venerdì 3 novembre 2017

La nostra vita






Senza che la fede mostri la sua pertinenza ai nostri problemi personali, la nostra missione è presunzione.
In questi anni passati siamo stati vittime della presunzione perché se alla radice dell’osservazione l’esperienza della fede non risolve, non illumina le nostre esperienze non può essere proposta agli altri.
Se la fede non serve a noi diventiamo presuntuosamente giudici di tutti.
E’ vero che noi abbiamo un compito missionario per la Chiesa e per la società di oggi, ma è attraverso, passando attraverso il fenomeno della problematica personale, la risposta ad essa, la provocazione fatta ad essa che la missione diventa veramente una proposta sostenibile.
 
In una società come la nostra non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano.
E’ solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto.

14 commenti:

  1. Ho un rapporto così strano con la fede che nel mio caso non esiste missione che tenga.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai parlato di un amico che dall'alto, a volte, viene ad aiutarti.
      I rapporti con la fede sono molto soggettivi, anche se molti non lo ammettono.

      Elimina
    2. Concordo sulla soggettività della spiritualità.
      Ho un amico morto ad appena 19 anni. Ci siamo voluti molto bene. A lui penso molto e spesso ho avuto la sensazione che mi stesse proteggendo.
      Ho avuto altri lutti ma credo che il mio angelo sia lui. Magari è solo una falsa percezione, chi lo sa?
      Un abbraccio.

      Elimina
    3. Sapremo solo dopo la morte quello che accade all'anima se veramente è immortale. I corpi già sappiamo che diventano cenere.

      Elimina
  2. Ricordo che stiamo vivendo nella drammaticità. La realtà non va archiviata perchè noi, dopo l'incontro cristiano, pensiamo di avere tutto. Che cosa sia questo tutto (cioè Cristo che ci cambia) lo comprendiamo nell'incontro con le circostanze, le persone, gli avvenimenti.
    Madre Teresa di Calcutta racconta di quando era una giovane suora e s'imbattè in un povero moribondo abbandonato in mezzo alla strada. Lo accolse in casa sua, lo medicò, si prese cura di lui (Pare la parabola del buon Samaritano...ma è storia vera!) Poco dopo l'uomo morì, ma prima di morire pronunciò queste parole: "Ho vissuto tutta la vita come un cane e muoio come un re".
    Cosa aveva visto quell'uomo negli occhi della Santa? Ciò che io non cerco negli occhi del mio prossimo. La vita è anche una splendida lunga confessione! Due giorni fa ho pulito, ho rinfrescato la stanza della mia anima. L'anima mia si è fatta ampia e lucente come ci raccomanda la santa d'Avila. Buon pomeriggio. Bacio Gus.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai fatto un buon lavoro. Le stanze vanno pulite ogni giorno.
      Mi piace il tuo commento.
      Bacio Lucia.

      Elimina
  3. Tu: “In una società come la nostra non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano.E’ solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto”
    E dici poco?
    Viviamo in un mondo, in una società che esalta l’autonomia dell’uomo. Se da un lato quest’autonomia è fortemente minacciata dalla negazioni dei diritti dell’uomo, dall’altro si esprime come forte domanda sulla soggettività e di rispetto dell’uomo visto nella sua globalità. Non è più sentita la responsabilità individuale, perché ci si appoggia quella collettiva. L’uomo di fatto ha perso la percezione del peccato. E’ indispensabile imparare a convivere con gli altri, essere solidali, assumersi responsabilità comuni per realizzare un progetto,UMANO. Dare il giusto valore a sentimenti che dentro di noi proviamo, i sentimenti sbagliati, che ci inducono ad azioni sbagliate: noia, prepotenza,indifferenza,gelosia, invidia,odio, maldicenza, orgoglio, presunzione…
    Scoprire dentro di noi la nostra “nudità” e aver voglia di rivestirci di sentimenti buoni e accoglierli con UMILTA’.Il resto ce lo dona il Signore.
    Grazie August!
    Bentornato!
    Dani

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, il male terribile della nostra società è la perdita della percezione del peccato. Ciò rappresenta la morte della morale e in aggiunta è scomparsa l'etica individuale e societaria. Il cristiano deve dare testimonianza di una vita che si avvicina a quella proposta da Cristo e raccontata nei Vangeli. Giusto, nudi per spogliarci del male e rivestici con il buono e il bello.
      Grazie Dani.
      Abbraccio.

