martedì 25 giugno 2013

Poi si riprende il viaggio. Verso dove? Questo è difficile dirlo

 
 
 
 
Paul Cézanne (1839-1906) è il pittore francese più singolare ed enigmatico di tutta la pittura francese post-impressionista. Nato ad Aix-en-Provence, nel meridione della Francia, proviene da una famiglia benestante (il padre era proprietario della banca locale). Egli quindi ebbe modo di condurre una vita agiata, a differenza degli altri pittori impressionisti, e di svolgere una ricerca solitaria e del tutto indifferente ai problemi della critica e del mercato. Egli, infatti, nella sua vita, al pari di Van Gogh, vendette una sola tela, solo qualche anno prima di morire.







domenica 23 giugno 2013

sabato 22 giugno 2013

E Grillo perde fan su Facebook

 
 
 
 
E Grillo perde fan su Facebook



La politica su Twitter soffre. E a farne le spese sono soprattutto i Cinque Stelle. Succede dall’insediamento del governo Letta, dopo il quale si è registrato in calo dell’interesse degli utenti verso la politica.
Lo rileva Blogmeter in un’analisi secondo la quale a scontare di più questo calo è Grillo con il suo Movimento Cinque Stelle. E il motivo sarebbe dovuto proprio all’alto livello di aspettative pre-elezioni. Ma non sono solo i pentastellati a scendere. Tutte le discussioni in rete e le attività di engagement  (la partecipazione che si esprime anche attraverso like, condivisioni, retweet) relative alla politica
arretrano di un rilevante 40%.








 
 
 
 
 

giovedì 20 giugno 2013

Dalla poesia epica a quella lirica e poi a quella oggettiva

 

Quello che noi spesso dimentichiamo è che la poesia nacque come epica, per semplificare possiamo chiamarla la poesia delle gesta ed aveva una particolare funzione ,doveva svolgere una funzione educativa, doveva comunicare ed esprimere. Era inammissibile una poesia non utile, non direttamente produttiva di qualcosa e per produzione intendo proprio la produzione di senso. Questo problema nasce già con i lirici greci che però pur sovvertendo in parte i canoni tradizionali e dando luogo alla poesia dei sentimenti continuano a percorrere la strada dell’utilità. Sono i lirici latini che presentano la seconda cesura, la poesia lirica si distacca definitivamente da quella epica non solo per i temi ma anche perché abbandona ogni scopo comunicativo o finalistico. Da quel momento in poi irrompe tutto e si perde il patto (che era stato sotteso nella poesia epica) e rimane un nuovo modo di fare poesia . Il poeta non deve indagare né verità , né deve darci una interpretazione di verità , non deve essere sottomesso all'oggetto, non deve più parlare della morte (oggetto) per renderla fatto universale. Deve accovacciarsi come meglio crede sull'oggetto, il poeta copre l'oggetto non lo scopre qui che la soggettività diventa prevalente, aperta la poesia al lirismo e liberato il poeta da ogni condizione di finalismo comunicativo è ovvio che il soggetto diventa oggetto della poesia.  Non è più la morte che viene raccontata ma è il poeta che è e sente morte ad essere oggetto della poesia. Ecco perché non riuscirà con molta difficoltà a trovare qualcosa che risponda al suo canone.
In questa assenza di patto però non possiamo vedere solo una perdita, a mio parere c'è anche una conquista appare sul palcoscenico umano la possibilità di infinite verità soggettive tessere non più' quadri, pezzi isolati non più affreschi unitari, ma il loro valore rimane comunque straordinario perché ci permette di vedere e di rintracciare l’umanità attraverso dei frammenti infinitesimali spesso diversi per canone e per scelta linguistica che non ci raccontano più la morte ma le mille morti. Da una poesia non si può scorgere il mondo se non per frammenti rattoppati da gli occhi degli altri, il lettore di poesia deve essere umile ,non si deve aspettare niente, non deve cercare né verità né insegnamento, né illuminazione, né spiegazione del mondo, deve solo farsi prestare per un istante gli occhi di un altro stupendosi per la coincidenza identica del vedere insieme, nel vedere stupendosi ancora di più nel vedere il mai visto.

