venerdì 9 dicembre 2016

Morte vita poesia dolore







Se la morte non ha alcun senso, perché piangiamo quando ci muore una persona cara? Ma non solo; soffriamo pure per la morte di sconosciuti (beh, non tutti) .Perché se la morte non ha alcun senso eccetto il carattere dell'ineluttabilità? Perché per provare dolore non c'è bisogno di cercare il senso. Né la poesia dà risposte a questa ricerca di senso né nessun'altra forma di arte. E' un nostro limite quello di non accettare che la vita non abbia un senso (quale oltre a quello di vivere?) o non abbia senso il dolore. Perché ha forse "senso " la felicità che vada oltre al fatto di essere e sentirsi felici? E perché nessuno si domanda che senso abbia la felicità e invece la domanda se la pone per il dolore? Vedere la poesia o qualunque altra espressione artistica sotto questa angolatura per me è addirittura la negazione dell'espressione artistica, in qualunque forma si realizzi." La poesia procede a tentoni, affonda le sue radici nel conosciuto, nel vissuto, nel dejà vu, nel già provato o sperimentato. E ne coglie spesso le incongruenze, le smagliature, il non senso, il vuoto, la contrapposizione tra il nostro amore per la vita e la sua finitezza, e qualche volta, anche frammenti di verità. Se qualcosa può "consolare" questa è proprio la ragione che non è fatta solo di fredda razionalità.

20 commenti:

  1. Gibran vedeva la poesia come un salvagente a cui aggrapparsi quando tutto sembrava svanire...
    Se ho capito il senso del tuo post, le poesie più belle sono quelle che nascono da un dolore.
    Ciao

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  2. Quello che noi spesso dimentichiamo è che la poesia nacque come epica, per semplificare possiamo chiamarla la poesia delle gesta ed aveva una particolare funzione ,doveva svolgere una funzione educativa, doveva comunicare ed esprimere. Era inammissibile una poesia non utile, non direttamente produttiva di qualcosa e per produzione intendo proprio la produzione di senso. Questo problema nasce già con i lirici greci che però pur sovvertendo in parte i canoni tradizionali e dando luogo alla poesia dei sentimenti continuano a percorrere la strada dell’utilità. Sono i lirici latini che presentano la seconda cesura, la poesia lirica si distacca definitivamente da quella epica non solo per i temi ma anche perché abbandona ogni scopo comunicativo o finalistico. Da quel momento in poi irrompe tutto e si perde il patto (che era stato sotteso nella poesia epica) e rimane un nuovo modo di fare poesia . Il poeta non deve indagare né verità , né deve darci una interpretazione di verità , non deve essere sottomesso all'oggetto, non deve più parlare della morte (oggetto) per renderla fatto universale. Deve accovacciarsi come meglio crede sull'oggetto, il poeta copre l'oggetto non lo scopre qui che la soggettività diventa prevalente, aperta la poesia al lirismo e liberato il poeta da ogni condizione di finalismo comunicativo è ovvio che il soggetto diventa oggetto della poesia. Non è più la morte che viene raccontata ma è il poeta che è e sente morte ad essere oggetto della poesia. Ecco perché non riuscirà con molta difficoltà a trovare qualcosa che risponda al suo canone.
    In questa assenza di patto però non possiamo vedere solo una perdita, a mio parere c'è anche una conquista appare sul palcoscenico umano la possibilità di infinite verità soggettive tessere non più' quadri, pezzi isolati non più affreschi unitari, ma il loro valore rimane comunque straordinario perché ci permette di vedere e di rintracciare l’umanità attraverso dei frammenti infinitesimali spesso diversi per canone e per scelta linguistica che non ci raccontano più la morte ma le mille morti. Da una poesia non si può scorgere il mondo se non per frammenti rattoppati da gli occhi degli altri, il lettore di poesia deve essere umile ,non si deve aspettare niente, non deve cercare né verità né insegnamento, né illuminazione, né spiegazione del mondo, deve solo farsi prestare per un istante gli occhi di un altro stupendosi per la coincidenza identica del vedere insieme, nel vedere stupendosi ancora di più nel vedere il mai visto.


