martedì 31 marzo 2015

Si può scrivere anche così

 
 
 
 
 


 
 
 
 
Era una mattina chiara e fredda. Tirava un vento furioso. Selvatico e arruffato. Refoli fortissimi e gelati s’intrufolavano, uno dopo l’altro, su per le calli e giù per i rii, s’impennavano, cambiavano direzione, scartavano, sbattevano e rimbalzavano di qua e di là come animali eccitati.
Attraversavo il campiello a passo svelto, in diagonale, dalla cartoleria al sottoportico. Stavo andando in Piazzale Roma, dovevo prendere la corriera per Padova. Uscìta dal sottoportico ero salìta sul ponte.
In cima mi investì una raffica violenta. Rabbrividìi stretta nel pesante cappotto e guardai sotto.
Il canale, solitamente torbido e immobile, quel giorno fremeva e scintillava. Il vento correva sull’acqua verde disegnando chiazze e strisce, mutevoli e cangianti, ora chiare, ora scure, che si spostavano imprevedibilmente da tutte le parti.
L’azzurro del cielo era assoluto. Assoluta la trasparenza. Assoluta la luminosità. Davanti i Frari, la facciata grandissima dei Frari, e, alla mia destra, la cima dell’antico cedro, strattonata dalla bora, che spuntava da chissà dove, forse da un chiostro misterioso, forse da un giardino dell’Archivio di Stato.
I mattoni della chiesa e le pietre, del ponte, del campo e della salizada, immote da sempre, sembravano aver preso vita, pareva che il tumulto d’aria di quella strana giornata le facesse vibrare. Che la gelida gloria di luce di quella chiarissima mattina le rendesse capaci di splendere.
Avevo sentito dire che la bora nasce in una steppa lontana dei Magiari, la Puszta, che corre tra montagne nevose dell’Austria e della Slovenia, cime misteriose, Kranjska Gora, Triglav, Stol, che poi scende come un demonio a Trieste, che passa come un branco di lupi sopra l’Adriatico, per venire infine a morire a Venezia, dopo aver menato i suoi ultimi, fieri colpi sulla laguna e tra le calli.
Me ne ricordai, e provai la strana, eccitante sensazione che quel vento favoloso e adirato collegasse tutto, Puszta e campo dei Frari, nevi della Kranjska Gora e acqua dei canali, pini dell’Austria e cedro segreto a destra della chiesa. Era come se tutto il mondo fosse lì, portato dal vento, oppure unito dal vento.
In dieci minuti raggiunsi Piazzale Roma e iniziai il viaggio verso Padova.
La corriera partì, raggiunse la diramazione verso il Tronchetto, tenne a destra, scese e girò seguendo la larga curva a sinistra, dove comincia il ponte vero e proprio.
La gran luce, moltiplicata dalla trasparenza dell’aria, e i colpi di vento che si facevano sentire sulla fiancata destra mi fecero alzare gli occhi dal giornale. Vidi un mondo incredibile. Davanti, enorme, il Grappa innevato, vicinissimo da distinguerne i paesi e le valli che scendevano giù, netto nell’azzurro dell’aria tersa. A destra, molto più lontano, tuttavia chiarissimo, il Monte Cavallo, alto e massiccio, bianco e scintillante.
La laguna, che sembrava piccola, tanto precisi ne apparivano i contorni di solito sfumati nella foschia. La laguna, che sembrava un gran mare in tempesta, striata di schiuma, sconvolta dalla bora, percorsa da refoli che correvano disordinatamente sull’acqua.
Notai un grosso topo a motore, stracarico, quasi affondato sotto il suo peso, che avanzava faticosamente verso Mestre sollevando con la prua alti spruzzi subito catturati e dispersi dal vento furioso. Una roba da film di pirati, sopra la barca due uomini in pesanti impermeabili neri da navigazione, dritti e immobili, fieri e sprezzanti nella loro sfida all’aria e agli schizzi gelati. Mi venne in mente una successione disordinata e rapidissima di immagini incoerenti.
Monte Grappa. Prima guerra mondiale. Le storie di zio Nadalin, che avendo tanto e tanto valorosamente combattuto in quella mitica guerra, si prese il suo tempo e trovò modo di trascorrere il resto della vita senza far nulla, andando de sbrindolon per Venessiavia, brontolando, contando fiabe e bevendo ombre. Monte Grappa e le roccette dove andava ad allenarsi nella dura pratica dell’arrampicata in compagnia di Prearo.
Monte Cavallo e i furlani, un po’ temuti, un po’ disprezzati, un po’ ammirati. I furlani che, si sa, costruiscono la propria casa con le proprie mani. I furlani e la loro strana lingua, il ladino, incomprensibile, esotico, strambo. La Müdada, romanzo di Cla Biert. I furlani e la graspa. Il vento e la vela. Lui nella tempesta che reggeva con mano ferma il timone della barca tra enormi ondate navigando verso chissà dove. E ancora Trieste con le corde tese lungo i marciapiedi per non svolare via, i Magiari, la Puszta, le montagne nevose dell’Austria e della Slovenia, la Kranjska Gora, il Triglav e tutto il resto.
E di nuovo la strana, eccitante sensazione che fosse il vento a portare tutte quelle cose, a metterle insieme. Il vento fatato che spazzava via la bruma torbida, faceva spazio alla luce e metteva insieme tutto il mondo.



