venerdì 9 dicembre 2016

Morte vita poesia dolore





Se la morte non ha alcun senso, perché piangiamo quando ci muore una persona cara? Ma non solo; soffriamo pure per la morte di sconosciuti (beh, non tutti) .Perché se la morte non ha alcun senso eccetto il carattere dell'ineluttabilità? Perché per provare dolore non c'è bisogno di cercare il senso. Né la poesia dà risposte a questa ricerca di senso né nessun'altra forma di arte. E' un nostro limite quello di non accettare che la vita non abbia un senso (quale oltre a quello di vivere?) o non abbia senso il dolore. Perché ha forse "senso " la felicità che vada oltre al fatto di essere e sentirsi felici? E perché nessuno si domanda che senso abbia la felicità e invece la domanda se la pone per il dolore? Vedere la poesia o qualunque altra espressione artistica sotto questa angolatura per me è addirittura la negazione dell'espressione artistica, in qualunque forma si realizzi." La poesia procede a tentoni, affonda le sue radici nel conosciuto, nel vissuto, nel dejà vu, nel già provato o sperimentato. E ne coglie spesso le incongruenze, le smagliature, il non senso, il vuoto, la contrapposizione tra il nostro amore per la vita e la sua finitezza, e qualche volta, anche frammenti di verità. Se qualcosa può "consolare" questa è proprio la ragione che non è fatta solo di fredda razionalità.

giovedì 8 dicembre 2016

Mendicanza e non lamento




Quanto più un uomo entra dentro l'avvenimento di Cristo
e percepisce l'immensità della libertà,
l'incommensurabilità tra la vita dell'uomo libero
e quella dell'uomo schiavo, e quanto più prende coscienza
del cambiamento possibile, tanto più capisce la
sproporzione fra quello che riesce a fare e l'orizzonte
che si dilata sempre di più ai suoi occhi.
Il gesto più degno che possa fare allora, con tutta
la sua umanità, anche inchiodato al letto, anche dopo aver
tradito o nell'istante in cui dice: "Ho tradito", è il grido
della mendicanza, la mendicanza di Cristo.
La mendicanza è il contrario della pretesa e quindi del lamento.
Il lamento emerge quando la vita è vissuta in modo egocentrico.
La domanda è sempre domanda di tutto: " Venga il tuo
regno, sia fatta la Tua volontà".
Si può chiedere il pane quotidiano: "Dacci oggi quelle cose
per cui possiamo sussistere" , ma attraverso il pane domandiamo
" Il Suo regno", "la Sua volontà", cioè tutto.
La dimensione della vera domanda è la totalità.


mercoledì 7 dicembre 2016

i miei pensieri





Proprio in questi giorni, pensavo a situazioni reali vissute: persone che cambiano vita e cercano di santificarsi anche come forma di riscatto dal male compiuto in passato, pensavo a tutte le lamentele generali di bisogno di persone giuste e buone, pensavo al bisogno di rispetto e verità nelle storie personali …. E pensavo ai bollini che la gente ti lascia addosso e nonostante il bene compiuto continua a vedere quello che ha nella propria testa, pensavo a quanti incontrano finalmente persone giuste e buone, ma accorgendosi che forse sono migliori di loro, iniziano competizioni senza fine per sminuire il ‘buono’ e se proprio non ci riescono, partono con le calunnie e la divulgazione di cose false difficilmente recuperabili, pensavo che il primo rispetto che si deve a sé e agli altri è la verità … quella verità che solo il silenzio nel cuore del Mistero può svelarti, rivelandoti …. E che pochissimi, in realtà, lo desiderano, perché non fa che toglierti maschere e infingimenti che pochi vogliono riconoscere anche di fronte ai fratelli.
Pensavo al bene fatto anche da Madre Teresa per anni e spesso, a causa del male altrui, quante volte abbia dovuto ricominciare da capo, senza mai arrendersi alla logica del male.