    Ciao Farfalla L.

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    1. Commento super che ho condiviso sul mio blog sperando non ti crei dispiacere e su google+. Abbraccio

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  3. Nell'ultimo libro di A. D'Avenia, l'autore ha un continuo colloquio con Leopardi e ne dispiega la vita, la fragilità. D'Avenia è al suo quarto libro e la sua narrazione è un continuo crescendo poetico. Ho cercato di imparare la metrica, ma è troppo difficile per me. Leggere una poesia al giorno riempie il cuore e al tempo stesso è lo sguardo del mattino attraverso una finestra nuova che mi prepara al giorno. E in quello spettacolo scopri la vera Bellezza. Buonanotte e Bacio.

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  4. La vera bellezza è Cristo.
    Bacio Lucia.

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    1. E' vero e l'ho scritto maiuscolo.
      Buonagiornata. Bacio

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  5. Anche la Chiesa è una madre afflitta, che spesso piange per le colpe dei suoi figli morti per il peccato, e per questo è necessario che i fedeli preghino continuamente perché i peccatori si pentano, si convertano e risorgano a nuova vita..

    Dio, ricco di misericordia, ha compassione di tutti e non disprezza noi sue creature peccatrici, l’importante che il nostro essere polvere si lasci irrorare dalle lacrime di Cristo e nelle mani creative di Dio saremo rifatti creature nuove: figli.

    La compassione di Dio e, dunque la nostra, non è riducibile ad un’emozione: è un giudizio, è una partecipazione al destino delle persona che soffre per almeno alleviare la sua sofferenza.

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  6. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
    questa morte che ci accompagna
    dal mattino alla sera, insonne,
    sorda, come un vecchio rimorso
    o un vizio assurdo. I tuoi occhi
    saranno una vana parola,
    un grido taciuto, un silenzio.
    Così li vedi ogni mattina
    quando su te sola ti pieghi
    nello specchio. O cara speranza,
    quel giorno sapremo anche noi
    che sei la vita e sei il nulla.
    Per tutti la morte ha uno sguardo.
    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
    Sarà come smettere un vizio,
    come vedere nello specchio
    riemergere un viso morto,
    come ascoltare un labbro chiuso.
    Scenderemo nel gorgo muti.

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  7. La mendicanza non è un'emozione passeggera. E' per sempre. Il miracolo è che la sofferenza diventa sacrificio, un valore e non uno strepitio bestiale.
    Ciao.

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  8. Dio è sì l’“eccelso” (Sal 112/113, 4), che “siede nell’alto” (ibid.,5) e che deve chinarsi perché “più alta dei cieli è la sua gloria” (ibid., 4), ma si abbassa con premura verso di noi e “solleva dall’indigenza della polvere” (ibid., 6). Anche oggi il vangelo ci mostra che l’Emmanuele, il Dio con noi, si china sulla sofferenza di una donna vedova, umiliata dall’antica società, perché senza marito e senza figlio era considerata come ramo inutile e secco.

    Con questo miracolo di compassione Gesù manifesta ancora una volta di essere venuto a portare nel mondo Dio, la gioia e la pace. Inoltre compie un gesto che è “segno” che permette di riconoscere in Lui il vero inviato di Dio. Soltanto Dio, padrone della vita e della morte, può richiamare i morti alla vita, e se Gesù lo compie con la propria autorità, dimostra di essere di “natura divina”: Lui, il Figlio, agisce in piena comunione con il Padre.

    In questo gesto di Gesù si può anche vedere la profezia del momento in cui la Vergine Maria, vedova di Giuseppe, piangerà sulla morte di Gesù, suo unico Figlio, che la compassione del Padre le restituirà risuscitandolo il giorno di Pasqua.

    Francesco Follo.

