mercoledì 3 maggio 2017

E' solo una proposta




Nel 1995, abbandonato l'incarico all'università dove insegnava letteratura angloamericana, Azar Nafisi propone a sette delle sue migliori studentesse di trovarsi a casa sua, nel primo giorno del weekend, per discutere di letteratura. Un seminario privato: per due anni Nafisi vede le ragazze entrare nel suo salotto, "togliersi il velo e la veste e diventare di botto a colori". Il fatto è che insieme al velo "si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquistava una forma, un profilo, diventava il suo proprio inimitabile sé". In quelle mattine le otto donne leggono Nabokov, Henry James, Jane Austen. Discutono con passione di Lolita e di Daisy. "Il seminario diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi". Nel loro rifugio Nafisi e le sue ragazze guardano il mondo attraverso l'occhio magico della letteratura". Ma sono pur sempre a Teheran, e fuori da quel salotto restano grigiore e proibizioni: così, avverte Nafisi, "è di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran".
È questo Leggere Lolita a Teheran: il racconto di come una donna (l'autrice) attraversa la rivoluzione islamica iraniana con un bagaglio di romanzi e una gran fiducia nella letteratura, "arte della complicazione umana". Solo che non sono ammesse sottigliezze né "complicazione umana" nel mondo in cui vivono lei e le sue studentesse. È un mondo di romanzi sconsigliati, di ragazze punite se hanno le unghie dipinte, persone che hanno dovuto imparare a non esprimersi apertamente. Nafisi cita il Nabokov di Invito a una decapitazione: insopportabile "non è il vero dolore fisico o la tortura che si infligge in un regime totalitario, bensì l'incubo di una vita trascorsa in un'atmosfera di continuo terrore". Per prima cosa dunque Nafisi vuole trasmettere l'esasperazione di una vita regolata da "norme ottuse", dove un bambino si sveglia terrorizzato perché "ha fatto un sogno illegale": il senso di oppressione di un regime che "negava valore all'opera letteraria, a meno che sostenesse l'ideologia", un regime, del resto, dove il capo del comitato di censura cinematografica è un cieco... Il seminario diventa per loro "un corso di autodifesa" da tutto questo. Ancora Nabokov: "La curiosità è insubordinazione allo stato puro".
Perché Lolita? Nella storia della ragazza di dodici anni tenuta "di fatto prigioniera" dall'uomo che ne fa la sua amante, Nafisi e le sue studentesse vedono "una denuncia dell'essenza stessa di ogni totalitarismo". Ne discutono a lungo, fanno paralleli: a Lolita, dicono, "è stata sottratta non solo la vita ma anche la possibilità di raccontarla". Anche loro sentono di aver perduto qualcosa: la generazione dell'insegnante ha perduto una libertà passata, le più giovani hanno "ricordi fatti di desideri irrealizzati". Tutte hanno imparato a "mettere una strana distanza tra noi e l'esperienza quotidiana della brutalità e dell'umiliazione". Ecco l'accusa: "Il peggior crimine di un regime totalitario è costringere i cittadini, incluse le vittime, a diventare suoi complici".
Traspare un'urgenza, da queste pagine. Non solo trasmettere quel senso di soffocamento, o forse di spiegare perché l'autrice, come molte delle sue giovani amiche, cercheranno di sottrarvisi andando via. Più ancora, è la necessità di riflettere su "come siamo arrivati a questo?". Qui l'autrice torna indietro nel tempo, e offre un raro racconto "dall'interno", soggettivo e intriso di partecipazione umana, di eventi che abbiamo visto da lontano, per lo più nei loro risvolti politici. Siamo nel 1979, quando Nafisi, terminati gli studi negli Stati uniti, torna a Teheran: la rivoluzione - per cui anche lei si era battuta, come tanti studenti iraniani all'estero che avevano lottato contro lo Shah - era vittoriosa. Nafisi comincia a insegnare letteratura angloamericana all'Università statale di Teheran. L'università era allora il principale teatro di scontri ideologici tra le correnti rivoluzionarie di sinistra e quelle islamiche; Nafisi parla di Fitzgerald e di Twain tra assemblee sull'imperialismo e di denuncia della società borghese, discute di Hucklberry Finn e di Gatsby mentre gli studenti islamici occupano l'ambasciata americana. In queste pagine - forse le più appassionanti - vediamo lo scontro riassunto nello strepitoso "processo" a Gatsby istituito dalla professoressa Nafisi, con tanto di giudice, giuria, accusa e difesa. Gatsby esprime il materialismo decadente del mondo occidentale, accusano studenti che citano Khomeini e vorrebbero letture "rivoluzionarie" e moralizzatrici. Ma un romanzo è bello se riesce a mostrare la complessità degli individui, ribatte la difesa. Intanto, "sulla scena politica si assisteva a una specie di replica del nostro processo": i romanzi "decadenti" scompaiono poco a poco dalle librerie - finché scompaiono anche le librerie.
Dopo mesi di scontri, arresti, morti, le correnti islamiche prendono il controllo delle università, le correnti di sinistra sono sconfitte, le voci laiche zittite. La "normalizzazione" arriva sotto forma di "comitato per la rivoluzione culturale". Le donne sono obbligate ad abbigliarsi in modo islamico, quelle come Nafisi lasceranno l'insegnamento (ma l'ipocrisia che colpisce chi visita l'Iran oggi era già presente allora, nelle parole del giovane islamico che chiede alla prof di adeguarsi: "In fondo è solo un pezzo di stoffa").
Con la guerra poi, trionfa la retorica della morte e del martirio. Ormai ogni critica è disfattista ("Per tutta la durata del conflitto il regime islamico non perse mai di vista la sua guerra santa, quella contro i nemici interni"). Il chador diventa una cosa "fredda e minacciosa": non sarà mai più quello che portavano le nonne, "è macchiato per sempre dalla connotazione politica che ha assunto". Imperversano gli slogan. L'unico rifugio è la lettura, nelle notti insonni per gli allarmi aerei ("tra le pagine resta la sirena dell'allarme").
Non c'è una semplice risposta al "come siamo arrivati a questo". La riflessione è accennata: quando l'autrice parla dell'università "che, come l'Iran, avevamo tutti contribuito a distruggere". Dove ricorda con sgomento la violenza verbale di quelle assemblee infuocate, da parte di studenti che spesso finiranno loro stessi vittima delle purghe. O dove, avverte: "Siamo tutti perfettamente in grado di trasformarci nel censore cieco, di imporre agli altri la nostra visione".
Era necessario ripercorrere tutto questo per tornare al seminario privato della professoressa e le sue studentesse: ora conosciamo i loro percorsi, quella sopravvissuta ad anni di carcere, quella che va al seminario di nascosto, quella che vuole emigrare... Ormai in Iran sono emersi "degli islamici di tipo nuovo", meno attenti agli slogan e più alla carriera, "liberali", pragmatici. Di fronte al dilemma "stiamo al gioco e lo chiamiamo dialogo costruttivo oppure ci ritiriamo dalla vita pubblica in nome della lotta al regime", alla fine della guerra lei era tornata a insegnare, prima di ritirarsi di nuovo, scettica verso le promesse dei "liberali" ("che ora chiamano riformisti"). Nel seminario ora discutono di James e di Jane Austen e delle incertezze personali di ciascuna, di fidanzamenti, di libertà individuale e di "diritto alla felicità". Le sue ragazze, osserva, condividono il "disagio che nasceva dalla confisca da parte del regime dei loro momenti più intimi e dei loro desideri". Vista da Teheran, l'affermazione "il privato è politico" non regge: "Non è vero naturalmente. Anzi, al centro della lotta per i diritti politici c'è proprio il desiderio (...) di impedire al politico di intromettersi nella vita privata", scrive Nafisi.
Il desiderio di evadere è condiviso. Alla fine evade Nafisi: parte per gli Stati Uniti. Porta l'avvertimento delle ragazze e di un vecchio amico-consigliere: "Non potrai scrivere di Austen senza scrivere anche di noi", le dicono: "La Austen è irrimediabilmente legata a questo posto". Proprio come Lolita, o Gatsby, in un paese dove il censore è cieco".




