martedì, maggio 31, 2022

La Ferrari

 



Mio padre aveva una stranissima e del tutto personale idea del funzionamento delle automobili. Il cambio, per esempio, era un apparato di cui non comprese mai il corretto fine. Credo che gli fosse pure antipatica questa leva che ingombrava. Secondo la sua concezione dell’universo meccanico, un’automobile doveva essere in grado di partire quale che fosse la marcia inserita; le automobili che riuscivano nell'impresa, erano le uniche degne di chiamarsi tali e di essere utilizzate.
Per fortuna, guidava poco, quasi niente. Ma una o due delle quattro volte che ha guidato personalmente, io fui testimone del duello fra l’uomo e la macchina.

- Papà, fa guidare me-

- No no no; tu sei un dissennato. Non ne parliamo proprio-

E lui guida. Ad un semaforo ci fermiamo. L’incrocio era con altre quattro strade, una delle quali ad angolo acuto. Un camion con rimorchio, avendo il verde, cominciò a curvare per immettersi sulla nostra carreggiata. Purtroppo, il camionista prese la curva troppo stretta e il rimorchio cominciò a salire sul cofano della nostra automobile. Lentamente, molto lentamente ci salì sopra e lo schiacciò.
Durante quest’operazione di pressatura, mio padre impassibile si guardava la scena.
Il camionista accortosi della cosa, si fermò, per grazia di dio.

- E adesso cosa facciamo? Sussurrò papà-

- E che facciamo? Papà, vediamo di scendere. Ma pure tu, potevi suonare il clacson, invece di rimanertene immobile come se non fossero fatti tuoi!

- Senti, non cominciare con i tuoi soliti sofismi; piuttosto, scendi che io non posso scendere altro che dalla parte tua-

Il camionista era disperato, con le mani nei capelli non si faceva capace del guaio che aveva combinato e si scusava terrorizzato, temendone le conseguenze sul suo lavoro.
Nel frattempo, mio padre, che si era rimesso in ordine dalla discesa acrobatica dal lato non suo, cercava di tranquillizzarlo perché, in fondo, si erano “ammaccate due lamiere”. E rivolto a me:
"Senti, Augù; noi non possiamo rimanere in mezzo alla strada e, visto che tu stai a tuo agio in mezzo alla confusione, preoccupati di sistemare le cose. Il signore ed io, intanto, andiamo a prenderci un caffè. Quando hai finito, raggiungici. Mi raccomando: fa le cose per bene e non combinare disastri".

- Mi commuove la fiducia, papà-

Giorni dopo, durante la cena.

- Papà, toglimi una curiosità. Ma a te chi te l’ha data la patente?-

- A me l’ha data il Prefetto in persona-

- Complici eh, visto che non sai guidare-

- So guidare benissimo! Sono le automobili che non funzionano. Ecco perché non le guido.


domenica, maggio 29, 2022

C'era una volta il *Che*

 



Durante la rivoluzione cubana, il Che ha condannato a morte molte persone che non erano mai state imputate e che non hanno avuto la possibilità di difendersi con un avvocato. Il New York Times ha stimato che nei primi due mesi della Rivoluzione cubana, ci sono state circa 528 esecuzioni capitali affidate al plotone d'esecuzione. Il libro nero sul comunismo menziona un totale di 14.000 esecuzioni entro la fine del 1960. Le parole di Che Guevara sono state citate nel 1962 dal direttore di “Revolucion”, Carlos Franqui: "Abbiamo eseguito molte fucilazioni senza sapere se queste persone erano completamente colpevoli. A volte, la rivoluzione non può fermarsi per condurre le indagini". I dissidenti al nuovo regime comunista, non sono stati tollerati.
Che Guevara ha spiegato il suo approccio alla giustizia così: "Non abbiamo bisogno di una prova per l'esecuzione di un uomo. Abbiamo solo bisogno della prova che è necessario giustiziarlo". Che Guevara non ha nascosto il suo disprezzo per le norme giuridiche tradizionali.
Che Guevara ha definito la prova e l'onere della prova come un "arcaico dettaglio borghese" (scimmiottando così le affermazioni dei “giuristi” bolscevichi NDR).
In un discorso davanti alle Nazioni Unite nel dicembre del 1964, Che Guevara ha confermato la reputazione sua reputazione di spietatezza dichiarando: "Sì, abbiamo eseguito, stiamo eseguendo, e continueremo ad eseguire fucilazioni".
Scrive Francesco Agnoli che il mitico Che Guevara fu un ammiratore dello sterminatore Stalin, prima di divenire un seguace entusiasta del più grande massacratore di tutti i tempi, il dittatore cinese Mao Tse Tung. Il Che fu il primo filocomunista e il primo filosovietico, ben prima di Castro, tra i ribelli cubani, e riempì l’isola di manuali e di tecnici russi; fu l’ uomo che durante la crisi dei missili di Cuba del 1962 sperò ardentemente che potesse scoppiare la guerra mondiale tra Usa e URSS, ritenendo che essa avrebbe sconfitto il nemico americano e portato automaticamente la pace e la giustizia sociale ai popoli.
Che Guevara fu un feroce sanguinario. “Era disumano, un uomo senza sentimenti che in realtà voleva fare solo ciò che aveva occupato tutto il suo tempo: la guerra di guerriglia”: così, dopo aver ricordato le fucilazioni indiscriminate ordinate dal Che a la Cabaña, Juanita Castro, la sorella di Fidel, che fu rivoluzionaria al suo fianco per alcuni anni (Juanita Castro, I miei fratelli Fidel e Raùl, Roma, 2010).


