sabato 20 gennaio 2018

Un esame di coscienza sui nostri pregiudizi







Ne parliamo, ci arrabbiamo, invochiamo un cambio di mentalità quando si parla di donne. Vogliamo essere giudicate per quello che facciamo e non per il nostro aspetto, vogliamo avere le stesse opportunità di un uomo sul lavoro, vogliamo essere considerate come persone e non fidanzate-mogli-mamme. Giustissimo, però... Però capita poi che quasi tutte ci caschiamo. Quasi tutte — magari non sempre, ma succede, eccome se succede — indugiamo su come è vestita una collega («ma non vede come le sta male quella gonna, poteva mettersela un po’ più corta già che c’era...») o facciamo lo sguardo di chi la sa lunga quando incrociamo per strada una donna che si accompagna con un uomo molto più grande o molto meno bello («chissà perché sta con lui eh...»). Quasi tutte siamo state sfiorate almeno una volta dal dubbio che quando una donna ottiene molto professionalmente, dietro ci sia una qualche scorciatoia spianata da un uomo («ma come? Non sai con chi era fidanzata?») e se sciaguratamente quella donna è anche mamma, ecco la nuvoletta: «Ma suo figlio nel frattempo come cresce? Con chi sta?».
Quello che spesso ci affanniamo a dire è che il maschilismo è vivo e in ottima salute. Ma non ragioniamo forse abbastanza sul fatto che tantissime donne sono le prime ad essere maschiliste e sessiste. Ha ragione Errico Buonanno quando lo scrive su pagina99. Quando scrive che sono soprattutto le donne a meravigliarsi del fatto che stia più lui con i figli rispetto alla moglie, che sono le donne a dirgli «bravo» quando porta i bambini al parco, frase che ovviamente mai direbbero a una donna che fa lo stesso. Ed è vero. Siamo noi donne che ci spertichiamo in complimenti se un uomo — specie, va detto, se non si tratta del nostro — fa il bucato, apparecchia la tavola, magari ogni tanto addirittura lava il pavimento. «Che fortunata sei, sa anche cucinare». Che lo faccia una donna è normale, se invece è lui a buttare la pasta, beh allora è una fortuna. E se quell’uomo magari rifà anche il letto, a quel punto siamo pronte a trillare per l’entusiasmo: «Noooo, tuo marito rifà anche il letto?». Applausi. Ma perché? Perché siamo maschiliste.
Lo siamo quando commentiamo le foto di Agnese Renzi, quando la giudichiamo per l’abito che ha scelto, le scarpe, la pettinatura. E lo siamo — in maniera violentissima, provate a dare un’occhiata ai commenti che ci sono in rete — quando vediamo coppie come quella formata da Hugh Jackman e sua moglie Deborra-Lee Furness: «Ma come fa a stare con quella uno come lui?»; «Sembra sua zia»; «Potrebbe andare con una top model ventenne e invece sta con quella cicciona». E sono soprattutto le donne a ritenere inconcepibili simili accoppiate. Magari sono le stesse che poi si indignano se vengono giudicate per come appaiono e non per come sono. Inutile dire che uomini meno affascinanti della compagna con cui stanno suscitano decisamente meno reazioni. Anzi, in quel caso ti viene da pensare che lei ci sta «perché é ricco» o «perché é famoso». Logico, non fa una piega.