martedì 6 dicembre 2016

Veleno a piccole dosi




Esiste in medicina un termine – mitridatismo – che indica il lento processo di assuefazione che può determinarsi in un organismo verso un veleno, quando esso venga somministrato ogni giorno a dosi non letali.
Questo processo di assuefazione si verifica purtroppo anche per gli organismi sociali a proposito delle ideologie del ‘politicamente corretto’. Basta proporre le idee controverse a piccole ma continue dosi, per evitare che esse vengano rigettate dal corpo sociale. Avendo questa accortezza, la società finisce per considerare anche i temi più controversi come qualcosa di normale, addirittura di già coralmente accettato e quindi, poco a poco, di indiscutibile, perdendo ogni capacità di opporsi, quasi fosse anestetizzata.
È quanto sta avvenendo per l’ideologia del ‘gender’ che le lobby Lgbt stanno instancabilmente promuovendo anche in Italia con la loro politica dei piccoli passi. Qualunque occasione è propizia, anche in Parlamento, per muoversi in questa direzione, dalla celebrazione della Giornata contro l’omofobia (evitando, ovvio, di celebrare la Giornata internazionale per la famiglia), all’assistenza integrativa per i deputati omosessuali, all’approvazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, nella quale si annida – per fortuna almeno individuato ed enucleato – il rifiuto del genere biologicamente inteso, a favore appunto di un ‘gender’ fondato sulla scelta dell’individuo.
Lo stesso discorso potremmo farlo per altri grandi temi. Basti pensare all’aborto, passato in 40 anni da crimine a dramma sociale di cui prendere atto, a scelta dolorosa cui prestare assistenza, a ‘diritto’, fino a incominciare a ipotizzare persino sanzioni verso chi – come i medici obiettori di coscienza – crei ‘ostacoli’ all’aborto on demand. Anche per l’eutanasia si è scelta la via del mitridatismo. Dalla saggia opposizione a ogni accanimento terapeutico, si è passati alla rivendicazione della possibilità di sospendere la ventilazione assistita (caso Welby), poi alla sospensione di nutrizione e idratazione a una disabile (caso Englaro), quindi a mascherare l’eutanasia omissiva come ‘desistenza’ terapeutica. E ora si intensifica il pressing radicale per l’eutanasia attiva e il suicidio assistito come diritto dell’individuo.
Il filo conduttore è sempre quello del primato dell’autodeterminazione sul riconoscimento di un valore sociale per la vita dei nostri simili e sul conseguente interesse comunitario a tutelarla. Il mitridatismo del politically correct ha da tempo penetrato ciò che resta della tradizione socialista che, sconfitta dalla logica del mercato, ha preferito ritirarsi dal fronte della giustizia sociale e attestarsi sulla linea dei cosiddetti diritti civili.
Al radicalismo manca ora solo la capitolazione dell’ultima roccaforte che ancora le si oppone, quella della cultura cattolica. E anche in questa cittadella c’è chi si fa intimorire dal preteso e intollerante pensiero unico – Marcello Veneziani ha parlato recentemente di «razzismo etico») – e rinuncia a opporsi culturalmente alla marea montante. Altri all’inverso sembrano preferire un’opposizione improduttiva, convinti che lo scontro fine a se stesso abbia una sua intrinseca bellezza, dimentichi che le battaglie vanno fatte per guadagnare posizioni o, quantomeno, per non perderne altre.
A questi ultimi, impegnati talvolta più sul versante della critica agli amici che in quello dell’agone culturale con gli avversari, vorrei solo ricordare sommessamente che occorre abituarsi «a rendere ragione della speranza» che è in noi, cercando alleati preziosi sul piano della ragionevolezza, pregando ogni giorno con san Tommaso Moro: «Signore, dammi il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, la forza per accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre». È quanto con altri colleghi cerchiamo di fare ogni giorno in Parlamento, nella convinzione che in politica non basti la proclamazione dei princìpi, ma occorra piuttosto la ricerca del consenso sulla nostra agenda. È quanto abbiamo fatto sul tema del ‘gender’, facendo accogliere dal Governo un ordine del giorno con cui lo si impegna, nell’applicare la Convenzione di Istanbul, al rispetto della nostra Costituzione in tema di identità di genere.
Sarà tanto più facile costruire tale consenso anche in altre occasioni, quanto più invece di sparare sui parlamentari cattolici ci si indirizzerà invece a far crescere una nuova cultura nella società, capace di premere sulle istituzioni. I radicali questo fanno, da decenni. E noi?
Gian Luigi Gigli