giovedì, maggio 26, 2022

Esiste un punto d'arrivo (Kafka)



 

Ragionevole è chi sottomette la ragione all'esperienza. Ma cos'è la ragione? Oggi, infatti, è come se si fosse smarrito il concetto di ragione, così che la speranza si riduce al sogno vago di un futuro avvertito allontanarsi sempre di più da un presente che non soddisfa. Su tutto sembra prevalere l'immagine tragica dell'ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l'ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giosuè Carducci in una sua poesia "Su Monte Mario". Noi, invece, non possiamo rassegnarci che tutto finisca nel nulla, il nichilismo. La natura stessa della ragione grida: "Esiste un significato!", ciò che anche Kafka afferma: "Esiste un punto di arrivo". L'obliterazione dell'idea di ragione come apertura positiva al reale mi desta molta preoccupazione. L'esperienza, invece, causa una sincera attenzione ai bisogni veri dell'uomo. La ragione come libertà ridotta a puro parere, opinione e istintiva, snerva nell'uomo la creatività e lo rende schiavo dell'istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze personali. Il mio punto di arrivo non è certamente il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro. Nessuno può generare se non è stato generato.
Disse una volta il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel: "Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità". Osservo le vie, le persone, le chiese, i bar, le osterie, le ormai fatiscenti sezioni di partito. Ma dopo l'osservazione, appunto, viene il ragionamento, il giudizio, la sintesi.
Nello snervante comodo della vita moderna la massima delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata. La maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità...La frontiera del bene e del male è svanita, la divisione regna ovunque".
Per Giussani si conosce solo ciò di cui si fa esperienza, ma l’esistenza del Mistero (che per Kant è una pura idea della ragione, un passaggio indebito dal fenomeno a qualcosa di oltre) per Giussani è una conoscenza “implicata” nella stessa esperienza: “Che la ragione – scrive Giussani nel Senso religioso – si senta ‘forzata’ a cercare altri princìpi, tale ‘costrizione’ è implicata nell’esperienza, è un fattore dell’esperienza stessa: negare questo passaggio è contro l’esperienza, è rinnegare qualcosa implicato in essa”.


lunedì, maggio 23, 2022

La manifestazione del Potere

 