 


 

 
 
 
 
 


mercoledì 19 giugno 2013

Ascoltiamo l'altra campana

















Potenza dell’arte scenica e, soprattutto, della sua capacità di stupire con visioni e alchimie di grande impatto come quelle di Sonno, in cui il gruppo di ricerca artistica Opera sperimenta un mix mica da ridere: Francisco Goya con William Shakespeare, le visioni pittoriche del primo con quelle teatrali del secondo. Nello spettacolo si fondono i movimenti di performer che compiranno le loro azioni in uno spazio avvolto da dipinti ispirati alla pittura nera di Goya. Il risultato è una ricerca sul potere declinata attraverso il disegno e la drammaturgia: potere delle immagini e potere delle parole che renderanno al pubblico un’esperienza creativa unica.





























martedì 18 giugno 2013

Il rapporto con la realtà dell'uomo che ha incontrato Cristo

 
 
 
 
 
In quel tempo Gesù entrato in Gerico attraversava la città, ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti per poterlo vedere, salì su in sicomoro poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo scendi subito perché oggi mi devo fermare a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò tutti mormoravano: “É andato ad alloggiare da un peccatore”. Ma Zaccheo alzatosi disse al Signore: “Ecco Signore io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.




 




domenica 16 giugno 2013

Per letteratura, io intendo sempre una grande luce di parole

Ora può darsi che le mie idee sul mondo, e sulla poesia ch'è il suo seme, siano poche e sguarnite, ma vedrò di esporle ugualmente e dire perché questi ritmi di Paola Masino mi sembrano poetici, e quindi più vivi di lei stessa che li ha formati e di chi per caso ne parli. E cosa intendo per poetico.
Nel mondo c'è la ragione, e tutti lo sappiamo perché, bene o male, la società è un'organizzazione della ragione. La ragione è organizzazione a sua volta delle facoltà umane, e superamento degli istinti sottoposti a quelle facoltà, affinché l'uomo possa continuare a chiamarsi uomo, cioè scelta, direzione, selezione. Però, questa gran ragione o ragionevolezza, essendo anche compressione e chiusura, è soggetta a delle lacerazioni, a delle dimenticanze di sé così profonde e repentine, che talora sembra entrare in agonia. Quando questo accade nel tessuto civile, la società conosce anarchie e agonie, che altro non sono se non la visione di una possibilità più alta, che non si vede disgraziatamente come raggiungere, commiste come sono tali istanze a infinite pressioni minime, contrarie e perfino armate contro tale possibilità.
Quando invece questo avvenimento si verifica nel luogo proprio della ragione, la letteratura, o insieme di edifici espressivi, città dell’eterno farsi e svanire storico, si ha, suppongo, la poesia: che è, anche qui, improvvisa dimenticanza e laceramento della ragione, e visione, entro la ragione, di una possibilità più alta: l’antico istinto o un istinto futuro. La vita, poi, e la ragione stessa, tra queste cadute della ragione si rinnovano, e da quelle strutture solo momentaneamente cadute, vedi sorgerne delle altre, più pure, più nuove; e sono le medesime, solo trasformate da questa nuova visione. Questa dimenticanza della ragione chiameremo purezza assoluta, e si chiama infatti poesia.
Ma ecco che questa ardente apparizione, nella società, può accadere anche come imitazione o camuffamento; mentre nella vera dimenticanza della ragione, la ragione, come nel sonno, scompare, e si fa luogo la conoscenza del vero, col suo dolore così intollerabile da chiedere, a esprimersi, un ritmo che lo consoli. E’ proprio questo ritmo, spesso così giusto, così ormai incancellabile, dice che il dolore della scoperta (del vero) fu reale, fu grande, tanto che occorse un aiuto; mentre da somiglianti cadute della ragione, nella società, proprio l’assenza di ritmo, di purezza, di canto, avvertono che la caduta fu consolata dalla pratica, da valori pratici, e quindi non vi fu vera lacerazione, vera caduta, e queste sono ancora delegate e consumate dalla mente del singolo. E per questa capacità del singolo di accogliere e sopportare il dolore (della verità) sospeso nel mondo, può accadere perfino che il mondo ne faccia, di questo dolore, continuamente a meno, delegandolo eternamente, a sostenerlo, il singolo. Come in realtà si verifica: e dal singolo, solo dal singolo, o uomo dell’assoluto, cioè della poesia, partono così le istanze per i rinnovamenti e mutamenti; che poi la comunità prende come sue, volgarizzandole; finché nuovi spaventi, nella società, eleggono ancora, ad esprimerli l’uomo poeta, che infatti li esprime, e come uomo ne è ucciso.
Questo mi pare dunque il fare poesia: morire sotto una verità, grande o minima, ma verità sempre, che la comunità non può accogliere, perché la sua sede è il singolo, ma può, di volta in volta, consumare o suggerire. La Letteratura nasce da questo; e così, senza letteratura, non vi sono neppure accadimenti storici, cioè un farsi e rifarsi umano. Vedi le grandi letterature del passato tutte annunciare, nel loro calore, il farsi di un popolo o, nel loro gelo, indicarne la morte. Ed anche oggi, dove sorge una letteratura, ove odi voci nuove, là sta un popolo; e dove queste voci si spengono, là un popolo ha finito d’essere storia. Per letteratura, io intendo sempre una grande luce di parole (che iniziano o finiscono) intorno al fuoco bianco e taciturno di uno spirito, ch’è il genio di quel popolo morto o nascente che sia. E quando la luce cresce, significa che quel popolo sta formandosi, quando diminuisce, ed è gelo, che quel popolo è esaurito. La poesia colta, che poi diviene mera cultura, o museo di simboli, ci avverte sempre di una perdita simile. Ma a volte in tale ghiaccio serpeggia ancora una linea di fuoco. Quella poesia colta, freddissima, ha un che di vivo, è il vivente che sopravvive. Te ne accorgi dalla dolcezza, come tu fossi ancora vivo, che muove in te (vivo come comunità).
 