Giuliana.


lunedì 30 marzo 2015

Una persona che vive la fede

 
 
 
 


 
 
 

Per aderire basta essere sinceri, affermare la corrispondenza e, perciò, essere ragionevoli: la ragionevolezza è affermare la corrispondenza tra quello in cui ci si è imbattuti e se stessi e il proprio cuore. Per negare occorre un preconcetto: occorre essere attaccati a qualcosa che si vuoi difendere; se si ha da difendere qualcosa di fronte all'evidenza e alla verità, non si vede più l'evidenza, non si vede più la verità, si è accanitamente tesi a salvare quello che si vuoi salvare. Per esempio, uno degli scienziati che hanno capovolto il corso della storia umana, Pasteur, che ha scoperto i microbi (la scoperta più rivoluzionaria della storia della medicina), è stato osteggiato fino a volerlo fare mettere in manicomio - adesso l'avrebbero ucciso! - da chi? Dagli scienziati dell'Accademia delle Scienze di Parigi, quelli che per sé avrebbero dovuto capire più facilmente degli altri l'evidenza delle sue scoperte. Invece, cari miei, se le sue scoperte erano vere, la mia cattedra, il mio emolumento al 27 del mese, la mia fama... addio tutto! L'indomani sarei dovuto salire in cattedra e dire: «Ragazzi, vi ho contato balle fino ad ora!», sarebbe umiliante. Ecco, per fuggire da questa umiliazione, quegli scienziati sono stati gli ultimi a cedere, perché erano attaccati a qualcosa di precedente, a un preconcetto. Ma io ho usato una parola che serve per tutto, la parola «scandalo», che viene dalla parola greca scandalon che vuoi dire «inciampo". come un sasso che in montagna cada sulla strada: devi correre in paese a prendere la gru, se ci riesci. Scandalo è l'obiezione che deriva da un interesse affermato non in nome della verità, non come ricerca della verità.
 


mercoledì 25 marzo 2015

L'intuizione creativa

 
 
 

 
 

Al fondo di ogni vera grande cultura umana,

come al fondo di ogni vera opera d'arte

o di ogni vera filosofia, c'è sempre una

intuizione creativa, che si sottopone al rigore di un 

metodo.

Un affronto che dimentichi l'importanza del rigore

è sentimentale, ma una cultura che censuri

programmaticamente l'intuizione originaria è

astratta.

In qualche modo l'inizio dell'atteggiamento culturale

dei cristiani è delineato dalla esortazione di

San Pietro a "rendere ragione della speranza che è in voi".

Questo suppone una interrogazione che parte dal mondo 

e raggiunge il cristiano.

Per "rendere ragione" è necessario

prima di tutto che la speranza sia così evidente

da colpire gli osservatori,

costituire per essi un incontro e costringerli a

domandare.

