.
Dieci minuti ci ho messo.
Ero stanco e mi andava di stare fuori a fumare un sigaro e a riposare.
E’ arrivata la gatta. Una gatta nera, selvatica quasi, si fa accarezzare una o due volte l’anno, ma a fatica.
Aveva un topolino in bocca. Uno di quelli simpatici, con le zampe posteriori da saltatore (saltava in effetti), un musetto mite e grazioso. Lei ci ha giocato per un po’, quindi gli ha sgranocchiato la testa ed ha posato quello che rimaneva ai miei piedi. “Sei contento?” sembrava chiedere.
“Grazie stronza” le ho detto.
Torna a casa con gli animali più strani e li esibisce come trofei. Li uccide e basta, per gioco, per tenersi in allenamento credo.
E’ un predatore in fondo ed è la sua missione.
Ramarri, tortore, almeno tre bisce d’acqua, diverse lucertole, rospi, un piccolo di germano reale (di questo conosco i genitori), un rondone, una coppia di pettirossi, un codirosso, innumerevoli passeri, e altri ancora.
Le salme, se non me ne accorgo, le mangia il cane, che è silenzioso sì, giocherellone anche, ma sempre affamato.
La gatta era soddisfatta, così è saltata sul tavolo e si è messa a ronfare a debita distanza.
Ci stava una civetta, sul tetto del garage, canta tutte le sere e vola in silenzio, senza alcun rumore. Dicono che porti sfiga, che annunci la morte, a me piace.
Uno strano zoo di mezzanotte.


mercoledì 26 dicembre 2018

Nato Morto Risorto








La tristezza è la coscienza drammatica della sproporzione tra il destino ideale dell'uomo e tutto ciò che si fa per raggiungerlo. L'opposto della tristezza è la disperazione, in quanto annulla la tensione delle domande ultime, negando che una risposta sia possibile.
Una tale coscienza considera il problema umano senza censurare nulla, né la "rugosa realtà" come scriveva Rimbaud, né la promessa che il cuore e la mente umani – se sono "giovani" – avvertono nella sfida delle circostanze, né la inevitabile delusione che si proietta sull'esistenza e che però non nega la natura di aspettativa del cuore.
Chi invece censura uno solo di questi fattori, inizia il terribile gioco delle censure che getta la vita nella disperazione. Tale è la sorte dell'orgoglio umano: pur di non riconoscere che la sua grandezza sta nella povera nostalgia di qualcosa che non è nelle sue forze, preferisce negare l'esistenza del reale (Laura Cioni)
Non occorre essere uccelli per vedere più in la...
Non occorrono ali per poter viaggiare e vedere mondi lontani...
Non occorre salire sopra le più alte montagne per vedere la piccolezza di noi...
Non occorre solcare i sette mari, per conoscere l'infinita profondità delle acque...
In un seme di senape c'è tutto l'infinito e oltre.
Perché quel piccolo seme trattiene tutto l'infinito.
Il vangelo di Matteo era lunghissimo e straziante. Alla fine ho pianto sperando anche che Dio e Cristo siano una favola, perché non riesco ad avere la forza di accettare che l'uomo, quindi anche io, sia stato capace di una simile barbarie.
Sì, i difetti di Caifa, dei farisei, degli scribi noi li abbiamo tutti.

lunedì 24 dicembre 2018

Quarta Domenica di Avvento








L'ora era giusta.
Bisognava affrontare la nebbia, i vetri dell'auto appannati e scacazzati dai piccioni.
Pulisci qua e là. OK si parte.
Alla prima curva sfiori un palo, alla seconda acciacchi un topo.
Il percorso è breve e la parrocchia è raggiunta.
Il parcheggio? Dove se non nel giardino delle carrube.
Eh, Bergman non ti incazzare. Non ho trovato il Posto delle fragole.
La parrocchia offre freddo intenso e un nuovo parroco gelido.
Il confessionale le è chiuso per sciopero dei francescani indebitati.
Ieri era l'ultima domenica dell'Avvento
Il passo del Vangelo è il più grande.
C'è tutto il Mistero del Dio incarnato e della vergine Maria.
Mi domando, prete, che offri un'omelia sonnacchiosa: "Se non ti scaldi
in questa occasione hai sbagliato mestiere".
Non mi ascolta e va avanti leggendo il fogliettino.
Anche questa è fatta.
L'auto è appannata e intirizzita. La scaldo io soffiando vento caldo.
Tre semafori con il rosso bloccato.
Evvai, volevoli il botto. Questa è l'occasione giusta.
Niente. Tutto liscio come l'oGlio imputridito dalla mosca  che
ha bersagliato l'ABBruzzo. E ha scelto la regione giusta.
Quindi, applauso.
Ma la cosa strana è che io sento vivo questo Natale.





giovedì 20 dicembre 2018

Ahi l'ammore che fa fa










L'amore è qualcosa di misterioso. E' il più profondo dei desideri umani.
E' ciò che ci caratterizza in quanto uomini.
Si può fare a meno dell'amore?
Rinunciare a porsi la domanda "qualcuno mi ama?"
Rinunciare soprattutto alla possibilità di una risposta positiva, vuol dire rinunciare all'umano in sé.
Un conto è il giorno prima di innamorarsi e un conto è il giorno dopo di essersi innamorato: tutti e due i giorni possono essere uguali apparentemente nella quotidianità, ma cosa fa la differenza? Che uno è carico di una memoria  che nell'altro non c'era, perché non era accaduto.
La conoscenza sarà una persuasione che avverrà lentamente e nessun passo successivo smentirà i precedenti.
Abbiamo bisogno subito di capire che l'amore è fatto dal ripetersi di tanti riconoscimenti, cui occorre dare uno spazio e un tempo perché avvengano.
Può sembrare difficile, persino impossibile, legarsi per tutta la vita ad un essere umano. Bisogna superare lo scetticismo della società. Un'esperienza che la mentalità comune disistima e talvolta censura. Si ritiene che l'amore debba cessare e quindi la separazione tra gli sposi finisca per diventare inevitabile. E' un modo per sfuggire ad una realtà che può essere fatta anche di sacrifici e rinunce. L'amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona. Richiamo del corpo e dell'istinto, forza dell'affettività. Aspirazione dello spirito e della volontà. L'amore coniugale è un'esperienza ragionevole e piena di fascino. Dà un senso compiuto alla tua vita. Più che di eletti potrei affermare che è una vocazione.
Sì, è difficile abbandonare i propri egoismi e imparare a donarsi, muoversi verso l'altro, capire le sue esigenze e soddisfarle. E' necessario un cambiamento radicale nel proprio modo di vivere.
L'amore coniugale è una forza che ti prende e ti fa stare al di sopra di tutto ,ti dà la forza della condivisione ,la speranza del futuro e la sicurezza nell'affrontare giorno per giorno le difficoltà o godere delle gioie ,perchè tutto ciò viene condiviso .