 


venerdì 14 giugno 2013

Invece di personalità, una oggettività impersonale.







 





The Fields (campi di grano) appartiene alla serie di spettacolari tele dipinte intorno al 10 luglio 1890, poche settimane prima del raccolto. E diciannove giorni prima della sua morte. Van Gogh è stato abbandonato da tutti, la sua malattia depressiva si è aggravata. Il 27 luglio del 1890 si presenta alla coppia proprietaria della locanda in cui vive. Sta molto male e confessa di essersi sparato un colpo di rivoltella in un campo accanto al cimitero nei pressi di Auvers-sur-Oise mentre dipingeva la sua ultima opera. Morirà il 29 luglio e sarà sepolto il giorno dopo in quello stesso cimitero. Al funerale parteciperanno il fratello Theo, il dottor Gachet (ritratto in un’opera oggi famosissima) e molti amici artisti. Nonostante la gravità della sua situazione mentale, Vincent sino all’ultimo non tradisce la sua pittura. Nessuno dei suoi disordini entra nei quadri che restano, sino agli ultimi realizzati, la rappresentazioni di immagini fortissime, gloriose. Vibranti celebrazioni della terra intorno a lui. Van Gogh trascorre i suoi ultimi mesi nel comune di Auvers, dove ha affittato una camera presso la piacevole Ravoux Inn. Ogni giorno si dedica alla sua pittura e porta materiali e attrezzi per dipingere sui campi coltivati nelle vicinanze, sceglie di insediarsi su un determinato posto, e assorbe pienamente se stesso nel suo lavoro. Ai primi di luglio ha iniziato una serie di paesaggi, la maggior parte di loro circa 50 centimetri di larghezza, che rappresentato il profumo e l’aria quasi onnipresente che si leva dai campi di grano. In alcuni i campi sono visualizzati in presenza di luce solare. In altri, la scena è più scura con il cielo minacciosamente nuvoloso. Nel caso di quest’opera, dato il giallo intenso del raccolto dei cereali pronti, Walter Feilchenfeldt ha proposto che esso sia stato probabilmente dipinto a metà luglio e che sia dunque uno degli ultimi paesaggi che l’artista abbia completato. Tutte queste opere sono brillantemente colorate attraverso una straordinaria composizione ritmica. Sappiamo dalle sue lettere che Van Gogh era particolarmente agitato mentre lavorava a questi paesaggi. Ma in una lettera, ottimista, scritta alla madre e alla sorella, egli si sofferma a descrivere ciò che pensava guardando questi panorami: “Io stesso sono assorbito nella immensa pianura con i campi di grano appoggiati contro le colline, senza confini come un mare di colore giallo delicato, un morbido verde e il viola delicato arato e di un pezzo di terreno. Una scacchiera a intervalli regolari con il verde di fioritura delle piante di patate. Il tutto sotto un cielo blu, bianco, rosa con toni violetti” - See more at: http://www.artslife.com/2012/03/06/focus-vincent-van-gogh-del-10071890/#sthash.kpMNM2zF.dpuf










