martedì 28 giugno 2016

Dare il giusto nome a un fatto

 
 

 
 
 

Scienza ed etica, scienza e sentimento religioso, sono binomi sempre spinosi. Francamente il discorso è così complesso che è difficile dare un'opinione. Certo fa tristezza vedere come tutto alla fine finisca sempre nel calderone della politica, dove ognuna delle parti cerca sempre di strumentalizzare e tirare acqua al proprio mulino. Ho letto di recente un romanzo interessante che tramite l'intreccio di un thriller ambientato nella Germania del 1780, poneva degli interrogativi simili, senza però dare giudizi assoluti ma molti spunti di riflessione.
L'etica cambia con il tempo. La morale è immutabile.
Le due cose non riescono ad andare di pari passo.
Basta guardare l'ecografia di un embrione di tre mesi per capire che è una vita che sta nascendo. Questa è la verità, ma è scomoda. Una maggioranza ha stabilito che l'embrione non è vita.
Un referendum ha confermato la legge dello stato sull'aborto.
Nessuno può impedire a una donna di portare a termine una gravidanza indesiderata.
Legge e mentalità della donna si impongono alla verità.
Il numero degli aborti annuali è di circa 250.000.
Una volta l'etica sociale considerava normale la schiavitù.
Oggi non è permessa. La mentalità della società si può cambiare ma nessuno si preoccupa di sensibilizzare le donne sulla gravità dell'aborto. Il significato vero dell'aborto.

 



sabato 25 giugno 2016

Per me ci vuole il senso del samaritano

 
 
 


 
 

Attraverso l'altro noi gettiamo il nostro ponte, dando legittimità e pienezza alla nostra soggettività.

Un uomo incapace di attraversare se stesso mediante gli altri è sterile.

Attraversare l'altro non vuol dire toccarlo

ma nutrire un interesse sentito per la qualità della sua interiorità.

Significa partecipare al suo disagio, alla sua felicità, alle sue problematiche.

In questo facciamo un regalo a noi stessi attraverso l'altro perché scacciamo la nostra solitudine interiore semplicemente ascoltando.

Ascoltare è tenere le orecchie aperte all'esterno e nel fare questo allontaniamo il rumore assordante del nostro silenzio, che è quello che ci svuota di senso.

Non so se ognuno di noi possa pensarsi persona compiuta.

Ma io credo che questa possa esserne una direzione.

L'apparenza parla di riempimento di vuoti.

Riuscire a dare alloggio agli altri è qualcosa che regala a se stessi una grande ospitalità d'animo.

Per me ci vuole il senso del samaritano.

Lo so, è difficile, intanto facciamone un Valore contro chi vuol educare l'uomo all'egoismo, l'uomo che deve battere un altro uomo.

Il distacco è la forza del Signore che agisce servendoti di te.

Teresa di Calcutta prima di andare dai malati pregava circa cinque ore.

 

 

 

 

 


giovedì 23 giugno 2016

Forse non lo sapete

 
 
 

 
 
 

Ho una casa di campagna e mi fa compagnia  un husky che ulula tutta la notte.

Pure la mattina ulula, non si stanca mai.

Avrei dovuto dire che il mio vicino ha un husky, ma chi lo conosce il vicino?

Non l’ho mai visto completamente in faccia, per via delle siepi suppongo, che ci dividono.

Quando sono a casa ci scambiamo saluti e convenevoli attraverso l’edera, l’oleandro, il lauro, il pitosforo e i gelsomini.

So che ha la barba anche lui, nient’altro.

Solo il suo cane conosco e il suo cane ulula che sembra sempre salutare la vita: “…bye bye life, bye bye happiness…”

Ieri sera sono corso di sotto, pensavo che stessero sgozzando il mio cane.

Lui, Argo, russava come un uomo, e mi ha guardato strano, come a dire: “Beh? Qualche problema?”

E’ un cane silenzioso in verità, non abbaia quasi mai e giocherellone.

Scemo probabilmente.

Comunque era una bella serata.

L’husky ululava, c’erano le stelle che si vedevano bene, una temperatura primaverile e i profumi della campagna ad alimentare ormoni e desideri, biochimica e fantasia.

Così mi sono seduto fuori al buio, salvo la luce piena di ragnatele di un lampione stitico che dovrò decidermi a cambiare, ma forse no, comincia a piacermi.

Siccome non era troppo tardi, mezzanotte circa, e non avevo ancora montato il tavolo che tengo in estate nel giardino, ho deciso che era il momento di farlo.

Dieci minuti ci ho messo.

Ero stanco e mi andava di stare fuori a fumare un sigaro e a riposare.