mercoledì 19 dicembre 2018

Il significato delle cose











Vorrei che tutti capissero che c'è un metodo che precede e rende possibile la conoscenza. Consiste nella capacità di cogliere i nessi tra le cose, di andare oltre quello che appare, di compiere il continuo percorso del segno fino all'origine, al significato.
Non mi faccio irretire da un piccolo campo di verità astratte e formali, con le conseguenti applicazioni scientifico-tecniche. Le restrizioni di questo dominio del razionalismo scientifico portano a una strada dove la conoscenza non ha più rapporto con la vita, con le questioni della vita. La questione che emerge con più forza è quella della certezza, anche per le caratteristiche prodotte dal tempo in cui ci troviamo a vivere, dal nichilismo che respiriamo, dall'incapacità di stare alle evidenze più elementari della nostra esperienza.
Tutto ciò che non è trascrivibile, traducibile in linguaggio matematico e non sottoponibile alla dimostrazione sperimentale, non è conoscibile ed è relegato nel campo del meramente soggettivo.
E quando si sta male ed è già difficile mettere insieme i pezzi di sé.... a salvare sarà proprio quanto non si può dimostrare o definire scientificamente.
La capacità di cogliere i nessi tra le cose è fondamentale per arrivare ad una conoscenza più completa, al di là della tecnologia e della scienza...è l'intuizione soggettiva che conta.
La natura è il luogo dei rapporti che sviluppano la persona; cioè la natura è il luogo dell'esperienza.
Caratteristica della natura è quella di costituire una trama organica e gerarchica che solleciti l'esigenza di unità immanente ad ogni persona.
L'esperienza vera mobilita e incrementa la nostra capacità di aderire, la nostra capacità di amare.
La vera esperienza immerge nel ritmo del reale, e fa tendere irresistibilmente ad una unificazione fino all'ultimo aspetto delle cose, cioè fino al significato vero ed esauriente di una cosa.

martedì 18 dicembre 2018

Un problema irrisolvibile







Scienza ed etica, scienza e sentimento religioso, sono binomi sempre spinosi. Francamente il discorso è così complesso che è difficile dare un'opinione. Certo fa tristezza vedere come tutto alla fine finisca sempre nel calderone della politica, dove ognuna delle parti cerca sempre di strumentalizzare e tirare acqua al proprio mulino. Ho letto di recente un romanzo interessante che tramite l'intreccio di un thriller ambientato nella Germania del 1780, poneva degli interrogativi simili, senza però dare giudizi assoluti ma molti spunti di riflessione.
L'etica cambia con il tempo. La morale è immutabile.
Le due cose non riescono ad andare di pari passo.
Basta guardare l'ecografia di un embrione di tre mesi per capire che è una vita che sta nascendo. Questa è la verità, ma è scomoda. Una maggioranza ha stabilito che l'embrione non è vita.
Un referendum ha confermato la legge dello stato sull'aborto.
Nessuno può impedire a una donna di portare a termine una gravidanza indesiderata.
Legge e mentalità della donna si impongono alla verità.
Il numero degli aborti annuali è di circa 250.000.
Una volta l'etica sociale considerava normale la schiavitù.
Oggi non è permessa. La mentalità della società si può cambiare ma nessuno si preoccupa di sensibilizzare le donne sulla gravità dell'aborto. Il significato vero dell'aborto.
Nell'antichità l'aborto era fondamentalmente una questione di donne, oggi è una questione di tutti, donne e uomini.
 


lunedì 17 dicembre 2018

La banalità dell'esibizionismo










Il Financial Times, lo sappiamo tutti che si occupa di economia e finanza, ma si diverte, anche, a censurare le cattive abitudini degli europei, ha pubblicato un servizio secondo il quale l'Italia è il paese più nudo d'Europa, intendendo la nudità esibita non solo nelle strade, ma in televisione, nella pubblicità, al cinema.
Lanciare un frigorifero con una donna poco vestita è diventato una specie di must dal quale i nostri geni della comunicazione non sono capaci di sganciarsi.
Ci si chiede: "Perché la donna si mette in mostra?".
Per piacere personale o per piacere di mostrarsi al prossimo?
Il filosofo e il semiologo non sanno dare risposte precise a questo interrogativo, forse retorico ma corrispondente a una realtà che stiamo vivendo giorno dopo giorno e non soltanto da adesso.
il capitalismo è maschio e fa del mercato il suo dirigibile e sistemizza l'induzione al consumo tramite i media (tutti diretti da maschi). Risultato: una merce materiale ed immateriale vendibile ai maschi in cui le donne trovano azione da attrici: quindi vanno bene vallette, veline, ecc. Il potenziale di acquisto è sempre maschile, cioè quello che prevalentemente ha reddito e che caccia i soldi per l'acquisto del frigo. E dato che il sistema ha un congegno anestetizzante così ben fatto che nessuno si accorge di essere funzionale al mero denaro. Mi chiedo: le donne quando inizieremo seriamente a protestare?
Molti pensano che soltanto mostrando il proprio corpo sia possibile attirare l'attenzione e l'interesse popolare con il risultato di scatenare le critiche di chi vorrebbe altri spettacoli e di chi per interesse che non è morale, come il settimanale inglese, non lascia passare occasione senza metterci alla berlina.
Ma la strada è questa e forse dovremo percorrerla fino al traguardo della banalità.
Non mi stancherò mai di dire che ormai viviamo in una società dove conta solo l'apparire, non la sostanza, e il corpo nudo è il simbolo stesso della mercificazione che ormai si fa anche dell'essere umano.
Le donne non fanno nulla per invertire questa tendenza: anzi si preoccupano sempre più del loro aspetto e si mettono in competizione tra di loro, anziché rivendicare il diritto ad essere considerate persone e non oggetti.