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  9. Dare amore è l’esperienza più bella che puoi fare, perché allora sei un imperatore. Ricevere amore è un’esperienza molto limitata, e appartiene al mendicante. Non essere un mendicante; almeno nel regno dell’amore sii un imperatore, 

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  10. Eppure ho scritto un post sul significato della mendicanza:

    Quanto più un uomo entra dentro l'avvenimento di Cristo
    e percepisce l'immensità della libertà,
    l'incommensurabilità tra la vita dell'uomo libero
    e quella dell'uomo schiavo, e quanto più prende coscienza
    del cambiamento possibile, tanto più capisce la
    sproporzione fra quello che riesce a fare e l'orizzonte
    che si dilata sempre di più ai suoi occhi.
    Il gesto più degno che possa fare allora, con tutta
    la sua umanità, anche inchiodato al letto, anche dopo aver
    tradito o nell'istante in cui dice: "Ho tradito", è il grido
    della mendicanza, la mendicanza di Cristo.
    La mendicanza è il contrario della pretesa e quindi del lamento.
    Il lamento emerge quando la vita è vissuta in modo egocentrico.
    La domanda è sempre domanda di tutto: " Venga il tuo
    regno, sia fatta la Tua volontà".
    Si può chiedere il pane quotidiano: "Dacci oggi quelle cose
    per cui possiamo sussistere" , ma attraverso il pane domandiamo
    " Il Suo regno", "la Sua volontà", cioè tutto.
    La dimensione della vera domanda è la totalità.

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  11. ... quella dell'uomo schiavo, e quanto più prende coscienza...

    prende coscienza tanto da non augurare un "buon compleanno Silvana"?. Tanto da non pubblicare verità sacrosante? Il lamento aumenta quando il dolore, non solo quello fisico, è insopportabile, forte, ingrato. Il lamento è umiltà e non l' orgoglio sciocco di chi si crede un "vincente'
    L'orgoglio,la vanità di dire: va tutto bene è spesso menzogna...
    non è nemmeno corretto il termine egocentrico...egocentrico? Ma de che??? Ragiona prima di copiare il pensiero di altri e del NON vissuto sulla propria pelle

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  12. Per augurare buon compleanno bisogna conoscere il giorno della nascita. Io non sapevo di te. Il dolore donato a Cristo diventa sacrificio. E' il dono più grande che si possa fare. La sofferenza che trascina dietro di sé solo il dolore è un'altra cosa. La mendicanza è la Misericordia che rappresenta la nostra Speranza. E' il cuore del cristianesimo, altro che copiare.
    Auguri per il compleanno dimenticato.

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  13. Sei falso e ipocrita come spesso accade L" ho anche scritto. Il compleanno è passato. Ma che ne sai tu se il mio dolore non lo dono a Dio? Ci conosciamo?

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  14. Ti conosco dalle parole che usi. Dalle liti continue a torto o a ragione, dalle insinuazioni assurde. Chi si carica la Croce sulle spalle è sulla via santità e non si comporta come te.
    E' meglio che cominci ad eliminare i tuoi commenti. Il blog ti sballa completamente.

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  15. mendicanza s. f. [der. di mendicare], ant. – Stato di mendico, estrema povertà.
    TRECCANI non giussani

    Comincero' ad illudermi quando sentirò davvero la Sua presenza. Ma non per evitare il peggio perché non c'è' mai fine. Oggi (con un occhio) non ho ancora visto un uomo, presumibilmente dai 60 in su, che dimostri 20 anni. Ma forse è perché non vedo ancora bene.
    Quando pubblicherò un evento, una grazia sara' una rivelazione e senza chiedere ne volere nulla. Compresa la mia misericordia? Con o senza speranza....tanto meno l" illusione
    Buon giorno

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  16. Debolezza, mendicanza e positività




    Se, nella coscienza della nostra assoluta incapacità di fare, amare, essere quel che vogliamo, non c’è possibilità di implorare qualcuno, non c’è altra via che la disperazione. C’è Qualcuno che ha detto: Non c’è bisogno che muoia tu. Muoio io al tuo posto e ti guadagno la risurrezione… Da quel momento possiamo imploraLo con fiducia.

