martedì 18 ottobre 2016

L'omologazione dei desideri

 
 


 
 

Quando una cultura diventa dominante il suo contenuto è così sistematicamente veicolato dai media che si innesca una veloce osmosi che riesce ad informare inconsapevolmente la mentalità di tutti. Così che a un certo punto la fisionomia stessa del muoversi della società e dei singoli diventa totalmente riconducibile alle immagini e ai parametri mentali degli strumenti di comunicazione. E' molto raccapricciante vedere un individuo totalmente determinato nei suoi giudizi e nelle sue movenze dal dettato comune. L’uomo non può vivere al di là della coscienza riducendola ad un apparato anonimo come la legge o lo stato. L'irriducibilità della coscienza è minacciata dai mezzi di comunicazione di massa e dalla generale computerizzazione della società. E' molto facile per noi riuscire ad immaginare istituzioni organizzate così perfettamente da imporre come legittima ogni loro azione. Basta disporre di una efficiente organizzazione per consentire qualunque cosa. Così potremmo sintetizzare l'essenza di ciò che ci minaccia: gli stati programmano i cittadini, le industrie, i consumatori, le case editrici e i lettori. Tutta la società un po' alla volta diviene qualcosa che lo stato produce. Nell'appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti. E nell'astenia generale l'alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio e un moralismo d'appoggio allo stato come ultima fonte per il flusso umano.



13 commenti:

  1. Peccato mortale. La proposta di Josef Fuchs a partire dall'antropologia teologico-trascendentale.

    RispondiElimina
  2. Julián Carrón, dice: “Confondiamo il desiderio di totalità con i desideri e soccombiamo alla loro dittatura, cioè confondiamo le esigenze originali dell’uomo con le immagini prodotte dalla nostra fantasia o indotte dal mercato, dai poteri”. Vi è oggi un appiattimento del desiderio che passa in modo solo apparentemente paradossale proprio attraverso l’esasperazione dei desideri. Basti pensare a ciò che tutti conosciamo sotto il nome di clonazione, riproduzione assistita, matrimoni di fatto, adozioni di bambini anche per omosessuali. Per dire che si desidera tutto, si pretende la trasformazione in diritto di ogni desiderio, ma, al tempo stesso, si fanno sempre meno i conti con la profondità del desiderio umano. La delusione e la violenza sono le conseguenze più evidenti a livello personale e sociale di questa dinamica. Diceva Mauriac: “Mi sono sempre ingannato sull’oggetto dei miei desideri, non sappiamo quel che desideriamo, non amiamo quel che crediamo di amare”.
    Allora ecco la questione: come si può riappropriarsi del proprio desiderio umano? Chi e che cosa ci può aiutare? E inoltre, si può ancora parlare oggi di esigenze originali dell’uomo, a fronte di un cosiddetto relativismo etico culturale che sembra ormai un ingrediente ovvio della nostra mentalità? Ne va, in questi interrogativi, non solo del destino di una cultura, di una civiltà, la nostra, ma della vita di ognuno di noi. Ora quelle dei due ospiti sono esemplificazioni importanti, che provano a segnalare dei punti delicati, controversi, in cui sono coinvolti i desideri, i bisogni umani e che appartengono ad aree particolarmente sensibili del dibattito attuale. In particolare, e qui vorrei solo annunciare una linea delle due proposte, provocazioni, in particolare Stanley Hauerwas affronta la questione della cura, perciò della malattia, del rapporto con la morte nell’attuale contesto in cui le scoperte, gli avanzamenti della medicina, le nuove frontiere che si aprono alla sopravvivenza e al desiderio di vita, di uscire vivi dalla vita, come dirà spesso, come dice spesso, devono fare i conti con sempre più rilevanti problemi di risorse e di distribuzioni delle risorse. Come decidere chi curare? Chi ha il diritto di essere curato? Con quali criteri stabilire l’ordine delle priorità, anche negli investimenti destinati alla ricerca in questo campo? E’ una questione di giustizia? È l’interrogativo con cui vedremo misurarsi il Professor Hauerwas. E ancora: quale immagine dell’uomo, del suo rapporto con la morte emerge dal modo di affrontare il problema della salute e della cura? Forse un desiderio come quello della salute va colto anche nel suo valore di sintomo rivelatore di una concezione del vivere e del morire. Carter Snead affronta invece il grande tema della normatività, dei limiti o dei confini in rapporto a tutte le grandi questioni etiche poste dagli sviluppi delle scienze biomediche e biogenetiche. Chi è deputato a decidere? Alcuni dicono: “La scienza stessa può e deve farlo, il suo punto di vista non ha bisogno o non tollera altri punti di vista”. Snead mostra i limiti di una tale posizione, la scienza non ci dice chi siamo, perché cosa siamo fatti e che cosa dobbiamo l’uno all’altro. Resta allora la domanda: in quale nuova prospettiva discutere dell’esperienza umana in termini razionali?