domenica 16 dicembre 2018

Il timballo










Arriva uno che suona il campanello. Dice che ha fame. Prendi un piatto di pasta e lui lo divora in cucina. Forse è ospitalità.
L'accoglienza è una cosa ben diversa. Marco viene e mi dice: "Ho fame" Mi hai dato il tuo indirizzo e io sono qui".
Ero solo e agitato. La ragazza che viene a cucinarmi non era arrivata. L'influenza ti sbatte nel letto. Agitato perché non so cucinare. Stavo preparando l'unica pietanza che so cucinare. Spaghettini all'olio. Marco mi chiede perché non mangio qualcosa di meglio. Gli spiego tutto e lui dice che può aiutarmi. Mi chiede 10 euro e torna con sfoglie di pasta, prosciutto cotto e mozzarella fresca. A Marco piace la sfogliata. Mi consiglia di fare una passeggiata perché lui deve lavorare con il forno. Mi dice di tornare a una certa ora quando tutto è pronto.
Fatto. La bottiglia di Montepulciano la metto io, il timballo ha la temperatura giusta. Buonissimo. Mai mangiato così bene. Vado un attimo in bagno, torno nella sala da pranzo e Marco non c'è più. Ha lasciato un biglietto: "Augusto, grazie. Ti voglio bene".

sabato 15 dicembre 2018

Il miracolo della natura









Il vedere non vuol dire entrare in profondità alle cose, ma coinvolgere direttamente la nostra affettività (cuore) senza il filtro della ragione. Per esempio il sole che nasce dal mare con i suoi colori ci emoziona immediatamente superando la barriera della ragione. Guardare è un accurato lavoro dell'anima (Io), che comprende cosa c'è nel fondo di tutto quello che attira la nostra attenzione e se corrisponde a quello che stiamo cercando.
Quindi il vedere è qualcosa di automatico, ciò che vedo mi procura emozioni, positive o negative , ma immediate. Mentre mi soffermo a “guardare”, o meglio contemplo , ciò che entra in relazione con il mio vedere e il mio sentire, e rifletto su ciò che è, e ciò mi rimanda come messaggio.
L'osservazione è sicuramente un metodo. Dall'osservazioni scaturiscono giudizi di valore, ragionamenti, e conclusioni.
Disse una volta il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel: "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità". Osservo le vie, le persone, le chiese, i bar, le osterie, le ormai fatiscenti sezioni di partito... Ma dopo l'osservazione, appunto, viene il ragionamento, il giudizio, la sintesi. Carrel (in Riflessioni sulla condotta della vita): "Nello snervante comodo della vita moderna la massima delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata...La maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità.




giovedì 13 dicembre 2018

Il regno del polveroso








La prerogativa e il dovere della forma umana è farsi domande altrimenti diventa una vita di animali che mangiano, dormono, si difendono, si accoppiano, si ammalano e muoiono con la sola differenza che gli animali lo fanno per strada e l'uomo in lussuosi appartamenti.
Quando l'assurdo si fa norma e specchio della realtà che ti circonda, è difficile mantenersi integri. Si fa, certo, se si pensa, se si sente, ma si avverte una profondissima e immensa solitudine.
La vera libertà qui, nel mondo materiale non esiste, perché questo contesto non ci appartiene, ci è estraneo perché noi siamo eterni e qui tutto è perituro, anche il ricordo, anche i pensieri, anche la mente (corpo, mente, intelligenza sono vestiti che indossiamo solo per un po’, poi si cambiano).
Il nostro libero arbitrio in definitiva si riduce a due semplici scelte: o segui le leggi Divine o non segui le leggi Divine.
Il resto sono due rotaie che ti sei costruito, due rotaie che dove viaggi pensando di guidare.
Si dovrebbe capire che innanzi tutto si esce dal regno del polveroso dell'assurdo se ciascuno di noi riprende su di sé il mestiere di vivere, il mestiere duro di essere un uomo, quella ricerca del vero senza la quale l'uomo è condannato a una parvenza di incidenza, a una vita spezzata, una vita che non ha senso.



martedì 11 dicembre 2018

L'alternativa tremenda









Credo che il suicidio sia una questione economico-culturale.
Con l'evoluzione economica sia ha più tempo per pensare, per perdersi nel pensiero inutile.
E gli esperti sono ormai tutti concordi che l'eccessivo allontanamento dalla vita presente e concreta per rifugiarsi in un mondo di pensiero sia la principale causa della depressione e quindi del suicidio.
L'uomo finalmente libero dalle urgenza della sopravvivenza può abbandonarsi sui rimpianti del passato e le angosce del futuro. Ho letto da qualche parte che l'uomo delle caverne, concentrato al 100% sulla sopravvivenza quotidiana, seguiva libero le sue pulsioni primordiali, senza freni inibitori, né scrupoli morali.
Pare che non ci si suicidasse molto a quei tempi.
Poi con i primi progressi materiali, l'uomo poté concedersi il lusso di erigersi un totem, cioè il super-io, con tutto il suo corredo di angherie.