E’ arrivata la gatta. Una gatta nera, selvatica quasi, si fa accarezzare una o due volte l’anno, ma a fatica.

Aveva un topolino in bocca. Uno di quelli simpatici, con le zampe posteriori da saltatore (saltava in effetti), un musetto mite e grazioso. Lei ci ha giocato per un po’, quindi gli ha sgranocchiato la testa ed ha posato quello che rimaneva ai miei piedi. “Sei contento?” sembrava chiedere.

“Grazie stronza” le ho detto.

Torna a casa con gli animali più strani e li esibisce come trofei. Li uccide e basta, per gioco, per tenersi in allenamento credo.

E’ un predatore in fondo ed è la sua missione.

Ramarri, tortore, almeno tre bisce d’acqua, diverse lucertole, rospi, un piccolo di germano reale (di questo conosco i genitori), un rondone, una coppia di pettirossi, un codirosso, innumerevoli passeri, e altri ancora.

Le salme, se non me ne accorgo, le mangia il cane, che è silenzioso sì, giocherellone anche, ma sempre affamato.

La gatta era soddisfatta, così è saltata sul tavolo e si è messa a ronfare a debita distanza.

Ci stava una civetta, sul tetto del garage, canta tutte le sere e vola in silenzio, senza alcun rumore. Dicono che porti sfiga, che annunci la morte, a me piace.

Uno strano zoo di mezzanotte.

 



mercoledì 22 giugno 2016

La Violenza sostituisce l'Autorità

 
 
 
 
 
 

 
La morte dell'autorità può anche piacere alla cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, le leggi, prescrizioni e precetti.
Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole.
Ma l'euforia non dura mai a lungo. Chi divora padri e tradizioni finisce per generale dei padri più mostruosi che pretendono obbedienza fino alla morte.
In Italia non esiste più autorità, esiste, invece, uno sterminato potere. Tutti ne hanno. Il ministro, l'industriale, l'impiegato della posta, il ladro, il giudice e il banchiere. L'immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo,  la musica ripetuta fino all'ossessione, il disco o il vestito amato dai ragazzi di quindici anni.
Il Potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, gelatinoso, vischioso, e aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che non lo amano.
Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo.
Poche epoche come la nostra sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


lunedì 20 giugno 2016

A volte

 
 
 
 


La vettura si avvicina a una fermata e una

ragazza è pronta a scendere.
E' vestita di nero, le pieghe della gonna

 si muovono appena, ha la camicetta attillata

 con un colletto di trina bianca dalle

  maglie minuscole.
Ha il volto bruno, i capelli castani scuri

 e piccoli ciuffi disordinati sulla
tempia destra. Io non posso nemmeno giustificare

 perché mi trovi su questa piattaforma,

 perché mi aggrappi a questa maniglia

 e mi faccia trasportare da questa vettura,

 perché la gente si scansi davanti

 alla vettura o cammini imperterrita,

 o si riposi davanti alle vetrine.

 Del resto nessuno me lo chiede,

 ma ciò non ha importanza.

 



sabato 18 giugno 2016

E' un lavoro alienante

 
 

 
 
 

Commesse che lavorano dalle sei di mattina alle dieci di sera. Paghe da fame. Nessun diritto sindacale e frequenti abusi. Dietro le luci delle vetrine, ci sono spesso condizioni di vero sfruttamento e di illegalità.

Da quando è iniziata la recessione, sono entrati in crisi non solo i piccoli negozi ma anche i supermercati e i centri commerciali sostituiti dalle bancarelle dove si compra un maglione a tre euro. Ora vanno a fare shopping, senza vergogna, anche quelli che una volta rappresentavano il “ceto medio”

I supermercati e i centri commerciali sono luoghi terribili ,le casse nei loro passaggi obbligati costringono ad interminabili attimi di stupida sospensione, così gli uomini devono guardare altri uomini. Non c'è l'attesa della fila delle Poste, o lo straniamento della metro, lì sei in un budello di terra e un treno corre veloce, le porte si aprono e l'umanità ha pensieri visibili. Alle casse dei supermercati, il tempo si spacca e la stupidità della fila ci rende abietti. Da qualche tempo non vedevo un volto così amaro, così sferzatamene rancoroso, così eloquentemente in disaccordo con il resto del mondo. Una foto d'altri tempi, in bianco e nero, la scriminatura perfetta sui capelli radi e perfettamente ordinati, il volto magro di chi si porta bellamente una grave malattia addosso e quella smorfia di disgusto nella piega della bocca che attraversava il viso come una piaga incurabile.

Quale vita avrà attraversato quell'uomo, una moglie sciocca e fedifraga? Una madre odiosa e tirannica? Una sorella spregevole e iraconda? Ho pensato a una vita rovinata dalle donne.