    RispondiElimina
  3. http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4544

    RispondiElimina
  4. Il link va messo nella barra degli indirizzi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina
  5. Ma tu sei realmente convinto che quel che tu descrivi nel post avvenga solo oggi con la computerizzazione? Che cinquant'anni fa o anche prima non succedesse la stessa cosa, anche senza PC? Ciao Gus

    RispondiElimina
  6. L'intellettuale è colui che, in un corpo a corpo tra esistenza e idealità, rischia un giudizio storico calato nella vita del proprio Paese.
    Un giudizio che quando è autentico confina l'intellettuale in una scomoda solitudine.
    Intellettuali sono stati Gobetti, Gramsci, Testori e Pasolini.
    Pasolini è il grande diagnostico della rivoluzione antropologica in Italia, quella rivoluzione per cui dalla metà degli anni 50 alla metà degli anni 60 avviene un passaggio velocissimo da un mondo tradizionale fondato su una concezione umanistica e solidale a un altro in cui trionfano egoismo, apparenza, vuoto morale.
    E' il mondo del Nuovo Potere che nella sua ingannevole tolleranza persegue un'omologazione generalizzata.

    RispondiElimina
  7. Il potere, nella sua realtà storico-politica, mostra una radicale inimicizia verso il senso religioso. E' questa inimicizia che dobbiamo contestare. D'altra parte il potere, attraverso gli strumenti d'invasione della coscienza, non può non cercare di omologare valori e atteggiamenti che gli consentano di mantenere lo statu quo e perpetuare il suo dominio. Gli intendimenti del potere non hanno senso religioso e forse nemmeno etico, né un principio di autolimitazione del potere stesso, né l'apertura all'aiuto di un fattore più grande, cioè la fede. Ma lo stato ateo non esiste. Se non fa riferimento ad un principio che lo trascende e che quindi pone ad esso dei limiti, lo stato tende per sua natura ad attribuirsi una dimensione divina.

    Ciao Annamaria.


    RispondiElimina
  8. Niente di nuovo. cesarini e san buffone salvano ancora. Alla prossima perderà.
    E che sia ancora un' altra finale persa. Mi spiacerebbe che uscisse prima una goduria quel milan juve con l' ancillotto....ma quanti scudetti regalati da super moggi.
    Par condicio eh. In europa e' un bluff

    RispondiElimina
  9. La Juve contro l'Udinese ha giocato male e deconcentrata perché pensava alla partita di Champions. A Lione ha giocato con il freno a mano tirato in vista della trasferta a Milano contro la squadra dei cinesi. A Milano giocherà a perdere tempo per affrontare al meglio il Napoli. Questo è l'allegrismo che sfida il guardiolismo e il cholismo.
    Buona notte Silvana.

    RispondiElimina
  10. Meglio cinesi che torinesi. Ahahah sono terrrribbbbili.

    RispondiElimina
  11. La perdita di un solo uomo diventa una perdita universale,se in noi l'interiorità parla della fragilità del legame con gli altri, senza il quale siamo noi per primi a morire.E il freddo glaciale entrerà nel nostro cuore e riconoscerai di essere solo. Buonanotte e Bacio Gus.

    RispondiElimina