giovedì 18 gennaio 2018

L'acqua impura






Dei circa 7,6 milioni di decessi infantili (0-5 anni) che avvengono ogni anno nel mondo, la maggior parte è dovuta a infezioni respiratorie acute, dissenteria, morbillo e malaria.
Tutte malattie che possono essere prevenute tramite vaccini, zanzariere, misure igieniche e altre semplici forme di profilassi, che però spesso rimangono ignote o troppo costose per larghi strati della popolazione, nei paesi economicamente arretrati.
Lo stesso può dirsi per le medicine che possono curare queste malattie, comodamente accessibili per qualsiasi cittadino occidentale ma inarrivabili per quei tre miliardi di abitanti del pianeta che vivono con meno di due dollari al giorno.
Vaccinazioni
Dove regna la povertà, lo Stato non è in grado di assicurare neppure le vaccinazioni di base. Due milioni di bambini ogni anno muoiono a causa di malattie come il morbillo o la tubercolosi, per le quali esistono vaccini dal costo irrisorio.
Analfabetismo
La carenza di servizi sanitari di base è rafforzata dalla mancanza di informazioni. Spesso le comunità e le famiglie ignorano l'importanza vitale delle vaccinazioni, non sanno riconoscere i sintomi delle malattie e neppure quando sia giunto il momento di cercare un medico per un bambino che sta male. Per combattere queste forme di ignoranza sanitaria, si rivela fondamentale l'istruzione delle donne e delle future madri.
Una ragazza che ha frequentato qualche anno di scuola è in grado di assistere e nutrire meglio il suo bambino, sa leggere le istruzioni di un operatore sanitario e dosare un farmaco come una donna analfabeta non può fare (basti pensare alle decine di migliaia di bambini che ogni anno muoiono perché le madri diluiscono troppo le medicine o il latte in polvere).
HIV-AIDS
Fra le minacce alla salute dei bambini, occupa una posizione sempre rilevante l'HIV-AIDS.
Oltre ai 2,5 milioni di bambini e ragazzi sotto i 15 anni che convivono con il virus, in massima parte a causa del contagio da parte materna alla prima o durante la nascita, vanno considerati i moltissimi altri la cui vita è stata indirettamente segnata dall'AIDS.
Per coloro che accudiscono familiari malati, e soprattutto per i 16,6 milioni di orfani dell'AIDS, la capacità di tutelare il proprio stato di salute dipende esclusivamente dalla benevolenza di parenti, per lo più anziani e in difficoltà economiche, o dai rarissimi programmi assistenziali dello Stato.
Acqua
La mancanza di accesso all'acqua potabile - una condizione in cui si trova a vivere il 13% della popolazione mondiale - è strettamente connessa a una serie di malattie infettive che fanno ogni anno tre milioni e mezzo di vittime, in gran parte bambini sotto i 5 anni.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno circa 450 milioni di persone, soprattutto bambini in età scolare, siano infettati da parassiti intestinali veicolati dall'acqua impura.

Notizie pubblicate dall'UNICEF 
Link=http://www.unicef.it/print/233/mortalita-infantile-cause-banali-effetti-letali.htm


martedì 16 gennaio 2018

L'ottundimento contemporaneo







Il Potere non vuole che l'uomo abbia sentimenti, così è più facilmente manipolabile. Senza il "desiderio" l'uomo diventa una larva.
Attraverso la proclamazione dei "non valori" che la televisione, i giornali, la scuola impongono come criteri unici del vivere in base ai quali tutto è giudicato, il Potere, più o meno lentamente, ma sempre violentemente, omologa e pianifica tutto. Pianifica non solo il comportamento esteriore, ma penetra e omologa le coscienze.
Al nostro fianco vivono generazioni mute. Esse attraversano in silenzio la vita, portando con sé nella tomba un grido inespresso, come ha scritto Luigi Giussani.
L’inclinazione a entrare in contatto con gli altri attraverso l’ascolto e il dialogo che esprimano accoglimento e intuizione è irrinunciabile anche nelle psicoterapie dove la parola dev’essere farmaco. Una sofferenza affettiva si rivela all’origine di ogni disagio che va rivisto nel contesto delle relazioni.
Si delega la gestione delle emozioni alla spettacolarizzazione mediatica e alle commozioni artificiosamente indotte. Non sono vissute di persona e certi eventi esistono solo perché rappresentati in TV, metafora di una cultura standardizzata e di attività ripetitive e demotivate.
Più si cresce e più è difficile prendere le cose con immaginazione anche per proficue interazioni transgenerazionali.
La poesia, la letteratura, l’arte, i miti, se rispecchiano la condizione umana o se sono espressione di propri spontanei sentimenti possono salvarci e contrastano il pragmatismo frettoloso, l’ottica del profitto, ecc. Per vedere il mondo con occhi diversi, per risvegliare, riconoscere, rivivere certe emozioni.
Recuperiamo l’eccellenza dell’anima come suggerito dagli antichi affinché l’ottundimento contemporaneo non ci faccia rinunciare allo sviluppo di un’autentica personalità individuale (individuazione junghiana) per un incondizionato consenso alla maschera sociale collettiva.


