giovedì 27 aprile 2017

La strada che porta alla Verità





Vorrei che tutti capissero che c'è un metodo che precede e rende possibile la conoscenza. Consiste nella capacità di cogliere i nessi tra le cose, di andare oltre quello che appare, di compiere il continuo percorso del segno fino all'origine, al significato.
Non mi faccio irretire da un piccolo campo di verità astratte e formali, con le conseguenti applicazioni scientifico-tecniche. Le restrizioni di questo dominio del razionalismo scientifico portano a una strada dove la conoscenza non ha più rapporto con la vita, con le questioni della vita. La questione che emerge con più forza è quella della certezza, anche per le caratteristiche prodotte dal tempo in cui ci troviamo a vivere, dal nichilismo che respiriamo, dall'incapacità di stare alle evidenze più elementari della nostra esperienza.
Tutto ciò che non è trascrivibile, traducibile in linguaggio matematico e non sottoponibile alla dimostrazione sperimentale, non è conoscibile ed è relegato nel campo del meramente soggettivo.
E quando si sta male ed è già difficile mettere insieme i pezzi di sè.... a salvare sarà proprio quanto non si può dimostrare o definire scientificamente.
La capacità di cogliere i nessi tra le cose è fondamentale per arrivare ad una conoscenza più completa, al di là della tecnologia e della scienza...è l'intuizione soggettiva che conta.
La natura è il luogo dei rapporti che sviluppano la persona; cioè la natura è il luogo dell'esperienza.
Caratteristica della natura è quella di costituire una trama organica e gerarchica che solleciti l'esigenza di unità immanente ad ogni persona.
L'esperienza vera mobilita e incrementa la nostra capacità di aderire, la nostra capacità di amare.
La vera esperienza immerge nel ritmo del reale, e fa tendere irresistibilmente ad una unificazione fino all'ultimo aspetto delle cose, cioè fino al significato vero ed esauriente di una cosa.

martedì 18 aprile 2017

L'amore segue percorsi strani





Il sacrificio è accettare le circostanze della vita. Se hai una malattia invalidante dolorosa, dove trovi il dono? Il sacrificio è il dolore di chi perde un figlio, un amore grande e accetta tutto in nome di chi come Dio è diventato uomo ed è morto assassinato per ridare la possibilità della felicità a chi lo assassinava. 

sabato 15 aprile 2017

Una grande Luce





Giovanni (20,1-9).
In particolare:
....si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario- che era stato sul suo capo- non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Il corpo di Gesù, risorgendo, non si era strappato di dosso le scomode fasciature, ma egli ne era uscito senza scomporle, come se il corpo di Gesù fosse svanito dall’interno del lenzuolo che l’avvolgeva e quindi  le fasce, non avendo più cosa avvolgere, si sono semplicemente afflosciate su se stesse.
Pietro e Giovanni temevano che il corpo di Gesù fosse stato rubato. Giovanni, invece, costatò che gli elementi erano nella stessa posizione dove erano stati lasciati tre giorni prima, durante la sepoltura.
Il telo di lino che avvolgeva Gesù era dove prima giaceva il suo corpo, cioè sulla pietra sepolcrale, afflosciato e non srotolato.
Ma lo vogliamo capire che Gesù è uscito dalle fasce intatte! Non srotolate ma afflosciate.
Prima qualcuno aveva visto la pietra che chiudeva il sepolcro scivolare da sola, i sigilli messi dai romani sfilacciati e dalla tomba uscire una grande luce che rischiarava il cielo.
Giovanni è stato il primo a meditare sul telo afflosciato.
Tutte le mattine, quando ci svegliamo, dovrebbe essere Pasqua.
Gesù quando ha invitato Tommaso a constatare con il dito i segni della Crocifissione non lo fa fatto per il discepolo ma per noi.
Quando Giovanni arriva prima sulla tomba ma non entra non lo ha fatto per Pietro ma per quello che rappresentava: la Chiesa.