La fase terminale del marxismo è una società di uguali con pari dignità.
Un concetto ardito che cozza contro l'egoismo dell'uomo.
Stalin si è mosso verso questo risultato e quando la realtà ha sconfitto l'idea ha cercato di raggiungerla con la forza. Questa filosofia ha partorito una dittatura tra le più feroci mai esistite nel mondo. Milioni di persone ammazzate nella lotta politica tra le diverse anime del comunismo.
Amici mi raccontano che una sera andarono al ristorante del "Castello" di Praga. Erano circa le nove. Dopo mezz'ora arrivò una frotta di giovani. Furono colpiti dal fatto che rimasero lì fino alla chiusura del locale, ognuno davanti al suo boccale di birra, in silenzio. Non avevano nulla da dirsi. Era l'indice del clima umano di quel Paese.
Il ponte Carlo è uno storico ponte in pietra sulla Moldava, situato nella città di Praga, e collega la Città Vecchia al quartiere di Malá Strana: è il più famoso monumento della capitale della Repubblica Ceca. Misura 515 metri di lunghezza e 20 metri di larghezza.
L'Autorità si esprime attraverso la politica che è stata sconfitta proprio per l'abbandono dei giovani delusi dalla corruzione e dal luogo comune: i partiti sono tutti uguali.
Anche se così fosse i partiti si possono cambiare solo partecipando alla loro vita. Dici che tutti sono succubi del Potere ed è questo il problema principale, perché se fossero solo i deboli a cedere non ci sarebbe problema.
Rileggo con attenzione i libri di Hannah Arendt e lo faccio lentamente perché in qualche modo mi sorprende.
Mi interessa molto la discussione su violenza e potere, due termini quasi sempre associati tanto che è diventato un luogo comune affermarne la intrinseca connessione.
Non so se ho capito bene quello che la Arendt sostiene, ma mi sembra che operi un rovesciamento di questo postulato sostenendo appunto che la violenza è solo uno strumento.
La Arendt nota come ci sia sempre stata una generale riluttanza ad occuparsi della violenza in sé, difatti esiste un consenso generalizzato fra i politologi sulla affermazione che la violenza è "la più flagrante manifestazione del potere" e Max Weber ha definito lo stato come "il dominio degli uomini sugli uomini basato sui mezzi di una violenza legittima o quanto meno ritenuta legittima".
E considera strano questo consenso a meno di non rifarsi alla valutazione data da Marx dello Stato come strumento di oppressione nelle mani della classe dominante.

sabato, maggio 21, 2022

Dice Kant

 



Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Anche se il cielo stellato è un dato di fatto, una meraviglia inamovibile, la morale che ci anima è soggetta a - chiamiamoli - sbalzi d'umore.
Riuscire a tener fede all'intenzione immune da dubbi, tentazioni ed eventi e molto difficile.
Sempre più spesso la vita ci sottopone a prove di ogni genere senza dimenticare che dietro ogni angolo c'è sempre una sorpresa più o meno gradita ma ogni essere umano deve necessariamente superarla per continuare il proprio percorso.
Bisogna scegliere la porta stretta dove si entra facilmente. Invece la porta larga è affollatissima e la gente si accalca e sentiranno una voce: " Chi siete? Io non vi conosco".
Io a questo discorso kantiano contrappongo e propongo la visione delle cose di un altro filosofo che apprezzo molto, Gadamer.
Se Kant metteva l'ordine morale come unicum, Gadamer usa invece l'ermeneutica e il giudizio invitandoci a osservare il mondo cercando di liberare la mente dai pregiudizi storici e soggettivi fino a ottenere una fusione totale dell'orizzonte interiore con quello universale.
Penso che questi due filosofi, in epoche distinte e con parole diverse, abbiano comunque espresso lo stesso messaggio.
"Relazioni falsate, basate sull'invalidamento alla fonte del senso originario; dinamiche pregiudiziali compromettenti l'autenticità di ogni rapporto."
Ecco, sono i pregiudizi e soprattutto i giudizi che falsano i rapporti e l'impossibilità di comprensione.
La Critica della ragion pratica risponde all'interrogativo sulle possibilità della conoscenza e ne stabilisce l'ambito. Ma l'uomo non solo conosce, ma anche agisce, ed è sul suo comportamento che si rende necessaria un'altra sfera di indagine filosofica che stabilisca delle norme di comportamento: questa è la critica della ragion pratica (CRP). Ne deriva che il sapere filosofico kantiano si articola attorno a due punti fondamentali: il fatto della scienza e quello della morale. Le dottrine etiche tradizionali stabilivano il fondamento delle norme etiche sulla conoscenza, sulla volontà di Dio, sul sentimento, ecc.; in Kant, invece, la norma morale è frutto della decisione immediata dell'uomo. La morale, infatti, nonostante derivi dalla conoscenza, nasce dalla condizione dell'uomo che produce le norme di comportamento al di fuori della causalità deterministica del mondo sensibile.