Ogni uomo deve capire che tutto
può sparire molto in fretta:
il gatto, la donna, il lavoro,
la ruota davanti,
il letto, le pareti,
la stanza;
tutte le nostre necessità,
amore compreso,
poggiano su fondamenta di sabbia.
(Charles Bukowski)


Su tutto sembra prevalere l'immagine tragica dell'ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l'ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giosuè Carducci in una sua poesia "Su Monte Mario".
Il punto di arrivo dell’uomo d’oggi è il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro.
I mezzi di comunicazioni riportano solo i fatti delittuosi, la barbarie del maschilismo, stupri, pedofilia. L'uomo è sicuro che si può vivere senza Dio.
Il suicidio secondo me ha sempre alla base un disagio mentale. Affrontare situazioni problematiche per il loro futuro, perché chi fa questa scelta, non vede Nulla nel suo futuro, tanto, che molto spesso prima di suicidarsi tolgono la vita a chi è loro più prossimo, chi loro anche se in modo anomalo,
amano.
Sarebbe opportuno un’attenta lettura, di chi fa parte della nostra famiglia, di amici, di coloro che frequentiamo a diversi titoli, di conoscenti, a ravvisare dei segnali inconfondibili che lanciano.
Cercare di entrare nella loro testa ma soprattutto nel cuore, per capire, ed eventualmente aiutare, prima che sia troppo tardi.
In questi tempi, sono tante le motivazioni che possono destabilizzare, non possiamo leggere loro un brano delle sacre Scritture e poi lasciarli in balìa di loro stessi. In quei momenti hanno bisogno di un atteggiamento che li faccia sentire importanti, poi arriva tutto il resto.
Noi dobbiamo parlare a Dio degli uomini e agli uomini di Dio, dimostrando il nostro interessamento.



venerdì 30 novembre 2018

Un incontro









La fede nasce da un incontro. A me è accaduto con una ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Fondamentalmente sono una persona onesta. Non mi ero mai posto il problema dio. Lei invece era praticante. Una grande occasione per confrontare il tuo agnosticismo con una che crede. Così ho fatto e dal confronto ho capito che lei viveva meglio di me. Un rapporto affettuoso con tutti, una che donava a piene mani. Ho cominciato a seguirla alla Santa Messa e domenica dopo domenica ho conosciuto Dio e il Figlio. Loro avevano una proposta di vita che sconsigliava l'uomo dal commettere errori ( in teologia si chiamano peccati) per evitare di fare male agli altri e a se stessi. E' iniziato il mio grande cammino come scelta ragionevole fino a diventare credente, e seguito a camminare. Solo così l'Amore verso Dio aumenta. Lui lo sa e può fare di me quello che vuole.
Io aspetto la manna ( dacci oggi il nostro pane quotidiano) e ne sono felice.
L'osservazione della realtà porta alla certezza che quello che guardiamo è frutto di un'intelligenza che l'uomo ha definito secondo il suo crescere e quindi le epoche storiche in tanti modi. In effetti il cristiano chiama Dio quello che in effetti è solo Mistero impossibile a svelarsi per la differenza di intelligenza tra Lui e l'uomo. Il fatto dirompente ,unico nelle religioni ,è che questa intelligenza si incarna nel corpo di una giovane ebrea e viene ad abitare in mezzo a noi. Dare una risposta certa all'accaduto comporta la presa d'atto dell'impossibilità della risposta. Quando il nostro Io si imbatte in questo incontro può dire sì, oppure no. In effetti il cristianesimo è una proposta di vita che un uomo accetta per ragionamento, cioè che ciò che propone questa religione soddisfa le esigenze del tuo cuore. Si ha la sensazione chiara che ci troviamo di fronte alla Verità.


giovedì 29 novembre 2018

L'incanto di Montale









Afferma Charles Baudelaire che questo ammirevole, questo immortale istinto del Bello ci permette di considerare la terra e i suoi spettacoli come una corrispondenza del Cielo. La sete insaziabile per tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità.
E' insieme alla poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori situati oltre la tomba.
E quando una squisita poesia fa salire le lacrime agli occhi, queste lacrime non sono la prova di un eccesso di godimento, quanto invece la testimonianza di una malinconia irritata, di un postulato dei nervi, di una natura esiliata nell'imperfetto e che vorrebbe impadronirsi immediatamente, su questa terra stessa, di un paradiso rivelato.
La malinconia sale agli occhi laddove questi non sanno oltrepassare la caducità del significato permanente.
Qui ed ora. E nulla più.
Non sempre, ed è giusto sia così, si ha possibilità di scorgere varchi di quell'oltre che risana e placa gli “spiriti terreni”.
In terra si sosta in una unità il cui compito “dovrebbe“ essere la coniugazione tra spirito e corpo. Molto spesso prevale la logica “corporea“. E quindi quello sguardo resta incapace di oltrepassare 
l'oltre terreno.


.....sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
"più in là!............


Così termina la poesia di Montale "Maestrale".
Bellissimi questi versi del poeta per la capacità di rendere il mare, le rocce e gli uccelli cose vere, profondamente comprensibili al nostro pensiero.
C'è profumo di infinito.
Noi siamo gli uccelli e a noi è data la possibilità di scegliere di stare appollaiati sul ramo di un albero ad ammirare le montagne e la linea dell'orizzonte, oppure di aprire le ali e svoltare dietro la montagna e varcare l'orizzonte per scoprire ciò che prima non immaginavamo.

mercoledì 28 novembre 2018

Abbasso la teologia








Mettiamo il caso che una mattina ti svegli con una lombo sciatalgia molto dolorosa.
Che fare? Ti trascini dal medico della mutua (Un tipo sfigato) che per prima cosa prescrive una radiografia alla schiena che serve solo per escludere un cancro alla rachide. Poi il medico sfigato consiglia anche esami delle urine e urino cultura e già che ci sei andrebbe bene anche l’emocromo per scovare glicemia, azotemia. Mi dice: “Aggiungo il PSA per sicurezza”. Io con un cenno della testa annuisco, do il consenso anche se con conosco a quale malattia l’esame è collegato.
Bene bene. L’esame radiologico esclude il grosso e forse anche il piccolo.  IL medico della mutua prescrive una borsa di medicine, io ho un’amica che ha uno studio di fisioterapia. Dieci applicazioni di ultrasuoni (bella la ragazza con la laurea breve) massaggia dove serve e cucù il dolore non c’è più.
L’amica legge i risultati delle analisi e sbotta: “Cazzo! Non hai visto i valori del PSA? Potresti avere un cancro alla prostata”. Allora, bisogna andare dall’urologo che alla fine dopo mesi e mesi decide per la biopsia. Qualcosa di terribile. Meglio non parlarne. In ogni caso l’esame istologico esclude tumori. E’ solo un ingrossamento della prostata. La curiosità è femmina è un luogo comune, infatti io decido di indagare nella rete. Un casino, mille teorie sul PSA e un sito taglia la testa al toro. Alla mia domanda sul PSA totale, PSA libero e rapporto PSA Libero/Totale risponde a modo suo. Mi presenta il culo che è l’immagine di base di questo post.