      Elimina
  4. "... Voi siete solo servi inutili... ". Lasciamo fare a Lui.
    sinforosa

    RispondiElimina
  5. Il cristiano è chiamato servo, schiavo di Gesù Cristo perché appartiene totalmente a lui. Questa schiavitù è la più alta realizzazione della libertà di amare perché rende il cristiano simile al suo Signore Gesù che è tutto del Padre e dei fratelli. Il lavoro dello schiavo è insieme dovuto e gratuito perché, sia lui che il suo lavoro, appartengono al Signore. La traduzione: "Siamo servi inutili" non è esatta perché lo schiavo che compie il suo lavoro non è inutile e perché Dio non ha creato nulla di inutile. Il termine greco "achreioi" significa inutili o senza utile, cioè senza guadagno. Ciò significa che i cristiani non fanno il loro lavoro apostolico per guadagno, per un utile personale, ma per dovere e gratuitamente: non per vergognoso interesse, ma spinti dall'amore di Cristo Signore che è morto per tutti. L'apostolato è di sua natura gratuito e rivela la sorgente da cui scaturisce, l'amore gratuito di Dio: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". Per l'apostolo Paolo la ricompensa più alta è predicare gratuitamente il vangelo: "Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo". L'amore vero rende il discepolo completamente libero da altri interessi e lo fa diventare gioiosamente servo come il suo Signore al quale appartiene totalmente.

    RispondiElimina
  6. "Non vi chiamò più servi ma amici". "Signore tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre" " se il Signore non costruisce la città invano faticano i costruttori" " "dopo che avrete fatto tutto ciò che dovete ricordatevi che voi siete servi inutili".
    Noi mettiamo i nostri poveri e pochi pani e pesci e Lui li moltiplicherà.
    Ciao Gus. sinforosa

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il profeta Geremia così inizia il suo dire: Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre (Ger 20,7). In altre parole commentando con le parole di San Paolo nella lettera ai Romani, Geremia ha fatto della sua vita un "sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rom.12,1).

      Lasciarsi prendere dall'amore di Dio significa proprio questo: fare della propria vita un dono gratuito e disinteressato al servizio degli altri.

      Andare sulla sua strada significa prendere con coraggio e decisione la propria croce: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt.16,24).

      In queste poche righe vengono richieste tre cose per seguire il Signore: rinnegare se stesso, prendere la sua croce, seguirlo.

      Rinnegare se stesso non è cosa facile, mettere da parte i propri pensieri, le proprie idee, i propri sogni, aspettative costa molta fatica. Rinnegare è questo lasciare che il Signore entri nella tua vita e la trasformi perché possa diventare un segno del suo amore.

      Prendere la sua croce, un'altra impresa non facile. Anche Geremia si è lasciato sedurre dal Signore ma di fronte alle prime difficoltà ha iniziato a gridare verso Dio: "Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno... la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno"(Ger.20,7-8). Interessante che Geremia dica per ben due volte: ogni giorno...tutto il giorno.

      In lui c'è una grande sofferenza, vorrebbe quasi tagliare la corda ma alla fine dice: "Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente..." (Ger.20,9).

      Anche qui in Bangladesh, di fronte ad alcune situazioni quotidiane dove vedi non ci sia soluzione vien voglia di scappare, la croce diventa veramente un peso. Eppure, nonostante i mille problemi, le situazioni da superare si resta qui per fede condividendo la croce, la sofferenza di tanta gente.

      Oggi, tornando a casa un bambino Tokai, il suo nome è Ruben, che vive per strada, mi chiede dei soldi, gli dico che gli posso dare da mangiare. Mi segue per un bel pezzo di strada e incontro un uomo che vende banane, gli compro 5 banane e va via contento. Lungo la strada mi diceva che aveva fame, tanta è la gente da sfamare e ti senti inerme, cosa fare? Metto tutto nelle mani di Dio e faccio in modo che Dio tocchi con le sue mani la mia vita perché a sua volta possa donare agli altri la sua benedizione e il suo amore.

      Allora, lasciamoci trasformare per discernere la sua volontà (Rom.12,2) affinché la nostra vita possa realmente essere data gratuitamente agli altri per ritrovare il vero senso di se stessi e della propria fede.

      Infine, ne approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno letto le riflessioni durante l'anno liturgico, sono stato bene con voi e vi Auguro ogni bene...e vi aspetto in Bangladesh.

      Elimina