mercoledì, maggio 18, 2022

Affidarsi a Pandora

 


Pandora, un giorno scoperchiò il vaso, liberando così tutti i mali del mondo, che erano gli spiriti maligni della vecchiaia, gelosia, malattia, pazzia e il vizio. Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, ed il mondo riprese a vivere.
Io sono una persona che si fida e dà sempre fiducia e prendo anche delle grandi cantonate, ma non smetto di aver fiducia nel mio prossimo, perché se novantanove persone si approfittano della mia fiducia e mi deludono, la centesima non lo fa, mi offre il suo cuore donandomi speranza e forza, e non è poco. Gli amici sinceri, quelli che ti restano accanto nel bene e nel male, che sono pronti a sostenerti, sono il sale della vita, ci rendono migliori e dobbiamo essere grati di averli nella nostra vita.
Non devo sforzarmi per fidarmi delle persone e generalmente anche se mi deludono difficilmente ne faccio un dramma, forse perché parto dal presupposto che non devo aspettarmi nulla dagli altri per cui tutto ciò che mi danno è sempre superiore a ciò che mi aspetto.
La diffidenza usata come strumento aprioristico nel rapportarsi col prossimo secondo me è oltre che un elemento capace di creare una probabilissima aridità dell'anima anche paradossalmente poi un potenziale rischio di fidarsi poi proprio e di nuovo della persona sbagliata.
*Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio* è un proverbio stupido, contrario a quanto c'è di più evidente.
La capacità di fidarsi è propria dell'uomo grande e adulto, dell'uomo che ha conosciuto molte cose, che ha riflettuto su tutto: egli sa immediatamente quando l'altro gli parla se deve dubitare o se l'altro parla schiettamente.
Quanto uno è più ricco di umanità, quanto più uno è critico di se stesso, è cosciente dei limiti del suo andare umano, è cosciente della sua realtà, tanto più che sa quando e come fidarsi.
Sapersi fidare è genialità.


lunedì, maggio 16, 2022

It's just my reflection

 




Meditare significa situare le cose al loro posto. Ecco allora la grandezza ultima dell'uomo profilarsi all'orizzonte: essa risiede nel riconoscere alle cose il loro 
posto, cioè il loro significato.
Diceva Luigi Giussani: "In una società come la nostra non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano. E’ solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto". Viviamo in un mondo, in una società che esalta l’autonomia dell’uomo. Se da un lato quest’autonomia è fortemente minacciata dalla negazione dei diritti dell’uomo, dall’altro si esprime come forte domanda sulla soggettività e di rispetto dell’uomo visto nella sua globalità. Non è più sentita la responsabilità individuale, perché ci si appoggia quella collettiva. L’uomo di fatto ha perso la percezione del peccato. E’ indispensabile imparare a convivere con gli altri, essere solidali, assumersi responsabilità comuni per realizzare un progetto umano. Dare il giusto valore a sentimenti che dentro di noi proviamo, i sentimenti sbagliati, che ci inducono ad azioni sbagliate: noia, prepotenza, indifferenza, gelosia, invidia, odio, maldicenza, orgoglio, presunzione. Scoprire dentro di noi la nostra “nudità” e aver voglia di rivestirci di sentimenti buoni e accoglierli con umiltà. Madre Teresa di Calcutta racconta di quando era una giovane suora e s'imbatté in un povero moribondo abbandonato in mezzo alla strada. Lo accolse in casa sua, lo medicò, si prese cura di lui (Pare la parabola del buon Samaritano...ma è storia dei nostri giorni). Poco dopo l'uomo morì, ma prima di morire pronunciò queste parole: "Ho vissuto tutta la vita come un cane e muoio come un re". Cosa aveva visto quell'uomo negli occhi della Santa? Ciò che io non cerco negli occhi del mio prossimo. La vita è anche una splendida lunga confessione! Da quanto tempo non pulisco e rinfresco la stanza della mia anima per farla diventare più ampia e lucente?