 

 


lunedì 23 marzo 2015

Il tempo e le sue complicazioni

 
 
 

 
 

Hegel rappresenta il caso più lampante di romanticismo non pessimista: egli è convinto che l’uomo possa, avvalendosi della ragione, raggiungere l’infinito. E' uno dei filosofi più ottimisti della storia per questo esorcizza anche il negativo, che è solo un momento, un passaggio obbligato verso la certezza del Mistero. Poiché l'uomo non è in grado di valutare anche in chiave prospettica il positivo e il negativo, ogni accadimento della sua vita richiede una lettura diversa.

“Preso dal vortice del lavoro e degli impegni, ciascuno consuma la propria vita sempre in ansia per quello che accadrà e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani, né lo teme (Seneca)".

Il tempo si pone come qualcosa che è distinguibile in parti e quindi divisibile: presente, passato e futuro. Ma queste parti del tempo, che costituiscono l’orizzonte della nostra vita, quando vengono analizzate, diventano prima inafferrabili per poi quasi dissolversi: passato e futuro infatti sembrano appartenere piuttosto al nulla che all’essere, sono varianti per così dire del nulla: giacché l’uno non è più, l’altro non è ancora. E tuttavia l’uno costituisce il distendersi e l’accumularsi nella nostra memoria dell’esperienza del nostro trascorrere cioè vivere, l’altro si pone come l’apertura dell’orizzonte del nostro agire, cioè del nostro rapportarci al mondo secondo i nostri bisogni, paure e speranze. Lo stesso presente, nella sua riduzione al puro punto senza estensione, mostra di non poter avere nessun carattere di permanenza e di stabilità come pure sembra richiedere la nostra ingenua concezione del presente.

 

 


domenica 22 marzo 2015

Un pensiero di Rino Cammilleri

 
 
 
 

Diceva Petrolini che siamo dei pacchi che l’ostetrico consegna al becchino.
Nel tragitto percorso dai pacchi suddetti la mentalità corrente ha inserito un obbligo cogente che aggrava la situazione: la «vita» deve essere di «qualità», sennò non la vogliamo. La minaccia dell’anticipata consegna al necroforo del pacco di qualità inferiore a quella pattuita non è altro che la forma estrema di quell’infantilismo che ha cominciato a contagiare il pianeta nel Sessantotto.
Ricorda infatti il ricatto sentimentale del bambino capriccioso di fronte al papà: se non fai quello che voglio, non mangio. Sottinteso: mi faccio del male per farti soffrire, giacché so che a me tieni.
Forse non a caso la pratica degli scioperi della fame è una forma di protesta cominciata proprio col Sessantotto. Il problema è di definizioni: cosa vuol dire «qualità della vita»?
So già che i più credono di saper rispondere a questa domanda, ma la questione è più sottile. Ai tempi della filosofia scolastica l’arte della definizione era considerata di somma importanza e necessariamente propedeutica a ogni ragionamento.
Se non ci si metteva preventivamente d’accordo sulle definizioni si rischiava il parlare a vanvera, il dialogo fra sordi, l’equivoco. Infatti, «definire» vuol dire letteralmente «mettere dei confini», «delimitare».
Solo dopo essersi accordati su quel che una cosa è e su quel che non è si può cominciare a dialogare, dibattere, discutere. Invece, la fondamentalissima «qualità della vita» rimane ancora nel vago; tutti credono di sapere in cosa consista ma un’indagine approfondita rivelerebbe una variegata panoplia di opinioni. Certo, se si tratta di un malato senza speranza e che magari soffre atrocemente, allora è facile. Ma, a ben pensarci, un obeso, un povero, uno sfortunato cronico, un brutto, un antipatico si può dire che abbiano una «qualità della vita» tale da renderli contenti?
 