lunedì 5 dicembre 2016

Aspettando Renzi






Il potere, non nella sua ontologia e quindi nella sua strutturale eticità, nella sua odierna realtà storico-politica, mostra una radicale inimicizia verso il senso religioso. Il potere attraverso gli strumenti d'invasione della coscienza non può non cercare di omologare il più possibile il popolo a valori che gli consentano di mantenere lo statu quo e perpetrare il suo dominio. Lo stato tende per sua natura ad attribuirsi una dimensione divina. E' questa la radice della moderna statolatria.
Dall'altra si rende essenzialmente abortivo l'impeto della costruzione, impedendo quella creatività che nasce dall'amore alla realtà intuita nel suo destino.
Amore che, analogicamente a quanto avviene nel rapporto fra l'uomo e la donna, diventa fecondo solo sé è consumato nel suo contesto più adeguato e naturale.
Quando una cultura diventa dominante il suo contenuto è così sistematicamente veicolato dai media che si innesca una veloce osmosi che riesce ad informare inconsapevolmente la mentalità di tutti. Così che a un certo punto la fisionomia stessa del muoversi della società e dei singoli diventa totalmente riconducibile alle immagini e ai parametri mentali degli strumenti di comunicazione.
E' molto raccapricciante vedere un individuo totalmente determinato nei suoi giudizi e nelle sue movenze dal dettato comune.
Il potere della Chiesa se non è concepito e sostenuto dal contenuto della fede scade a ruolo di dominio.
Già san Paolo metteva in guardia i pastori della comunità primitiva dalla tentazione di spadroneggiare sul proprio gregge.
Esempio classico di tale dominio nella vita ecclesiastica è un certo modo di intendere ed attuare i piani pastorali stabiliti a tavolino dalle curie diocesane. Il potere, in questo caso, diventa gestione della vita altrui.


venerdì 2 dicembre 2016

Si potrebbe parlare della donna




1) BENE: questa è la parola che usano le donne per terminare una discussione quando hanno ragione e tu devi stare zitto.
2) 5 MINUTI: se la donna si sta vestendo, significa mezzora. 5 minuti e' solo 5 minuti, o anche meno, se ti ha dato 5 minuti per guardare la partita o giocare alla playstation prima di uscire o di fare qualsiasi altra cosa insieme.
3) NIENTE: la calma prima della tempesta. Vuol dire qualcosa e dovreste stare all'erta. Discussioni che cominciano con “niente” normalmente finiscono con BENE (vedi punto 1).
4) FAI PURE: è una sfida, non un permesso. Non lo fare.
5) SOSPIRONE: è come una parola, un'affermazione non verbale che è spesso fraintesa dagli uomini. Un sospirone significa che lei pensa che sei un idiota e si chiede perché sta perdendo il suo tempo lì davanti a te a discutere di NIENTE(torna al punto 3 per il significato di questa parola).
6) OK: questa è una delle parole più pericolose che una donna può dire a un uomo. Significa che ha bisogno di pensare a lungo prima di decidere come e quando fartela pagare.
7) GRAZIE: una donna ti ringrazia; non fare domande o non svenire; vuole solo ringraziarti (a meno che non dica 'grazie mille' che il più delle volte può essere puro sarcasmo, e non ti sta ringraziando.)
8 ) COME VUOI: è il modo della donna per dire vai a quel paese!
9) NON TI PREOCCUPARE, FACCIO IO: un'altra affermazione pericolosa; significa che una donna ha chiesto svariate volte a un uomo di fare qualcosa che, adesso, sta facendo lei. Questo porterà l'uomo a chiedere: 'Cosa c'è che non va?'
Per la riposta della donna fai riferimento al punto 3.
10) CHI E'?: questa non è una domanda mossa da semplice curiosità; ogni volta che una donna ti chiede 'chi è?, sta indagando; in realtà, ti sta chiedendo: 'CHI E' QUELLA? E COSA VUOLE DA TE?' Occhio a come rispondi.


giovedì 1 dicembre 2016

Il cammino del suicidio






Sembrano persone non in grado di affrontare gli insuccessi e i cambiamenti in peggio , indipendentemente dalla responsabilità di chi vi ha contribuito .
Colpa di un'educazione iperprotettiva ? Eppure nel passato gli insuccessi in senso lato erano molto più frequenti : vita in condizioni difficili, alienazione prodotta dalle guerre, perdita o frequente cambiamento del lavoro, perdita della salute, indigenza, morte precoce di figli e di persone care . Non so se i suicidi fossero più frequenti o meno nel passato rispetto al presente : è difficile ritenere possibili paragoni fra epoche diverse . Ma la depressione sembra crescere con il benessere .
Mi colpisce anche il fatto che i suicidi ( anche in Italia ) siano in maggioranza maschi. Forse sono caricati di aspettative maggiori ?
In Italia le statistiche di suicidi vedono in testa , percentualmente : maschi , detenuti, oppure militari .
La regione col più alto numero percentuale di suicidi : Friuli Venzia Giulia.
La regione col numero più basso di suicidi : Campania.
In generale, nelle regioni del Nord ci sono molti più suicidi che nelle regioni del Sud.
Influenza del clima ? maggiore pressione sociale verso il successo ? Minore sostegno del tessuto intra familiare ?