sabato, maggio 14, 2022

Il Mistero nella presenza di Cristo





Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, dice: «L’ape conosce la formula del suo alveare, la formica conosce la formula del suo formicaio, ma l’uomo non conosce la propria formula». Se non c’è risposta a queste domande, perché allora le domande esistono? O come più pacatamente accenna Pavese, ne Il mestiere di vivere, «E allora perché attendiamo?». Ad un uomo, per riconoscere con certezza il significato di tutto, della sua vita e perfino della storia, occorre che quel significato si comunichi, e questo a me è accaduto. Auguro a tutti di incontrare quell'uomo che mi ha detto: «Che ti importa se prendi tutto il mondo e poi perdi te stesso?». Io sono il punto di coscienza del reale perché se io non fossi è come se non esistesse nulla, tutto esiste perché io me ne accorga. Il senso del sacro si è perduto per i colpi violenti del razionalismo. Non è raro sentire qualcuno che afferma che lo scopo della Chiesa è aiutare la società civile ad individuare e sorreggere una piattaforma di valori comuni. Ma anche i pagani possono sostenere i valori comuni. Ma qual è il significato della parola valore?
Che cosa è un valore? E' ciò per cui vale la pena, in fondo, vivere.
Ciò per cui veramente val la pena vivere è qualcosa che connette quello che un uomo sta facendo al Tutto.
Senza questo nesso con la totalità ogni cosa vale la pena per cinque minuti, oppure, che è lo stesso per cinque anni.
Per poter vivere il valore bisogna avere una percezione acuta e viva del Tutto.
Ma il senso del Tutto è Mistero: noi lo chiamiamo Dio, ma l'essenza della parola Dio è assoluto Mistero.
Di fronte al Mistero l'uomo resta come confuso, ricorre all'immaginazione, cerca cioè di interpretare il suo rapporto col Tutto, e interpretandolo inevitabilmente lo riduce, e rimpicciolisce perciò il valore.
A Firenze Dostoevskij iniziò a scrivere "l'Idiota" e buttò giù molte delle riflessioni e degli appunti che lo portarono a "I Fratelli Karamazov" e al suo incompiuto disegno di grande romanzo.
Dostoevskij supera l'ipotesi che sorge in Nietzsche di un nichilismo lieve, o gaio, propagandato come modo di vivere da "turista", un po' distaccato e scettico tra le cose belle e le difficoltà del mondo.
Dostoevskij comprende che l'abisso dell'animo umano non si risolve nell'individuare una buona idea o una norma giusta, ma nell'accoglienza di Cristo.



giovedì, maggio 12, 2022

Non sono ottimista

 




È un mondo confuso soprattutto sul suo procedere. Sta rotolando indietro senza che se ne accorga. Rinnega speranze e ne crea altre fittizie, in cui finisce col crederci.
Il giovani d'oggi dobbiamo aiutarli a crescere e maturare. Renderli capaci di fare scelte ragionevoli.
Privilegiare l'osservazione nei confronti dell'ideologia.
L'ideologia ci lascia sospesi in una tensione al futuro stolidamente senza volto. Una speranza anonima e senza consistenza.
Manca anche l’attesa, sembra una sciocchezza ma in realtà il saper attendere favorisce l’immaginazione, la fantasia, l’introspezione, la riflessione, la speranza.
Oggigiorno, abituati fin da piccoli a veder realizzato immediatamente ogni più piccolo desiderio/richiesta, non ci si allena a questo bellissimo e utile stato dell’animo.
Saper attendere è una di quelle qualità che stanno scomparendo fra le nuove generazioni, peccato.
L'attesa aumenta il desiderio di un qualcosa da raggiungere e dà uno scopo al tuo vivere, diverso dal consumo del fatuo o dell'inutile. Il Potere vuole ragazzi angosciati che cercano la soddisfazione nel cellulare ultimo tipo o nel vestito alla moda.
La conclamazione di valori ideologici strumentalizzati dal Potere finisce per stordire i giovani sempre più smarriti per l'insicurezza del loro cammino e l'impaccio nell'identificare una propria esigenza prevalente.
Mancando un obiettivo di medio e lungo periodo alla fine vengono ingabbiati all'interno di un bisogno dominante che sembra quello immediatistico che si consuma giorno dopo giorno facendo scomparire l'autenticità iniziale.
Manca oggi completamente la partecipazione, la condivisione, ci si agita in una totale confusione alimentata e ingabbiata dalla strumentalizzazione del potere a discapito di una propria identità.


lunedì, maggio 09, 2022

Vento di libeccio

 



