domenica 6 marzo 2016

Non pagare le tasse è rubare





 

I capitalisti italiani sono poverissimi. I dati ufficiali del fisco dicono che i due terzi di loro (cioè il 67 per cento delle grandi imprese) guadagna meno di 10 mila euro all'anno, cioè circa 800 euro al mese. Ed è su questi miseri profitti che paga le tasse. I dati ufficiali del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) però dicono una cosa diversa. Sostengono che negli ultimi 25 anni i profitti sono molto aumentati, in tutto l'occidente, e soprattutto in Italia, a danno dei salari. Dove sono finiti tutti questi profitti? E se le cose stanno così, perché Confindustria si arrabbia tanto quando si dice che il capitalismo italiano è impresentabile?
Le cifre dicono che tra tutte le grandi imprese italiane (che sono 769.386)solo il 5 per cento denuncia al fisco un guadagno annuo superiore ai 100 mila euro. Il 67 per cento (i due terzi) denuncia un guadagno inferiore ai 10 mila euro, e di queste la maggioranza (cioè il 50 per cento del totale) denuncia guadagno zero o dice di essere in perdita. Tra queste povere aziende c'è la la Ferrari, Trenitalia, l la Whirlpool, l'Arena, la Candy, la Hewlett Packard, Cisalfa, la Conad. Siccome i dati si riferiscono a due anni fa, se ne deduce che se davvero fosse così il capitalismo italiano sarebbe già fallito da un pezzo.
L'Fmi però dubita che sia così. Dice che negli ultimi 25 anni, in tutto l'occidente, i profitti sono molto aumentati e i redditi da lavoro (dipendente o autonomo) molto diminuiti. Nei paesi del G8, dal 1980 a oggi i redditi da lavoro sono scesi dal 73 al 63 per cento della ricchezza nazionale, quindi hanno perso 10 punti. I profitti, di conseguenza, sono saliti dal 27 al 37 per cento della ricchezza nazionale, e quindi sono aumentati di più di un terzo (10 punti sono più di un terzo di 27). Cioè, mediamente, ogni padrone guadagna un terzo di più, ogni lavoratore il 10 per cento di meno. Dice l'Fmi che questo processo di trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai padroni è ancora in corso e in espansione. Dice anche che è più accentuato in Europa continentale rispetto ai paesi anglosassoni. Dice che in Italia è particolarmente forte, e che si è mangiato tutti i miglioramenti salariali ottenuti dal '45 agli anni '80. Dice infine che dentro questa redistribuzione ci sono ulteriori fenomeni: per esempio il reddito da lavoro si è concentrato nelle tasche dei dipendenti ricchi (manager, amministratori delegati, etc) a danno dei lavoratori più poveri.


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