 
 
 

 

 


venerdì 20 marzo 2015

Aspettando il ritorno del motopeschereccio







 

Come ha scritto Charles Baudelaire un porto è
un luogo affascinante per un’anima stanca delle
lotte della vita.
L’ampiezza del cielo, l’architettura mobile
delle nuvole, i colori cangianti del mare, il luccichio
dei fari, sono un prisma meravigliosamente
adatto a distrarre gli occhi senza
mai stancarli.
Le forme slanciate delle navi, con la loro
complicata attrezzatura, alle quali
l’onda imprime delle armoniose oscillazioni,
servono a conservare nell’anima il gusto
del ritmo e della bellezza. E, poi, soprattutto,
c’è una sorta di piacere misterioso
e aristocratico per chi non ha più né
curiosità né ambizione, nel contemplare,
disteso sul belvedere o appoggiato sul molo,
tutti quei movimenti di coloro che
partono e di coloro che ritornano,
di coloro che hanno ancora la forza di volere,
il desiderio di viaggiare o di arricchirsi.


mercoledì 18 marzo 2015

La provocazione della circostanza











Se ami il Signore, se ami Gesù, senso della storia e dell’esistenza del singolo e della storia del cosmo, cioè l’umanità, se ami il Signore, e si ama nella misura cui si conosce, allora se il Signore ti mette in una situazione particolare, ben precisa per la vocazione che ti dà, è dentro lì che ti provoca ad un’attività della testa e del cuore, cioè della tua persona, senza paragone con quella che tu tenevi prima. Per questo la cosa più mirabile e enigmatica, ma grandiosa di Dio è che dimostra di saper trarre dal male il bene. Il male non deve essere uno spauracchio in più, ma deve essere un input in più: si chiama conversione la seconda ipotesi di fronte alla prima. La provocazione o è bianca o è nera; ma se la provocazione della circostanza per te è nera, vuol dire che tu ritieni che Dio conta fino a un certo punto, che Dio è a parte, lontano da te.


martedì 17 marzo 2015

L'attaccamento al vero

 
 
 
 
 
L'amicizia è quel luogo dove l'attaccamento al vero, l'aiuto agli altri che vivono il vero, ma soprattutto la purità totale per cui ti interessi degli altri, li trovi proclamati contro tutte le obiezioni. L'amicizia non trae la sua consistenza dal fatto che tutti conoscano la verità, dal fatto che tutti  riconoscano anche loro questa verità, ma è fatta dall'amore al destino dell'altro, dall'amore al destino degli uomini. Quindi l'amicizia è il luogo dove l'amore al destino dell'altro è costitutivo del vivere insieme. "Perché siete insieme?"
"Perché desideriamo che ognuno raggiunga il destino" Questo realizza una purità umana che vibra già nel contenuto nuovo di avviso, di instancabilità, di generosità, di bellezza e di fascino che è nella compagnia dei voluti da Dio.


lunedì 16 marzo 2015

L'amicizia vera tra A e B

 
 
 
 
 
 
 
L’amicizia vera è anche tra A e B se A desidera il destino di B e B desidera il destino di A. Questa è amicizia, perché è corrispondenza.
L’amicizia è la verità di un rapporto perché stabilisce un desiderio e una corrispondenza, un’affermazione carica di domanda e una corrispondenza che aiuta la domanda nel suo farsi.
L’amicizia è là dove uno ama un altro veramente, cioè lo ama nel suo destino, e l’altro corrisponde al primo, altrimenti c’è solo un amore, non amicizia. Se uno solo desidera il destino tuo e tu non lo guardassi nemmeno in faccia, quello lì è uno che ti ama, ma non c’è amicizia tra te e lui. Ma l’amicizia tra e B non può che implicare C, D, E, F, G… …………... Tutto l’alfabeto! Fino agli estremi confini del mondo.


venerdì 13 marzo 2015

Il crepuscolo è una cosa strana














L'imprevisto incomincia a delinearsi a livello semplicemente umano come un crepuscolo per chi non avesse mai visto il sole. Il crepuscolo è una cosa strana. Uno che vedesse la prima volta la luce senza aver visto la luce intera, cioè il sole per l'uomo, rimane stupefatto. Prima la forma delle cose era nota a lui per tatto, invece lì no, si vedono le cose, le cose diventano forme ancora nere. E non può immaginarsi il sole, ma capisce che quello che è avvenuto è l'inizio di qualcosa d'altro. E non sa, non sa dove va a finire. Per chi è vissuto sempre nell'ombra della notte, è così imprevisto il crepuscolo che incomincia a capire che la realtà chissà dove va a finire, che la realtà non si può comporre nella sicurezza delle forme che lui tastava di notte. L'uomo conosce l'Essere come a tastoni nella notte.