Afferma il teologo Luigi Giussani che l'amore all'altro non è una cosa generica, come un gran vento caldo che all'improvviso in certe giornate primaverili fa dire: "Toh, è già estate".
La dedizione di sé all'altro è una cosa molto concreta. Perché l'Io vive, non come un nuvolone astratto, vive come atto.
La legge dell'io è darsi, è l'amore come darsi all'altro. Darsi all'altro significa muoversi verso un altro, ascoltare, comprendere ed esaudire le esigenze dell'altro.
C'è una mamma che vuol bene al suo bambino, ma se il bambino si ammala, lei non fa neanche un passo perché lei è un po' pigra.
Il bambino può crepare con la madre che gli vuole benissimo.
Ha scritto Seneca:" Se vuoi vivere per te stesso, devi vivere per un altro, devi darti ad un altro, commosso, non per forza".
Si tratta di un'intuizione vera di un pagano.
Forse a volte ci muoviamo in modo sbagliato.
Forse siamo troppo presi dal nostro punto di vista.
Troppo spesso diciamo: "se fossi stato io non avrei fatto così", magari offesi da qualcosa che ha fatto l'altro.
Ma l'altro non è come noi.
Il senso è che senza sacrificio non può esserci l'amore.
Si tratta di una pigrizia mentale. L'incapacità si assumersi le proprie responsabilità, di donarsi.
L'amore non è un vento di libeccio che sbuca all'improvviso e fa impennare le temperature. Una scintilla c'è sempre, sia chiaro, probabilmente innesca questo meccanismo di darsi all'altro che è il motore di un rapporto sentimentale. Ascoltare l'altro, comprenderlo; la condivisione delle cose che piacciono all'uno e all'altra. Esperienza personale, spesso l'attrazione fisica-sessuale emerge successivamente. Quello ti dà indicazione, secondo me, che il rapporto è piuttosto solido. L'amore è una cosa piuttosto complicata, soprattutto perché di mezzo ci sono i difetti; se c'è solo attrazione sessuale-fisica, allora presto i difetti porteranno alla rottura. In un rapporto sentimentale, i difetti vengono accettati e i loro effetti smorzati.
Donarsi è meraviglioso ma bisogna trovare il tipo di persona che sappia recepire lo sforzo ed accoglierlo nel modo giusto. Ovviamente, noi, dovremo fare altrettanto.
L'amore è una costruzione quotidiana, un continuo assistersi, assestarsi. Una dedizione giornaliera, una lotta tra caratteri. Ed è anche compromesso, ma di quelli che fai perché senti che glielo devi e te lo devi.
Chi pensa che l'amore sia sempre un cielo azzurro senza nuvole perirà al primo ostacolo.


venerdì, maggio 06, 2022

Migliorarci è un'esigenza

 


Sicuramente l’amicizia nasce dall’amore. Se uno però non ama se stesso non può neanche amare un altro, perché l’amore verso il prossimo si costruisce sul modello dell’amore che ha per sé. Ma non si ama l'uomo  che esige per sé e si propone qualcosa di turpe e di disonesto.
Il primo passo dunque consiste nel purificare se stessi, non indulgendo a niente che sia indegno, né togliendo nulla di quanto può essere utile.
Chi ama se stesso in questo modo, può amare anche il prossimo, seguendo la stessa regola.
Ma dal momento che questo amore abbraccia molte persone, dobbiamo scegliere tra queste chi possiamo ammettere con un vincolo più familiare nell’intimità dell’amicizia riversando abbondantemente il nostro affetto, aprendo il nostro cuore fino a mettere a nudo, i suoi pensieri e i suoi desideri più profondi.
La scelta va fatta però non dietro l’impulso instabile del sentimento ma con l’acutezza della ragione, in base alla somiglianza dei temperamenti e tenendo conto delle virtù.
Offriamoci generosamente per l’amico quindi, evitando ogni superficialità. Tutto deve portare alla gioia, né devono mancare l’aiuto, il rispetto e la cortesia che nascono da una benevolenza e da una carità ben ordinate.




mercoledì, maggio 04, 2022

La dittatura del singolo pensiero

 