lunedì 15 gennaio 2018

Contraddizioni sulla pace








L'accordo pressoché generale che oggi si registra a riguardo
della Pace, come bene sommo e universale da realizzare
ad ogni costo, non è senza sospetto, dato che con una stessa
parola e uno stesso vago ideale si intendono comportamenti,
scelte ed esiti del tutto diversi.
Può sembrare un paradosso, ma è solo una dolorosa evidenza:
si cerca e si desidera la pace perché si avverte l'esistenza
o almeno la minaccia di un conflitto. Chi vuole costruire
la pace sa di dover condurre, lui per primo, una certa guerra.
Anche il comune modo di esprimersi, per esempio, bisogna lottare
per la pace, lo rivela non senza una certa involontaria ironia.
Coloro che vengono convocati a impegnarsi per la pace,
anche quando si tratta soltanto di partecipare a una marcia
o di gridare qualche slogan, dovrebbero essere avvertiti
che si tratta di un invito a combattere, guerra alla
guerra, se si vuole. Ma guerra tuttavia.
Tutti sanno che perfino Gesù, l'Agnello della Pace, non
temeva d'assumere il volto di chi raccomanda
la guerra, anzi la portava Lui stesso, volutamente
fin dentro quel tessuto familiare che doveva essere impregnato
solo d'amore e di concordia. "Non vogliate credere che io
sia venuto a portare la pace sulla terra. Sono venuto infatti
a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre,
la nuora dalla suocera, e i nemici dell'uomo saranno
quelli della sua casa”.
Appunti sviluppati da Antonio Sicari.


sabato 13 gennaio 2018

Teologicamente si chiama cuore







I primi anni che mi sono dedicato alla teologia mi domandavo spesso: “Ma a cosa serve. Non è meglio approfondire i Vangeli?”.
Poi si incomincia a capire il nesso fra le cose e tutto cambia.
Quando mia madre mi trascinava per le parrocchie ad ascoltare la musica polifonica, io andavo malvolentieri perché la musica polifonica mi sembrava un grande guazzabuglio di parole, di note.
Un giorno ho sentito iniziare il Caligaverunt di Da Victoria e appena ha attaccato la seconda voce non ho più percepito la confusione, ho capito cos’era la musica polifonica. E quanto più entravano anche le altre voci, la terza e la quarta voce, tanto più diventava bello. Non era il pasticcio di prima.
La ragione, in senso pieno, può essere descritta come un guardare in opposizione al vedere, secondo la distinzione usata da sant'Agostino. Il guardare è tutto quanto determinato da un'attrattiva, da un'emozione, da uno stupore che fa muovere verso l'oggetto incontrato col desiderio di conoscerlo, disposti a tutto pur di conoscerlo.
Il vedere, al contrario, indica, nell'ambito di questa opposizione, un rapporto alla realtà pre-giudicato, che genera schematizzazioni, irrigidimenti, riduzioni arbitrarie.
Solo chi guarda coglie veramente il reale, cioè vede compiutamente e comprende.
Lo sguardo della ragione riconosce il vero, cioè la corrispondenza tra quello che è proposto e il proprio cuore, tra quello che si incontra e si segue e la natura originale della propria persona.
La ragione conduce l'uomo verso la libertà. La libertà è innanzitutto capacità di una percezione che nasca dal di dentro, determinata da qualcosa che suscita l'interesse dell'io: quel complesso di esigenze e di evidenze che costituiscono il volto originale dell'io, la struttura dell'umana natura. Tale percezione istituisce un paragone tra ciò in cui l'io s’imbatte e ciò che lo costituisce originariamente. E' questo paragone che dà all'uomo la possibilità di cercare la soddisfazione. La percezione che coinvolge l'io è l'inizio della liberazione, perché è l'inizio della ricerca di un modo di rapporto con la realtà che soddisfi, cioè corrisponda, risponda a ciò che pre-occupa l'io, a ciò che teologicamente si chiama cuore.
Post sviluppato da appunti presi nei corsi di CL sul pensiero di Luigi Giussani.







giovedì 11 gennaio 2018

La società senza memoria







Nei suoi ultimi lavori, Bauman ha tentato di spiegare la postmodernità usando le metafore di modernità liquida e solida. Nei suoi libri sostiene che l'incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l'industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa, e così via.
L'esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull'estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l'essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. La critica alla mercificazione delle esistenze e all'omologazione planetaria si fa spietata soprattutto in Vite di scarto, Dentro la globalizzazione e Homo consumens.
"La memoria ci dà l'identità, ci definisce, ci aiuta a crescere in consapevolezza, ci insegna a distinguere il bene dal male, ci dà le radici da cui si svilupperà il nostro albero".
La nostra è una società senza memoria, una società che tende a nascondere tutto ciò che ci scomoda per non rimetterlo in discussione.