mercoledì 11 marzo 2015

Il mistero dell'Essere









Tutte le religioni hanno una morale che nasce da leggi, da come funziona l’uomo. La religione ebraica l’ha un po’ corretta dalla storia, mentre il cristianesimo ha tutta la morale che nasce solo dalla storia, da una storia brevissima, da una storia di tre anni, da quel momento in cui Pietro ha detto: “Sì, ti amo”, che nasce da un istante esistenziale, perché quando san Pietro l’ha sentito dire: “Tu sei Simone, ti chiamerai Pietro, in quell’istante in lui nasceva la moralità nuova e tutto quello che lui ha cercato di fare non ha mai superato la purità di quell’istante.
Il mondo nuovo è che gli uomini sono salvati dal fatto che accettano inconsciamente che ci sia qualcosa più grande di loro, cioè il mistero dell’Essere.








lunedì 9 marzo 2015

Io non sono del mondo

 
 
 
 
 


“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre". Gli dicono i suoi discepoli: "Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio". Rispose loro Gesù: "Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv. 16, 28-32).
Noi crediamo fino ad un certo punto. Camminiamo sulle acque per raggiungere Cristo, ma poi l'egoismo e la paura di non farcela rischiano di farci affogare. Gesù sa queste cose e ci porge la sua mano per salvarci. La preghiera è il nostro modo di chiedere.
Gesù conosce la debolezza dell'uomo perché lui ha vissuto da uomo, ma supportato da una fede divina. Eppure nel momento decisivo, quando doveva salire sulla Croce, ha tentennato. Sudava sangue e il Padre gli ha mandato un angelo per confortarlo. E' accaduto nell'Orto degli ulivi.



 


sabato 7 marzo 2015

Battere la logica del Potere

 
 


 
 

Sembra talvolta che la logica del potere vinca: era l'impressione che avevano anche gli apostoli. Ma la vittoria del potere è apparente ed effimera: non cedendo alla mentalità dominante noi facciamo diventare la nostra vita funzione permanente, funzione di ciò che dura nella storia, la verità, la giustizia l'amore. Dice Anna Vercors nell’Annuncio a Maria di Paul Claudel. Dobbiamo essere attenti, perché la vittoria del potere cerca il suo spazio nella nostra quotidianità, non quando andiamo facendo discorsi, prendendo posizioni o analizzando. Il potere cerca di farsi spazio in noi travolgendo la nostra fragilità. Il valore e la consistenza dell'uomo si esprime di fronte alla realtà in un modo nuovo di usare il tempo, di attraversare la fatica, di amare, di superare l'estraneità. E' questa la rivalsa della persona sull'alienazione voluta dal potere.
 


venerdì 6 marzo 2015

Commentare usando cervello e cuore

 
 
 
 
 
 
 

Ragionevole è chi sottomette la ragione all'esperienza. Ma cos'è la ragione? Oggi, infatti, è come se si fosse smarrito il concetto di ragione, così che la speranza si riduce al sogno vago di un futuro avvertito allontanarsi sempre di più da un presente che non soddisfa. Su tutto sembra prevalere l'immagine tragica dell'ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l'ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giosuè Carducci in una sua poesia "Su Monte Mario". Noi, invece, non possiamo rassegnarci che tutto finisca nel nulla, il nichilismo. La natura stessa della ragione grida: "Esiste un significato!", ciò che anche Kafka afferma: "Esiste un punto di arrivo". L'obliterazione dell'idea di ragione come apertura positiva al reale mi desta molta preoccupazione. L'esperienza, invece, causa una sincera attenzione ai bisogni veri dell'uomo. La ragione come libertà ridotta a puro parere, opinione e istintiva, snerva nell'uomo la creatività e lo rende schiavo dell'istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze personali. Il mio punto di arrivo non è certamente il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro. Nessuno può generare se non è stato generato. E' la fedeltà a una Presenza quello che fa del cristiano un diverso.