La verità è un meccanismo di simbiosi con il reale che ti permette di avere una tua idea simile se non uguale a ciò che accade o è accaduto realmente. Naturalmente, di persona in persona, la verità cambia, poiché questa è soggettiva per cui, ognuno, di un episodio accaduto ha una sua versione, che può essere considerata falsa da alcuni e accettata come vera da altri. In Rashomon, capolavoro assoluto, senza età e senza censure del grandissimo autore giapponese Akira Kurosawa, la verità è il tema centrale, da cui partono i numerosi rami cinematografici che innesca l’autore in un interessante e difficile meccanismo a catena.
Il film Rashomon è un classico sempre citato quale esempio. La trama è nota: un samurai viene assassinato e le tre testimonianze appaiono al tempo stesso vere e false. Perché ognuna è dominata dagli interessi di chi le racconta. Gli angoli visuali incidono in modo determinante sulla rappresentazione, sulle derivate narrazioni e conseguente stessa costruzione, o creazione, della “realtà”. Vista come appare a soggetti diversi. Ciò che si riporta con le parole, pure da conoscenze approfondite e da testimonianze davanti a realtà in apparenza non ambigue, è solo interpretazione.
La verità riguarda soprattutto chi afferma un qualcosa in perfetta onestà, sia in una posizione di laico che in quella di religioso.
La verità diventa maligna quando nell'affermazione c'è la tendenza a incanalarla nel proprio percorso preferito.
Lo scrittore G. Carofiglio dedica una riflessione alla difficile arte, secondo lui creativa, di porre le domande giuste, e solo essenziali, durante gli interrogatori. Tra l'altro esamina il problema del rapporto tra comunicazione e realtà. Non sotto aspetti filosofici o metafisici, scientifici o fantascientifici, spesso oziosi, ma più significativamente comunicativi.
La traduzione in parole condiziona la struttura stessa dei fatti, della conoscenza, di quella che per tradizione convenzionale – e illudendoci – chiamiamo “realtà?” Ci s'inganna specialmente sulla fiducia che ne esista una sola, quando ne possiamo mettere a confronto molte versioni, di cui alcune contraddittorie. Tutte risultano dalla comunicazione, spesso distorcente , e non da impossibili riflessi di verità oggettive ed eterne.
In realtà siamo governati dalla dittatura del singolo pensiero, in assenza di intelligenza emotiva multifocale, la stessa ripetizione di un modo di pensare ci rende sonnambuli. Penso che ci sia un effetto collaterale su Internet, esattamente la ripetizione del collegato senza ulteriori analisi elimina l'effetto cognitivo per l'evoluzione del pensiero.


lunedì, maggio 02, 2022

Srotolando la matassa

 




Gorgia, filosofo dei filosofi, fu il primo a sapere che non si deve credere nemmeno a ciò che si vede. Ed espone i tre capisaldi che orienteranno lo spirito che deve animare la filosofia, fino ai nostri giorni. Il cui scopo è infatti imparare a vedere dietro le apparenze, e chiedersi cosa è come si può conoscere, spiegare e comunicare. Spesso dimentichiamo che la psicologia è figlia della filosofia, di cui conserva alcuni concetti base, ma i termini non vi corrispondono molto. Escluderei comunque le capziosità sofistiche.
I postulati sono: nulla esiste; se qualcosa esiste non è comprensibile all'uomo; se pure è comprensibile, è certo incomunicabile e inspiegabile agli altri. Includerei nell'ultimo postulato anche l’inspiegabilità per quelli che non vogliono capire, se non ciò che fa loro comodo e che corrisponde alla loro visione della vita. Sono più numerosi di quanto si creda. A tanti secoli di distanza, Severino affermava che, se le certezze appartengono alla mente, mentre la verità è appannaggio di uno stato che appartiene alle cose.
Ma prima di affermare che nulla esiste si dovrebbe dare una definizione dell'esistenza.
Ammesso che essa sia il modo d'essere di ciò che è reale, in opposizione a ciò che è ideale o fantastico, poiché noi viviamo nell'immaginario delle nostre certezze, l'esistenza stessa è un'illusione. Malgrado tutto, poiché è la nostra illusione, essa esiste insieme a noi, nel nostro sogno.
Quindi il sogno esiste, quello che non esiste è il reale.
D'altra parte, siamo strutturati, come specie, per comunicare e i neuroni specchio fanno in modo che i nostri comportamenti si adeguino a quelli degli altri, cioè alle illusioni altrui.