mercoledì 12 giugno 2013

C'è ancora la fede sulla terra?

 
 
 
 
Se la fede non è una risorsa per vivere le difficoltà che siamo costretti ad affrontare, a che cosa serve credere?
Il dubbio sull'esistenza, la paura dell'esistere, la fragilità del vivere, l'inconsistenza di se stessi, il terrore dell'impossibilità.
Questo è il fondo della questione e da qui si riparte per una cultura nuova verso una fede protagonista e non cortigiana del quotidiano.
 
 


martedì 11 giugno 2013

Pasolini e quei tweet corsari che animano la timeline

 
 
«La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. E’ lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. E’ lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. E’ lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. E’ lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). E’ lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti eccepire le ripetizioni come delle appassionate anafore)»
 
P.P. Pasolini ( Scritti corsari)



 

lunedì 10 giugno 2013

Tristi, trasformati in una sorta di collezionisti di antichità

 


 
 
Bisogna vigilare. Il quotidiano potrebbe far diventare l'avvenimento un fenomeno del passato.
C'è la tendenza che i nostri impegni possano essere vissuti in modo divaricante rispetto ad un'esperienza cristiana viva ed autentica. Bisogna ribaltare la situazione. Il nostro impegno deve diventare l'espressione di questa esperienza appassionata di vita.

venerdì 7 giugno 2013

Marta e Maria, attivismo o intimismo?

 
 
 
 
 
"Mentre era in cammino con i suoi discepoli Gesù entrò in un villaggio e una donna che si chiamava Marta, lo ospitò in casa sua. Marta si mise subito a preparare per loro, ed era molto affaccendata. Sua sorella invece, che si chiamava Maria, si era seduta ai piedi del Signore e stava ad ascoltare quel che diceva.

Allora Marta si fece avanti e disse: "Signore, non vedi che mia sorella mi ha lasciata da sola a servire? Dille di aiutarmi! Ma il signore rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di troppe cose. Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore e nessuno gliela porterà via.
 


giovedì 6 giugno 2013

La fedeltà di una Presenza fa del cristiano un diverso




La dimenticanza dell'idea di ragione come apertura positiva al reale mi desta molta preoccupazione.
L'esperienza, invece, causa una sincera attenzione ai bisogni veri dell'uomo.
La ragione come libertà ridotta a puro parere o opinione snerva nell'uomo la creatività e lo rende schiavo dell'istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze personali.
Il mio punto di arrivo non è certamente il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro.
Nessuno può generare se non è stato generato. E' la fedeltà a una Presenza quello che fa del cristiano un diverso.
 