    Ho letto con interesse il contributo inviatomi da un amico:

    “Dobbiamo chiedere la forza del Padre, la forza di Dio. La forza di Dio è un uomo, la misericordia di Dio ha nella storia un nome: Gesù Cristo, dice il Papa nell’enciclica che ho citato. Noi dobbiamo chiedere Gesù! «Vieni, Signore Gesù. Vieni, Signore» è il grido che sintetizza tutta la storia umana, la storia del rapporto tra l’uomo e Dio nella Bibbia. Andate a prendere la Bibbia, all’ultima pagina, le ultime parole sono queste: «Vieni, Signore». Dobbiamo pregare. È una mendicanza, non è una forza, ma l’estrema debolezza, l’espressione estrema della consapevolezza della debolezza che è in noi. La coscienza della nostra debolezza diventa mendicanza. La mendicanza è l’ultima possibilità di forza adeguata al nostro destino, rende l’uomo adeguato al destino. Si chiama normalmente preghiera”.

    (L. Giussani – Avvenimento di libertà. Conversazioni con giovani universitari, Marietti, Genova 2002, p. 56)

    Parole che hanno come completamento queste altre belle pronunciate da don giussani nel 2004:

    Domenica 25 aprile 2004
    “Permettetemi di salutarvi ancora. Quanto più ci rifletto tanto più mi viene da ringraziare il Signore e ognuno di voi, perché il tema degli Esercizi di quest’anno è il tema più bello e sconfinato che si possa immaginare. Perché la vittoria di Cristo è una vittoria sulla morte. E la vittoria sulla morte è una vittoria sulla vita. Tutto ha una positività, tutto è un bene così invadente che, quando il Signore ci darà avviso e termine, formerà la grande suggestività per cui questo mondo è stato fatto. Perciò c’è il coraggio che ognuno di noi deve portare per la positività del vivere, tanto che qualunque contraddizione o qualunque dolore hanno, nel “veicolo” di questa vita, una risposta positiva. E come esempio particolare io spero che possiamo metterci bene d’accordo col Signore, che ci illumini in tutto quello che ci metterà nelle “nuove” condizioni di fare, perché abbiamo a vedere come la vita dell’uomo è tutta positiva, profondamente positiva nel suo finale intento. Perché la vita è bella: la vita è bella, è una promessa fatta da Dio con la vittoria di Cristo. Perciò ogni giorno che noi ci alzeremo dal letto – qualunque sia la nostra situazione immediatamente percepibile, documentabile, anche la più sofferente, inimmaginabile – è un bene che sta per nascere ai confini del nostro orizzonte di uomini. E dovremo cercare di tradurre questo anche in una consonanza storica. Dobbiamo far sì che sia riguardata la stessa storia della nostra vita come della vita di tutti i popoli del mondo, da quella iniziale fino all’estremo confine – dicevamo prima -, all’estremo confine della nostra, di quella realtà che è la vita dell’uomo. Perché essa esige un’attenzione nuova, un’attenzione che porti dentro di sé il grande premio – il grande premio! -, che porti dentro di sé già il grande premio che sta alla fine di ogni cosa per ogni uomo. Ciò in cui dobbiamo aiutarci, ciò in cui noi dobbiamo sostenerci, ciò in cui noi dobbiamo essere fratelli è questa positività ultima di fronte ad ogni dolore: è una pacatezza che mette nella pace la nostra adesione. E “studiare” la storia dell’umanità con questo intento dimostrativo sarà un mezzo nuovo per ringraziare chi ci fa scoppiare di gioia davanti alla bontà di Dio, davanti alla Sua bontà. Auguri a tutti perché ognuno sulla strada della sua vita trovi emergenza del bene che è Cristo risorto, trovi l’aiuto di ciò che desta per gli uomini la positività che rende ragionevole il continuare a vivere. Sia lodato il Signore vittorioso sulla morte e su di noi! Saluti a tutti!”

    ( DON LUIGI GIUSSANI)


    Dal blog di Anna di wordpress.

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