martedì 27 novembre 2018

Nessuno tocchi Caino











Credo che quelli che dicono di non amare il prossimo siano le persone che l'amano di più. E' una presa di coscienza della propria inadeguatezza. Bisogna distinguere. Un'azione cattiva va condannata, ma chi l'ha commessa è un tuo fratello perché siamo tutti figli di un Padre che sta nei cieli. Questo significa che bisogna separare l'azione dalla persona, pregare perché non commetta altre cattiverie. E' il superamento dell'occhio per occhio, dente per dente.
Il versetto 15 del quarto capitolo della Genesi. “Il Signore mise un segno su Caino: se qualcuno l'incontrava, non doveva ucciderlo”. Perché?
Dio condanna espressamente l'agire di Caino che è da omicida, ma salvaguarda la sua natura umana che è un valore per se stessa, intoccabile non solo dall'esterno, ma addirittura da se stessi. Nessuno può svalorizzare, distruggere, annientare il valore dell'essere umano: neppure - si noti - se stessi. Il peggiore uomo non può intaccare né corrodere la dignità della propria umanità. Ora Dio protegge e rispetta accanitamente questa dignità dell'essere umano, l'ha rispettata in Adamo ed Eva nel momento del peccato contro Lui stesso, e la rispetterà sempre in ogni essere umano al punto che Cristo può dire «non son venuto per i giusti, ma per i peccatori».

lunedì 26 novembre 2018

Atrocità sui bambini









Stiamo perdendo di vista una generazione di bambini. Li stiamo derubando della loro vita. Se vogliamo offrire loro una nuova opportunità, dobbiamo far fronte comune e impegnarci per porre fine alla schiavitù infantile, la piaga del nostro tempo. Insieme possiamo farcela. Apriamo gli occhi.
Se useremo i mercati come leva virtuosa, dunque, otterremo un cambiamento in tempi assai più rapidi. I governi possono impiegare anni per approvare le leggi, e addirittura di più per farle rispettare, mentre le multinazionali sono in grado di garantire con molta più celerità che i fornitori non commettano violazioni dei diritti umani, con effetti tangibili a livello globale e risvolti positivi sulla vita di milioni di persone.
E’ indispensabile  non comprare prodotti di Paesi che praticano il lavoro minorile.
Mentre leggete questo articolo, 5,5 milioni di bambini in tutto il mondo perdono la loro infanzia nella schiavitù. Vengono picchiati, sottoposti ad abusi, spesso a violenze sessuali. Costretti a lavorare in bordelli, miniere, fabbriche di mattoni, pescherecci, alberghi. O in abitazioni private come domestici. In molti casi diventano soldati, spose-bambine o spacciatori di droga
La schiavitù infantile è all’apice della sua diffusione. Ogni giorno si vendono sul mercato nero bambini di appena cinque anni a prezzi più bassi dei capi di bestiame. Una volta caduti nelle mani dei nuovi padroni, sono costretti a lavorare anche 20 ore al giorno. Le bambine sono particolarmente a rischio, perché più vulnerabili allo sfruttamento sessuale, una delle forme di schiavitù più redditizie.
Secondo l’ultimo rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.
Secondo i dati dell'ILO, nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi.
La solitudine dei bambini è anche l'assenza dei genitori.
Sotto i nostri occhi si consuma ogni giorno la schiavitù dei bambini occidentali (che dovrebbero avere tutto, e non stringono nulla)...dipendono da troppe cose, sono lasciati a loro stessi davanti a schermi che confondono, inducono, creano bisogni inesistenti...
E io mi rammarico quando al ristorante vedo creature assenti, escluse dai discorsi, totalmente immerse in un mondo "altro", messe a tacere dai genitori che non saprebbero altrimenti gestirli.
Mi pare una tragedia. E nessuno fa nulla.


sabato 24 novembre 2018

L'ultimo dei comunisti








D’Alema, questo piccolo essere, uno dei principali responsabili del tracollo della sinistra proveniente dal PCI, pensava di strumentalizzare la protesta dei lavoratori per la sua battaglia personale contro Renzi. E i lavoratori gli hanno detto a chiare lettere cosa pensano di lui. Essendo un ex comunista, non c'è da sorprendersi se capisce le cose con un certo ritardo. Forse oggi D'Alema s'è reso conto che è tramontata la sudditanza psicologica dei lavoratori verso i leader, il cui "verbo" nessuno osava contestare. E se non l'ha capita neppure oggi, D'Alema è irrecuperabile, almeno per quanto concerne il rapporto con la realtà. D'Alema che s'infila in un corteo della Cgil è un uomo che non si rende conto del mondo in cui vive. S'è fermato agli anni '80, quando i militanti del suo partito lo consideravano un genio. Oggi D'Alema ha capito che per lui è arrivato il tramonto. Si tolga dai piedi, con dignità, e si goda la sua pensione stratosferica. I lavoratori gli hanno dato il benservito. Ne prenda atto.
Ma pensandoci bene in fondo Baffino è un precursore. Lui aveva capito che il marxismo era una bufala (ideologia, quindi utopia) tragicamente presa per vera dal socialismo reale.
Aveva capito che la classe operaia ambiva a diventare borghesia, riuscendoci. Da buon ateo l'unica cosa che gli rimaneva era gestire una fetta di potere e soldi. Un po' alla volta tutti sono diventati come lui. Affaristi e ladri. Qualcuno ha seguitato a fare il matto con la falce e martello e raccattare una manciata di voti nelle elezioni. Quelli di sinistra li trovi in qualche forum a catechizzare senza uno straccio di idea di sinistra che li caratterizzi. Moralisti, moraleggianti, vegetariani, ambientalisti, professori. Insomma, il peggio del peggio.
Il socialismo reale è stato applicato. Ha deluso le aspettative di molti giovani che credevano in una società più giusta. Ha lasciato dietro molti morti. Il marxismo appartiene a un'epoca storica passata e molto diversa da quella attuale. Il capitalismo tecnologico ha vinto e miete vittime e infelicità. La terza via di Enrico Berlinguer è rimasta in un cassetto a marcire tra sogni e utopie. A me rimane il ricordo di un periodo giovanile bello e di lotta. Ci chiamavamo "compagni", una parola piena di promesse non mantenute e caduta in disuso.