martedì 9 gennaio 2018

Pianeta terra per colazione pranzo e cena






Stiamo viaggiando con i conti in rosso, consumiamo più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile. Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta. L'Earth Overshoot Day: l'ora della bancarotta ecologica è in agguato. Il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo ricchezza ai figli e ai nipoti. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l'associazione che misura l'impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti. Per millenni l'impatto dell'umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all'azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione (il Novecento è cominciato con 1,6 miliardi di esseri umani e si è concluso con 6 miliardi di esseri umani) e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di 16 volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.
Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità. Il primo anno in cui l'umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre: il danno era ancora moderato.
Nel 1995 la fase del sovra consumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre la quantità di legname, fibre, animali, verdure divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a divorare il capitale a disposizione, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.
Nel 2005 l'Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre: consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l'anno in cui - se non si prenderanno provvedimenti - il rosso scatterà il primo luglio sarà il 2050. Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.
E, visto che è difficile ipotizzare per quell'epoca un trasferimento planetario, bisognerà arginare il sovra consumo agendo su un doppio fronte: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell'industria di punta ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell'illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci i consumi si sono notevolmente ridotti.
Ma anche gli stili di vita giocano un ruolo rilevante. Per convincersene basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito si scende a 3,1 Terre. Con la Germania a 2,5. Con l'Italia a 2,2.
 "Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell'agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale", spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al Wwf, cura la diffusione dei calcoli dell'impronta ecologica. "Ma anche per noi la strada verso l'obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose.


venerdì 5 gennaio 2018

Triumph spitfire verde inglese







Compro una Spitfire. Bellissima. Verde inglese, con i raggi alle ruote. Un capolavoro. Veramente la Spitfire era un’automobile terribile: non teneva la strada, sospensioni che, in curva, mica aiutavano, complicavano. Freni stocastici e frenatura sempre disallineata. Ma era troppo bella.
Imbocco il viale e arrivo davanti all’ingresso di casa e fiuuuu una derapata da brivido (tanto la spit derapava anche se non volevi).
Mentre sto lì a bearmi della bravata, richiamati dal chiasso che avevo fatto, appare mio padre con altre persone. Mi guarda, guarda l’automobile, alza gli occhi al cielo e borbotta:
"Ma cosa è ‘st’automobile da attore di cinematografo?". (“attore di cinematografo”)   era un dispregiativo, in opposto al termine positivo “attore” con il quale s’intendeva l'attore di teatro). Un'altra novità!
- Papà vieni a fare un giretto, dai,  che la proviamo, guarda quant’è bella.
- Tu sei squilibrato se credi che io entri in quel tubo. Ma non hai niente da fare, eh?
-"Ma non vedi quant’è bella?"-
Nel frattempo sopraggiunge mia madre che, godendosi la scenetta, dice, rivolgendosi a mio padre:
"Per piacere va a farti sto giretto, per piacere accontentalo, se no questo qua non la smette più, e non ce lo togliamo di torno".
-No No No, non ci vado in quel tubo-
 -Dai, così ce lo togliamo di torno; non per lui, ma per la quiete di casa-
Mio padre si rassegna per il bene di tutti e commenta:
"Tuo figlio sono due mesi che sta qua, lo capisci? Come mai? Non ti chiedi come mai? Quest’estate sta qua, fisso come un monumento… non è che si prepara quel sacco da zingaro e se ne va in vacanza? No, sta qua .E non se ne va, niente: non se ne va.
 Vacanza io, papà? Io ho da fare.
 Pure noi, perciò tu devi andare in vacanza.
In ogni caso, rassegnato come un martire, mio padre prende cappello e bastone e si avvicina al tubo.
La spit era bassa, quindi per entrare ci sono le prime difficoltà, una delle quali è il cappello che urta il montante e cade per terra. “Ma per entrare in quest’automobile si deve essere acrobati di un circo equestre, e pure bravi eh?”
Insomma, alla fine siamo entrambi seduti.
"Vai piano, che qui si sta seduti per terra, ma che razza di automobile è?".
Metto in moto e partiamo.
- Vai piano-
- Ma se non sono ancora partito-
- Vai piano, ti ho detto!-
- Sta andando a 40 all’ora-
- Ti ho detto di andare piano …vai piano c’è traffico-
- Ma se siamo ancora sul viale di casa!-
- Finiscila di contraddirmi, scostumato; vai piano. Vai piano ‘ché ti do una bastonata.
Il fatto è che “andare piano” è una valutazione personale e, quindi, assai relativa, andavo a 50 all’ora anche meno, ma tale velocità non rientrava tra i valori paterni compatibili con il "vai piano".
Mi diede una bastonata in testa davvero!
- Ahia! Papàààà, ma così moriamo tutti e due -
- No, muori tu. Prima. E adesso riportami immediatamente a casa. Anzi no. -Torno a piedi -
E s’incamminò verso casa, che distava meno di trecento metri ‘ché tanto lunga era stata la gita.