Ho allungato lo sguardo sul corpo, sui pantaloni marroni che dilagavano su gambe inesistenti ed il rancore del volto e la sua magrezza ha preso altre ragioni, di malattia e di morte, di sottrazione e di assenza, di fine della vita e di scarto.

Di scarto, esattamente così. Una vita passata da scarto

 



giovedì 16 giugno 2016

Cerchiamo di essere un terreno buono

 
 
 

 
 
 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.
Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Non è tanto il seme che conta ma il terreno.
E il Terreno in teologia è Cristo.

 


lunedì 13 giugno 2016

I compiti della Parrocchia

 
 
 

 
 

La parrocchia è ambiente, ma proprio perché non è stata

considerata tale ha preteso di essere, ed è stata troppe

volte immaginata come un deus ex machina, una specie

di monopolio automatico alla creatività dello Spirito.

Mentre la parrocchia deve innanzitutto sentirsi missionaria

e quindi concepirsi come un ambiente in cui

evangelizzare e da evangelizzare.

D'altra parte i parrocchiani vanno a scuola e al lavoro

e trovano un ambiente diverso, e perciò occorre

una metodologia di presenza la cui necessità in

parrocchia può sfuggire o può essere meno sensibilmente

percepita come necessaria.

Allora da una parte questi ambienti costringono ad

una maggiore maturità i fedeli di una parrocchia; dall'altra

questi stessi fedeli, tornando in parrocchia, possono

portarvi uno spirito missionario che prima non c'era.

Sarebbe una cosa tragica concepire la parrocchia

come una realtà esauriente, perché in questo modo

ci si svuota dell'umiltà e della vivacità del sentirsi

oggetto e soggetto dello Spirito.

 

 

 


giovedì 9 giugno 2016

Immersi in un grande vuoto relazionale




L'inutile speranza di trovare nei consumi qualcosa che plachi un Desiderio più grande.

martedì 7 giugno 2016

Difendiamo il nostro Io

 
 
 

 
 
 

E' necessario ridimensionare il lemma dignità. Una parola desueta, oggi. Come idealismo e altruismo. Esiste soltanto l'egoismo più sfrenato che porta ad accettare per due caramelle umiliazioni di ogni genere. Il bastone e la carota, l'approvazione e la stima di persone che non valgono nulla.
E’ la prostituzione dell'anima, peggio di quella del corpo.
Invece esistono molte persone degne, a volte più vicine di quanto si possa pensare, che vengono allontanate
La conseguenza inevitabile e tragica di questa confusione nella quale si dissolve la realtà dell'io, è la scomparsa della parola "tu". L'uomo di oggi non sa dire coscientemente tu a nessuno. E' l'inesorabile contraccolpo della mancanza di un soggetto, di un io. Nessuna violenza è più grande di quella che fa scomparire l'io: è precisamente questa la disumanità del nostro tempo.
La differenza tra una collettività ed un formicaio è che, nel primo caso, quando ad uno, ed uno solo, viene schiacciato un alluce è ammissibile che l'eco del dolore risuoni da una sola voce, e che il resto partecipi al conforto.
Nel caso della personalità l'eco delle voci dovrebbe produrre un tuono.
E infine una rivolta verso il “peso”.

 



sabato 4 giugno 2016

La libertà è affidarsi a un Altro

 
 
 

 
 

Il modo per far crescere la fede è confrontarla con ciò che ci accade, rischiarla nelle circostanze, non solo in quelle che rappresentano un urto violento e ineludibile, come divorzio e aborto, ma in tutte, perché la vita è il complesso delle circostanze che, assediandoci, ci provocano e ci muovono.

E' il rischio della fede in tutto quello che accade che ci tiene desti, cioè vivi. Questo rischio è una lotta, una battaglia, di quella guerra che si chiama vita. La vita è l'insieme di tutte le circostanze che ci toccano e ci sfidano. E come diceva Jacopone da Todi: "Chi dentro c'entra sempre t'ama: che Tu se stame e trama", cioè sei tessuto e disegno.

Il rapporto con questo "Tu" nella circostanza, il rapporto col Mistero nella vita, deve diventare esperienza per ognuno di noi.

Solo così siamo diversi, pur restando tali e quali, abbiamo una dignità. L'uomo infatti non può derivare da se stesso la propria dignità. E' laddove egli afferma e vive una presunta autonomia, la sua dignità è totalmente in mano al Potere.
La dignità non può venire da noi. La dignità è un Altro che è tra noi. Che è morto per noi.
Nessuno è così libero come il bambino, la cui dignità e sicurezza sono il padre e la madre.