venerdì 23 novembre 2018

Delirio di onnipotenza












L'Italia è uno dei Paesi dove, dopo la crisi economica dell'ultimo decennio, la disuguaglianza sociale è più aumentata e dove la concentrazione di ricchezza verso l'alto è diventata più evidente. Lo scrive l'Ocse nel rapporto 'The Role and Design of net wealth taxes', spiegando quindi che uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l'imposizione della tassa patrimoniale.
L'Ocse esamina l'utilizzo della patrimoniale nei Paesi membri ed evidenzia tutti i pro e i contro della tassa. I risultati indicano che, in generale, la necessità di adottare "una tassa sulla ricchezza netta" è minima nei Paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. Al contrario, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse.


giovedì 22 novembre 2018

Storie di sacrificio









Qualcosa di buono è un romanzo di Giorgia Coppari
Tre donne, tre storie di sacrificio: questo è ciò di cui si parla in questo romanzo che sto leggendo e che mi permetto di riassumere brevemente.
"Tra le trame oscure e dolorose della vita ho sempre potuto intravvedere qualcosa di attraente, un bene, ma non l'ho mai guardato davvero. C'è forse qualcosa che potrebbe bastarmi, che potrebbe placare quella brama di possesso che mi ha fatto odiare e distruggere tutto ciò che mi è passato tra le mani? Fuggiamo dal sacrificio mentre ciò che cerchiamo è lì, dentro di noi, a quanto pare."
Con queste parole, Giulio raccoglie in un solo abbraccio le tre storie attorno alle quali si sviluppa il romanzo, divenendo il testimone finalmente persuaso di una novità di vita da cui è stato toccato.
Le tre donne, Marta, Irma e Laura, hanno conosciuto il travaglio, la povertà, la costante insoddisfazione di un vivere scarso di valori, eppure il buono che trovano nelle macerie della loro esistenza, non è il rifugio consolatorio, ma qualcosa preparato per loro.
Marta straziata da un amore tradito deve combattere con una malattia da cui il corpo non può guarire, ma che la sana dentro consentendole di vivere gli affetti vicini e l'apparente banalità del quotidiano da cui fuggiva prima. Tutto per Marta ritorna a fiorire nel suo incontro con l'Eterno.
Irma, giovane albanese sbarcata in Italia, con il problema di trovare un alloggio o semplicemente un letto in cui dormire ogni sera e che pensa a se stessa come bisognosa di tutto. Conosce finalmente il significato della gratitudine e lo stupore, grata dunque alle persone che le stanno attorno.
Laura che in giovinezza non ha saputo accettare il dono di un grande amore, nel tempo lo ritrova, non più suo, ma più forte e capace di un'accoglienza durevole che le ridà speranza e a cui può affidare chi ama.
"Solo da un Amore si può dipendere".
Non è un libro in cui le risate sgorgano come un fiume in piena, ma parla di sentimenti che possono farci scoprire o ritrovare l' Amore che, riempie sia le nostre giornate che tutta, ma proprio tutta, la nostra vita.



mercoledì 21 novembre 2018

Il fallimento educativo







Un genitore fallisce, più o meno, come fallisce un imprenditore: faciloneria, calcoli sbagliati, eccesso di fiducia nelle proprie idee, sfiga.
Definirei "sfiga" l'insieme dei fattori ambientali e umani che sfuggono al nostro controllo. Le "cattive compagnie" sono un esempio di sfiga. L'insegnante balordo è un altro esempio. Se consideriamo le malattie, gli incidenti, i traumi psichici eccetera, facciamo una casistica che non finisce più.
Fare l'imprenditore, però, è molto più facile che fare il genitore. L'impresa opera in un ambiente amorale (non immorale: attenzione!), regolato dalle norme impersonali del mercato. L'impresa segue l'andamento dell'economia e, se la congiuntura è buona, bisogna essere proprio degli idioti per fallire.
Il genitore, invece, deve misurarsi con l'etica. Che cosa è Bene e che cosa è Male? Boh. Cinquant'anni fa, tutti sapevano distinguere il Bene dal Male. Dio, Patria e Famiglia erano il Bene; Satana, l'Anarchia e l'Adulterio erano il Male. Poi c'è stata l'atomica della rivoluzione culturale che ha fatto esplodere la nostra cultura polverizzando i valori.
Chi dice che non ci sono più valori sbaglia di grosso. I valori ci sono ancora, solo che ce ne sono a miliardi perché ogni individuo ha i suoi.
La frammentazione dei valori è il vero problema, non la loro assenza. Di tutte le sfighe che contribuiscono al fallimento di un genitore, la frammentazione dei valori è quella più tremenda.
Potremo mai "ricompattare" la nostra cultura attorno a un nucleo forte di valori condivisi?
Secondo me, no.
Siamo dunque condannati a fallire come genitori, come coniugi, come insegnanti, come predicatori...



 


martedì 20 novembre 2018

Alienazione e reificazione







Il pensiero di Guy-Ernest Debord sviluppa essenzialmente i concetti di alienazione e reificazione, già centrali nelle riflessioni di Karl Marx, ma reinterpretati alla luce delle trasformazioni della società europea nel secondo dopoguerra. Lo sviluppo dell'economia nell'età contemporanea, con l'emergere dei nuovi fenomeni sociali del consumismo e della centralità dei mass media, avrebbe segnato infatti una nuova fase nella storia dell'oppressione della società capitalista: la prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia conduce a uno slittamento generalizzato dell'avere nell'apparire, da cui ogni avere effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima. Ciò che aliena l'uomo, ciò che lo allontana dal libero sviluppo delle sue facoltà naturali non è più, come accadeva ai tempi di Marx, l'oppressione diretta del padrone ed il feticismo delle merci, bensì è lo spettacolo, che Debord identifica come un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri e assiste nella più totale passività allo svilupparsi di un discorso ininterrotto che l'ordine presente tiene su se stesso, cioè, il suo monologo elogiativo.
Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed il responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione caratterizzano l'attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l'economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell'unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio.