mercoledì 30 novembre 2016

La verità costruita sulla convenienza





Nell'inserto domenicale del Sole 24 Ore, lo scrittore G. Carofiglio dedica un articolo alla difficile arte, secondo lui creativa, di porre le domande giuste, e solo essenziali, durante gli interrogatori. Tra l'altro esamina il problema del rapporto tra comunicazione e realtà. Non sotto aspetti filosofici o metafisici, scientifici o fantascientifici, spesso oziosi, ma più significativamente comunicativi.
La traduzione in parole condiziona la struttura stessa dei fatti, della conoscenza, di quella che per tradizione convenzionale – e illudendoci – chiamiamo realtà. Ci s'inganna specialmente sulla fiducia che ne esista una sola, quando ne possiamo mettere a confronto molte versioni, di cui alcune contradditorie. Tutte risultano dalla comunicazione, spesso distorcente , e non da impossibili riflessi di verità oggettive ed eterne.
Il film Rashomon è un classico sempre citato quale esempio. La trama è nota: un samurai viene assassinato e le tre testimonianze appaiono al tempo stesso vere e false. Perché ognuna è dominata dagli interessi di chi le racconta. Gli angoli visuali incidono in modo decisivo sulla rappresentazione, sulle derivate narrazioni e conseguente stessa costruzione, o creazione della realtà. Vista come appare a soggetti diversi. Ciò che si riporta con le parole, pure da conoscenze approfondite e da testimonianze davanti a realtà in apparenza non ambigue, è solo interpretazione.


martedì 29 novembre 2016

Ieri oggi domani








Condivido il pensiero di Seneca: “Preso dal vortice del lavoro e degli impegni, ciascuno consuma la propria vita sempre in ansia per quello che accadrà e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani, né lo teme”.
Il tempo si pone come qualcosa che è distinguibile in parti e quindi divisibile: presente, passato e futuro. Ma queste parti del tempo, che costituiscono l’orizzonte della nostra vita, quando sono analizzate, diventano prima inafferrabili per poi quasi dissolversi. Passato e futuro, infatti, sembrano appartenere piuttosto al nulla che all’essere, sono varianti per così dire del nulla: giacché l’uno non è più, l’altro non è ancora. Tuttavia l’uno costituisce il distendersi e l’accumularsi nella nostra memoria dell’esperienza del nostro trascorrere, cioè vivere, l’altro si pone come l’apertura dell’orizzonte del nostro agire, cioè del nostro rapportarci al mondo secondo bisogni, paure e speranze. Il presente, nella sua riduzione a puro punto senza estensione, mostra di non poter avere nessun carattere di permanenza e di stabilità.
Il tempo, filosoficamente?
Tutto è passato, presente e futuro.
Se io guardo una persona che sta a cento metri da me il tempo impiegato per vederla annulla il concetto di presente. E' già un tempo passato proiettato verso il futuro.
Nel cielo stellato vedi la luce di un astro. E' probabile che la stella non esista più. Hai l'impressione del presente ma ti trovi nel passato.


lunedì 28 novembre 2016

Il lucchetto clarinetto aperto chiuso






Metti che ti presenti a una ragazza e dici, "Suono bene il lucchetto".
Metti che lei capisce tutta un'altra cosa e ti fa subito l'occhietto.
Metti che sei un artista puro e questa cosa non fa certo un bell'effetto.
"Il lucchetto, quello che fa filù filù filù filà".
Metti che lei non è un'artista e con la musica non prova alcun diletto:
il lucchetto si butta un po' giù.
Non c'è emozione né‚ soddisfazione a suonar da soli il lucchetto.
E' uno strumento un po' particolare che ha bisogno di accompagnamento
Ma dove sta una chitarrina per suonare insieme con il lucchetto jazz
per fare qualche pezz, per fare un po' filù filù filù filà.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il lucchetto sping... così nasce un bel blues.
A-hum! A-hum! A-hum!... A-hum! A-hum! A-hum!
Senza la chitarrina non puoi far manco una canzoncina un po' sveltina in do
e allora come fo per fare un po' filù filù filù filà.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il lucchetto sping... così nasce un bel blues.
La cerco come la Titina questa bella chitarrina per far qualche swing,
mentre il clarinetto....