mercoledì 12 aprile 2017

Un'occasione per cambiare



E' iniziata l'ultima settimana di quaresima. Ci è stato proposto  nel Vangelo l'episodio della peccatrice.
Con una frase terribile Gesù la isola, la libera. Si abbassa a terra e scrive: i nomi dei peccatori sono scritti nella polvere (cf Gr 17,13). Tutti se ne vanno. Sono ormai soli, finalmente, lui e la donna. La donna lo guarda in modo interrogativo. "Relicti sunt duo, misera et misericordia" (Agostino)
Si rende conto di essere stata salvata da lui: ma perché? Si rasserena. Una domanda: Nessuno ti ha condannata? una domanda evasiva, scontata. Un ponte gettato tra Lui e lei.
Finalmente vi può essere l’incontro che riconsegna la donna a se stessa rimettendola in cammino nella sua dignità.
Una sola parola: le dice di cercare ancora ma oltre ciò che aveva cercato fino a quel momento. Un invito a non continuare a sbagliare il bersaglio nella sua ricerca di vita e di amore.
Ecco, noi tutti abbiamo bisogno dello sguardo rivelatore di Gesù per riconsegnarci alla dignità che abbiamo ricevuto con il Battesimo.
Il culmine dell’intelligenza umana consiste nello sfondare, proiettandosi verso l’infinito mistero, anche gli spazi ristretti nei quali spesso l’uomo è costretto a vivere. Solo così la ragione “culmina nel sospiro e nel presentimento che l’infinito si riveli”.
Nel sospiro e nel presentimento che il mistero si riveli, l’intelligenza umana valica il proprio limite. Il sospiro è un modo di sentire le cose piene di attesa, di desiderio e di commozione.
Ma il sospiro non può che essere un desiderio velato di malinconia. Il sospiro è trafitto da “gemiti inesprimibili”.
Il presentimento è la facoltà positiva e liberamente impegnata di percepire che la realtà è un insieme di segni che rimandano ad altro; talvolta siamo in grado di scioglierli, ma spesso non ci è dato di farlo. Non per questo la ragione viene a soffrirne, purché si adatti a riconoscere che oltre la realtà “c’è altro”, di cui la realtà è il segno visibile. 



martedì 4 aprile 2017

Più in là








Afferma Charles Baudelaire che questo ammirevole, questo immortale istinto del Bello ci permette di considerare la terra e i suoi spettacoli come una corrispondenza del Cielo. La sete insaziabile per tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità.
E' insieme alla poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori situati oltre la tomba.
E quando una squisita poesia fa salire le lacrime agli occhi, queste lacrime non sono la prova di un eccesso di godimento, quanto invece la testimonianza di una malinconia irritata, di un postulato dei nervi, di una natura esiliata nell'imperfetto e che vorrebbe impadronirsi immediatamente, su questa terra stessa, di un paradiso rivelato.
La malinconia sale agli occhi laddove questi non sanno oltrepassare la caducità del significato permanente.
Qui ed ora. E nulla più.
Non sempre, ed è giusto sia così, si ha possibilità di scorgere varchi di quell'oltre che risana e placa gli “spiriti terreni”.
In terra si sosta in una unità il cui compito “dovrebbe“ essere la coniugazione tra spirito e corpo. Molto spesso prevale la logica “corporea“. E quindi quello sguardo resta incapace di oltrepassare l'oltre terreno.

.....sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
"più in là!............

Così termina la poesia di Montale "Maestrale".
Bellissimi questi versi del poeta per la capacità di rendere il mare, le rocce e gli uccelli cose vere, profondamente comprensibili al nostro pensiero.
C'è profumo di infinito.
Noi siamo gli uccelli e a noi è data la possibilità di scegliere di stare appollaiati sul ramo di un albero ad ammirare le montagne e la linea dell'orizzonte, oppure di aprire le ali e svoltare dietro la montagna e varcare l'orizzonte per scoprire ciò che prima non immaginavamo.