lunedì 19 novembre 2018

Il lavoro del cuore e della mente






Basta guardare l'evoluzione del neonato a ragazzo. Da questa osservazione è possibile scoprire le esigenze primarie dell'io. In particolare il bisogno di amare ed essere amati, l'affermazione della propria personalità, la socialità, il gioco, la curiosità di conoscersi e conoscere.
Nell'io interagiscono velocemente l'affettività (cuore) e la ragione che svolge il ruolo di filtro separando e scartando tutto quello che potrebbe farci male. Quando la ragione viene manipolata dai media non è più in grado di riconoscere il buono dal cattivo e l'affettività diventa un fascio di reazioni e comportamenti imposti dal Potere. Questa situazione, psicologicamente, viene definita dissociazione dell'io.
Questo meccanismo perverso, tanto più pericoloso poiché non è percepito dal soggetto che, anzi, tende ad adagiarsi nel circolo vizioso dei falsi bisogni e desideri. Ecco il compito dell'educazione, che si può configurare come una lotta contro il conformismo, la banalizzazione dei valori, l'appiattimento degli affetti.
Il potere, nella sua realtà storico-politica, mostra una radicale inimicizia verso il senso religioso. E' questa inimicizia che dobbiamo contestare. D'altra parte il potere, attraverso gli strumenti d'invasione della coscienza, non può non cercare di omologare valori e atteggiamenti che gli consentano di mantenere lo status quo e perpetuare il suo dominio. Gli intendimenti del potere non hanno senso religioso e forse nemmeno etico, né un principio di autolimitazione del potere stesso, né l'apertura all'aiuto di un fattore più grande, cioè la fede. Ma lo stato ateo non esiste. Se non fa riferimento ad un principio che lo trascende e che quindi pone ad esso dei limiti, lo stato tende per sua natura ad attribuirsi una dimensione divina.

 




domenica 18 novembre 2018

Assecondare l'attesa









Ognuno di noi ha sempre qualche obiettivo da raggiungere e spesso serve molto tempo. E' un qualcosa che ami e ora non hai. Pensarci spesso, volerlo subito, nell'immediato è un errore gravissimo perché la mancanza ti confonde le idee, ti scoraggia e finisce per inceppare i tuoi passi verso l'obiettivo. L'atteggiamento da avere per arrivare a quello che desideriamo si chiama "distacco", cioè credere che l'obiettivo verrà raggiunto dopo un lasso di tempo e intanto tu seguiti a camminare con tranquillità e senza affanno.
L'immediato non è vero, tant'è che crepa, fa crepare.
Prima di tutto fa diventare vecchi, inceppa la lingua, le dita sulla tastiera.
Fa venire i reumatismi.
L'immediato muore tra le tue mani.
Alla mattina sei entusiasta di tua moglie, alla sera la manderesti a quel paese.
L'immediato lega, incatena, fino a strozzarti.
Se tu fissassi una stella senza un distacco non capiresti che è una stella dentro l'infinità stellare.
Il distacco significa guardare l'insieme, il tutto invece del particolare, e per questo serve lontananza.
Il punto è che non abbiamo telescopi sufficienti, che non ci è dato vedere il contorno di tutte le cose, anche se forse dovremmo semplicemente fidarci del fatto che sono li, anche se non le vediamo. Ed è anche che a volte la passione umana ci impedisce il necessario distacco.
Il giudizio sulla realtà senza preconcetti richiede un «distacco da sé», un lavoro faticoso che, nella tradizione religiosa, si chiama ascesi, e che può essere realizzato solo dalla persuasione dell'«amore a noi stessi come destino, come affezione al nostro destino. È questa commozione ultima, è questa emozione suprema che persuade la virtù intera».


venerdì 16 novembre 2018

L'amore è fatto di piccole cose








L'amore è fatto di piccolissime cose. Più passa il tempo e più sono le sfumature, gli accorgimenti, le attenzioni, i dettagli ad essere percepiti. Non il ti amo urlato, ma la carezza silenziosa quando è triste, lo squillo se sei in ritardo, l'allungare la strada per non passare sotto l'ospedale dove è morto suo padre, e il sorriso perché lei ha compreso.
Quando si incontra una persona importante per la propria vita, c'è sempre un primo momento che ci fa percepire un presentimento che qualcosa in noi è messo alle strette dall'evidenza di un riconoscimento ineludibile: "Ecco, è lui, ecco, è lei". Ma solo lo spazio dato dal ripetersi di questo avvenimento carica l'impressione di peso esistenziale.
Cioè, solo la convivenza lo fa entrare sempre più radicalmente e profondamente in noi, fino a che, ad un certo punto è assoluto.
Ma non basta.
La conoscenza sarà una persuasione che avverrà lentamente e nessun passo successivo smentirà i precedenti.
Dalla convivenza (nel senso di conoscenza) deriverà una conferma di quella eccezionalità dell'evento accaduto.
Si sperimenta ciò non come una vaga eventualità, ma nella sua evidenza stringente.
Abbiamo bisogno subito di capire che l'amore è fatto dal ripetersi di tanti riconoscimenti, cui occorre dare uno spazio e un tempo perché avvengano.
L'uomo di oggi ha fretta o inganna se stesso.
Per questo l'amore diventa solo un gioco che prima o poi finisce per annoiarci.