mercoledì 5 giugno 2013

Il destino di ogni uomo dipende da quella morte

 L'incarnazione del Figlio di Dio e la salvezza che egli ha operato con la sua morte sono il vero criterio per giudicare la realtà temporale a ogni progetto che mira a rendere la vita dell'uomo sempre più umana.
La parola sacrificio è incominciata, storicamente, a diventare una grande parola, da quando Dio è diventato un uomo. E' nato da una giovane donna, era stato piccolo, camminava con passetti piccoli, poi ha cominciato a parlare, e poi incominciava ad aiutare suo papà che faceva il carpentiere, poi è diventato più grande e ha incominciato ad andare via di casa senza che sua madre capisse perché.
Da quando Dio si è fatto uomo, e poi, dopo, ha incominciato a parlare al popolo, e il popolo sembrava che gli andasse dietro quando compiva dei gesti strani ( o miracoli), ma il giorno dopo aveva dimenticato.
Lui era là da solo, e perciò si ingrossava il numero di quelli che erano contro di Lui, finché, insomma, lo hanno preso e ammazzato, inchiodato a una croce, e ha gridato: " Padre, perché mi hai abbandonato?". E' il grido di disperazione più umano che si sia mai sentito nell'aria della terra, e poi ha detto: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno", e poi ha gridato: " Nelle tua mani raccomando la mia vita". Da quel momento lì, da quando quell'uomo è stato messo stirato sulla croce e inchiodato, il sacrificio è diventato il centro della vita di ogni uomo, e il destino di ogni uomo dipende da quella morte.

 
 
 





 


martedì 4 giugno 2013

E' la fede il centro affettivo del nostro io

La questione, alla fin fine, è sempre la fede: se prevale
questa Presenza come avvenimento nella vita l'innamorarsiè vivo.
Possiamo continuare a fare gli sbagli di prima, ma prevalgono
l'urgenza, la gratitudine e la gioia della presenza
della persona amata.
Sono contento perché Tu vivi, Cristo, perché Tu ci sei.
Non sono costretto a soffocare in qualsiasi cosa io faccia,
nell'attività o nel riposo, perché Tu ci sei.
E' la questione della fede, qualcosa che ha a che vedere con tutto,
non qualcosa che si ritaglia un pezzo di vita.
Per questo continuiamo il nostro cammino cercando di
seguire ciò che la Chiesa ci propone per vivere
di più, per vivere più intensamente in modo
da rispondere al quotidiano che taglia le gambe.
Altrimenti la fede avrà una data di scadenza e non per
una cattiveria nostra, ma perché non ci interesserà più.
Il nostro interesse si sposterà altrove.
 
 


domenica 2 giugno 2013

Francesca





Non so né il perché, né il per come
 
 


ma nella mente mi frulla conoscere la figura di Francesca



protagonista del V Canto dell'Inferno.



Un viaggio attraverso le interpretazioni che questa figura



ha suscitato nei critici delle diverse epoche.



Dalla prostituta dipinta nel Trecento, all'eroina dei romantici,



all'intellettuale di provincia nel 900.



Chi ha ragione?



Leggere è un'operazione esistenziale: tanto più sono coinvolto,



tanto più riesco a cogliere il vero significato del testo.



Mi vedo di fronte a Dante con l'impertinenza e la curiosità



dei bambini, impazienti di scartare il dono che è la poesia:



qualcosa di vivo, che parla della realtà e della verità e, quindi,



del nostro essere uomini.


























sabato 1 giugno 2013

E' un cuore nuovo che si comunica al nostro

 
 
 
 
 
Se la fede perde in ragionevolezza diventa disumana.
Seguire il disegno di un Altro, il fare la sua volontà, è ragionevole in un solo caso. Bisogna essere certi che il seguire sia consapevole perché in esso sta la riuscita della vita.