giovedì 4 gennaio 2018

Molti poveri e ricchi nascosti







Non metto in dubbio la necessità, dato come chi ci ha governato e chi non si è opposto come avrebbe dovuto ci hanno ridotto, a fare sacrifici per pagare un conto dovuto ai "consumi" altrui (leggi sprechi, furti, corruzione, clientele, arricchimenti illeciti, evasione fiscale milionaria ecc. ecc.).
Se il paese in cui vivo è sull'orlo della bancarotta non è solo amor di patria o senso del dovere ma mio precipuo interesse come interesse di tutti fare tutto il possibile perché non si arrivi al fallimento.
 Però, premesso che gli autori di questo fallimento dovrebbero avere la decenza di sparire e di non impartire lezioni, come invece fanno in lungo e in largo, e questo irrita leggermente chi deve pagare il conto delle loro gozzoviglie, non vedo perché chi non si trova nelle condizioni di pura sopravvivenza non dovrebbe inquietarsi pensando ai pensionati da mille euro al mese lordi ai quali viene tolta buona parte dell’indicizzazione che anche se data per intero non copre l'aumento del costo della vita.
Con l'astuta indicizzazione in vigore le pensioni negli ultimi dieci anni hanno perso il 30% del loro potere d'acquisto.
Ora capisco tutto, però che il conto venga fatto pagare per il 90% a chi ha le pezze in fronte non mi sembra né ragionevole né accettabile e meno mai che equo. Ed io che non sono tra quelli che hanno la pensione di 100euro lordi al mese mi arrabbio tanto che non lo potete minimamente immaginare.
E veniamo al discorso dell'equità: ti pare un dettaglio e non come io credo la base di una convivenza civile e democratica?
 Non pensate che la totale mancanza di equità alla quale siamo di fronte e non da ora sia uno dei principali motivi di degenerazione della società in cui si vive?
E che si dovrebbe fare secondo voi?
Pensare che l'ennesima manovra per riparare il malfatto non ha alternative quanto al modo in cui viene realizzata?
Continuare ad affrontare le emergenze che non smetteranno di "accadere" con spirito di collaborazione, accettando che questa profonda iniquità e questa profonda disparità di diritti che si traducono alla fine in mancanza di libertà siano le linee guida della società in cui viviamo?
 

martedì 2 gennaio 2018

Galileo Galilei è un rivoluzionario






Il merito maggiore che va riconosciuto a Galilei nella storia del pensiero scientifico è quello di aver attribuito alla matematica il ruolo di linguaggio specifico della filosofia della natura.
La fisica sperimentale è tale non semplicemente perché procede per mezzo di esperimenti, ma perché fornisce quegli strumenti concettuali che sono a fondamento delle dimostrazioni certe; e può farlo nella misura in cui secondo Galilei è la stessa natura ad essere strutturata secondo un ordine matematico-geometrico.
L'esigenza primaria del metodo galileiano è quella di non porre distinzioni tra l'approccio scientifico alle questioni naturali e la riflessione filosofica sulla natura: le due vie con cui si conosce la realtà non possono mai contraddirsi, sebbene procedano secondo modalità diverse. La Bibbia, infatti, essendo dettatura dello Spirito Santo necessita di essere continuamente interpretata e chiarita, mentre la natura, essendo osservatissima esecutrice degli ordini di Dio non esige ulteriori spiegazioni, poiché il suo corso è inesorabile e immutabile.
Galilei non era uno stinco di santo. Non legge la Bibbia, non va a Messa, se non di rado. Si considerava un cattolico, anche se si sarebbe messo nella classe dei peccatori, perché non aveva una vita morale irreprensibile.
Non parla mai di Cristo e il suo è più un Dio della natura.
Assodiamo che il compito della fisica era etimologicamente, per lui, la conoscenza della natura.
Ma certo non in modo aristotelico, a Galileo poco interessava la conoscenza dell’essenza dei fenomeni, quanto la determinazione delle leggi che regolavano il corso dei fenomeni stessi.
In questo Galileo è stato rivoluzionario.
Nei discorsi sui massimi sistemi ad un certo punto, lui fa pronunciare a Salviati queste parole che cito testualmente: " Non mi pare tempo opportuno di investigare al presente della causa dell'accelerazione del moto naturale, intorno alle quali da vari filosofi varie sentenze sono state approfondite".
Il rapporto causale diviene fisico con Galilei la concezione diviene scientifica e non più metafisica.