mercoledì 14 novembre 2018

Farmaci tossici







La pubblicità, se ne avessi il potere, la proibirei.
E' una quasi scienza che usa la suggestione psicologica per finalità condizionanti e manipolatorie.
Credo che, da un punto di vista etico, sia assolutamente illecita, perché più che informare l'utente, il cittadino sui prodotti e sulle loro proprietà e caratteristiche, tende a condizionarne i comportamenti favorendo i produttori/venditori.
Se poi riflettiamo che oltre alla funzione sostanzialmente induttivo-manipolatoria essa ha effetti più che concreti sulle vendite di un prodotto e sul suo costo (una vera tassa privata) pagata da chi acquista: pagare per farsi convincere ad acquistare oggetti di cui si potrebbe benissimo fare a meno, illudendosi di essere un po' più felici, è il colmo della manipolazione
psicologica, ma questo è il tipo di "libertà" che non pochi intendono difendere: è una libertà di alcuni (pochi) contro altri (molti).
La pubblicità spadroneggia anche nei farmaci con effetti catastrofici.
Dopo la messa al bando del Vioxx e di tutti i farmaci a base dello stesso tipo di molecole, i cosiddetti Cox2, gli studiosi hanno messo sotto accusa altre due famiglie di medicinali: quelli a base di ibuprofen, come il Moment e il Buscofen, e quelli che contengono il diclofenac, come il Voltaren. Le due sostanze, infatti, aumentano le percentuali di rischio per l’infarto. La notizia è stata diffusa dal quotidiano britannico The Guardian, dopo che sull’autorevole rivista British Medical Journal è stata pubblicata una ricerca dell’ Università di Nottingham sui rischi legati agli antidolorifici. Le autrici dello studio epidemiologico, Julia Hippisley-Cox e Carol Coupland, hanno identificato 9.218 pazienti in Inghilterra, Galles e Scozia, tra i 25 e i 100 anni, che hanno già sofferto di un primo infarto e li hanno tenuti sotto osservazione. Nelle valutazioni finali, naturalmente, sono stati considerati i fattori come l’età, le malattie cardiovascolari diagnosticate, il fumo e il consumo di altri farmaci, come l’ Aspirina che riduce il rischio di un attacco di cuore. Il risultato è stato che con il consumo di ibuprofen il rischio infarto cresce del 24 per cento, mentre con l’assunzione di diclofenac aumenta addirittura del 55 per cento. Per quanti hanno curato il dolore con il rofecoxib, il principio attivo del Vioxx, il rischio infarto è salito del 32 per cento, contro il 21 per cento in più di un altro Cox2, il celecobix contenuto nel Celebrex. In Gran Bretagna l’attenzione si è tutta concentrata sull’ibuprofen, da sempre considerato uno dei farmaci più sicuri del mercato e usatissimo come sostituto del Vioxx. Secondo le ricercatrici, ogni 1.005 persone ultra sessantacinquenni che assumono ibuprofen, uno subirà un infarto. E per capire l’impatto dei numeri, è bene considerare che solo oltremanica i pazienti che soffrono di artrite e sono quindi potenziali consumatori di antidolorifici, sono circa 9 milioni.
L’astratto pubblicitario è la condanna della nostra dignità umana.
La pubblicità è ciò che elude il tuo nesso con l'infinito e tende a identificare il concreto con un formaggino che si compra, con lo shampoo per i capelli, con la pancia che fa male, col gelato che ti piace, e tutto questo è così ironicamente concreto da finire nel marcio del cestino.
L’evoluzione dell'uomo è misurata dal pantalone con la vita bassa, dallo stivaletto appropriato, dall'orologio reclamizzato e perfino dall'assorbente giusto. Tutto rigorosamente alla moda. Tutto parecchio assurdo.
Assecondiamo la realizzazione imposta del bisogno artificioso.


martedì 13 novembre 2018

Autorità e violenza










Hannah Arendt. Mi interessa molto la discussione su violenza e potere, due termini quasi sempre associati tanto che è diventato un luogo comune affermarne la intrinseca connessione.
Non so se ho capito bene quello che la Arendt sostiene, ma mi sembra che operi un rovesciamento di questo postulato sostenendo appunto che la violenza è solo uno strumento.
La Arendt nota come ci sia sempre stata una generale riluttanza ad occuparsi della violenza in sé, difatti esiste un consenso generalizzato fra i politologi sulla affermazione che la violenza è "la più flagrante manifestazione del potere" e Max Weber ha definito lo stato come "il dominio degli uomini sugli uomini basato sui mezzi di una violenza legittima o quanto meno ritenuta legittima".
E considera strano questo consenso a meno di non rifarsi alla valutazione data da Marx dello Stato come strumento di oppressione nella mani della classe dominante.
E' opportuno a questo punto definire cosa intendiamo per potere altrimenti non ci si capisce niente.
La Arendt dice che noi non distinguiamo fra parole chiave come "potere", " potenza" ," forza", " autorità", e "violenza".
Le quali invece rispondono a proprietà diverse ed usarle come sinonimi ( a proposito) falsa la prospettiva storica e determina una sorta di cecità rispetto alla realtà a cui fanno riferimento.
In sostanza tutti i termini enumerati sopra finiscono per identificare un'unica cosa e cioè "i mezzi attraverso i quali l'uomo domina sull'uomo".
La Arendt fa una distinzione sostanziale tra tutti quei termini:
potere = alla capacità umana di agire di concerto.
Non è mai una proprietà individuale, ma di un gruppo e continua ad esistere finché il gruppo resta unito;
potenza: indica invece una proprietà al singolare, che può essere relativa ad un oggetto o ad una persona e appartiene alle sue caratteristiche individuali. Si può realizzare in rapporto ad altre cose o persone, ma non dipende da loro;
forza: che viene usato spesso come sinonimo di violenza deve essere riservata solo alle "forze della natura" o " la forza delle circostanze", cioè per indicare forze sprigionate da fenomeni naturali o sociali;
autorità: è un termine secondo la Arendt che viene più spesso usato a sproposito e la sua specificità è "il riconoscimento indiscusso da parte di coloro cui si chiede di obbedire" in assenza di qualsiasi coercizione o persuasione;
violenza: si distingue per il suo carattere strumentale ed è quella che più si avvicina alla forza individuale poiché " gli strumenti di violenza sono creati allo scopo di moltiplicare la forza naturale finché, nell'ultimo stadio del loro sviluppo, possano prenderne il suo posto.
Il potere dunque è caratterizzato dall'agire insieme ed ha quindi a che fare con la politica.
Si può legittimamente parlare di politica e di potere soltanto in presenza di una pluralità di individui che agiscono insieme.
Dove non esiste la pluralità e l'agire comune in uno spazio pubblico e libero ( in assenza di questi due presupposti si riduce alla pura naturalità) si configurano regimi autoritari in cui impera la violenza e non si può parlare né di potere né di politica.