 



giovedì 5 marzo 2015

Dove vanno i giovani

 
 
 
 
 


Il pericolo più grave più grave della nostra società, dal punto di vista della formazione dell'uomo, è il prevalere dell'ideologia sull'osservazione.
Invece di essere abituati a sviluppare l'attenzione alla modalità concreta delle proprie esigenze umane si è abituati ad ovviare al grido che portano tali esigenza ripetendo definizioni e discorsi già fatti.
E' come se si staccasse l'uomo da se stesso.
Questa separazione dal proprio io originale rende operante un clima di menzogna.
La menzogna è la connotazione più diseducativa della nostra società.
Ed è divenuta, proprio perché la nostra società è ideologizzata e determinata quindi da elementi di propaganda, sempre più normale, addirittura normativa.
I giovani sono sempre più disorientati perché tutto intorno a loro è usa e getta, dagli oggetti, ai sentimenti, ai valori, alle finte ideologie, e ci vogliono far credere che questa è modernità.
Leggo nel Corsera:
Le chiamano «ragazze doccia» e sono adolescenti, in genere di famiglie benestanti, che si prostituiscono nei bagni delle scuole in cambio di oggetti. Il fenomeno è stato scoperto dall’equipe del prof. Luca Bernardo, direttore del reparto di pediatria dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano.
Secondo il dossier le ragazzine hanno tra i 14 e i 16 anni, vengono perlopiù da scuole private. «Abbiamo individuato per ora otto ragazze ma ci risulta che il fenomeno sia molto più esteso – spiega – Le chiamano ragazze-doccia perché così come ci si fa la doccia tutti i giorni, loro quotidianamente fanno sesso. I maschietti–clienti vengono scelti in base a ciò che possono dare in cambio alle ragazze. Durante le lezioni delle prime ore sui telefonini gira il menù con prestazioni, richieste e orari per gli appuntamenti nei bagni, dove avvengono i rapporti sessuali. Le ragazze offrono le loro prestazioni anche a più persone. Per loro è una specie di gioco, un gioco molto pericoloso nel quale pensano di dominare e irretire i loro clienti. Finora abbiamo accertato i otto casi, sette di ragazze di “famiglia bene” del centro di Milano e una invece proveniente dalla periferia. Le scuole coinvolte nel “giro” sono prevalentemente istituti privati.



 


mercoledì 4 marzo 2015

Parliamo del cristianesimo

 
 
 



Chi vive il cristianesimo, vive soprattutto nella fede del Figlio di Dio. La fede è affermare una Presenza. Cioè che io vivo ogni rapporto, ogni attimo affermando la presenza di un Altro. Così che ogni cosa, ogni azione, diventa grande.
Il cristianesimo ha un inconveniente: che è un avvenimento: cioè è una cosa nuova che penetra. Cioè ti entra nel cuore, nella vita.
Cristo, guardando san Pietro, ha detto: "Pietro, Simone, mi ami tu?" Immaginiamo la faccia di Pietro, immaginiamo la nostra faccia. E questa frase ce la dobbiamo ripetere tutti i giorni. E un momento che vale per tutti.


lunedì 2 marzo 2015

Alla ricerca della Speranza

 
 
 
 
 
Riprendo con un testo di Giussani (Una presenza che cambia) "Per sperare bisogna aver ricevuto una grazia" (Pavese)Ma che grazia avrà ricevuto per poter sperare come vita? E' solo di fronte all'annuncio che Dio si è fatto uomo che questa speranza diventa ragionevole." «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia», dice il poeta francese Charles Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù) (Nelle virtù, Peguy afferma che la speranza è una piccina, la sorella più piccola e ne spiega le ragioni) (io in questo brano, che vale la pena di leggere, io vedo Valeria) . Con questa affermazione Péguy si situa agli antipodi di qualsiasi atteggiamento presuntuoso, perché riconosce che la possibilità della speranza si fonda non in qualcosa di costruito da noi, ma in una grazia, vale a dire, in qualcosa di dato, di donato. È questa grazia che rende ragionevole la speranza