15 commenti:

  1. Oppure volete che vi parli di K.M. beccata con i sensi scoperti dai paparazzi?

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  2. Va bene, Preferite Lolita.

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  3. Manna. "riusciva a trovare briciole di poesia anche in cose che la maggior parte della gente considera insignificanti. La foto non rende giustizia alla profondita' dei suoi occhi scuri."

    Mashid. " Avevamo deciso di chiamarla "Milady". ... aguadagnare significato nell'accostamento, era stato il soprannome, non il nome".

    Yassi. "E'quella vestita di giallo... riusciva a prendere garbatamente in giro non solo gli altri, ma anche se'stessa."

    Azin. " la piu' alta, con i capelli biondi e una maglietta rosa... sfacciata senza peli sulla lingua...la chiamavamo "la selvaggia".

    Mitra. "Simile al colore pastello dei suoi quadri... due deliziose fossette ne rendevano meno scontata la bellezza e Mitra se ne serviva per abbindolare vittime inconsapevoli."

    Sanaz. "oppressa dalla famiglia e dalla societa', era sempre in bilico tra desiderio di indipendenza e bisogno di approvazione."

    Nassrin. "... Non ce la fece a restare fino alla fine."
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    Il mio racconto sarebbe incompleto se tacessi di quelle che non poterono o non vollero rimanere. Questa e' per me Teheran: le assenze sono piu' reali delle presenze.

    Quello che cerchiamo nella Letteratura, non e' la realta', ma un'epifania della verita'.

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  4. Potrebbe interessarvi Brad Pitt:

    Paragona il suo divorzio da Angelina Jolie alla "morte", ammette di essere in analisi, per riuscire ad elaborare questo difficile momento e di aver esagerato con l'alcol. Nella sua prima intervista pubblica, ad un anno dalla separazione, Brad Pitt parla liberamente su GQ Syle e posa per la cover del magazine, visibilmente più magro, le guance incavate e lo sguardo tormentato...
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    ALTRO SU MSN:

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  5. Oppure:


    Nonostante i milioni guadagnati durante la carriera, Johnny Depp potrebbe trovarsi presto con il conto in rosso. Colpa di uno stile di vita extra-lusso a cui il divo non riesce proprio a rinunciare. Una vera patologia secondo i due ex commercialisti Joel e Robert Mandel, della Mandel Company, che in tribunale hanno dichiarato come i due milioni di dollari spesi ogni mese dall'attore non siano più sostenibili per le sue finanze.
    Da tempo le spese folli di Depp preoccupavano i libri contabili. Quando i suoi commercialisti glielo fecero presente, qualche mese fa, lui in tutta risposta li licenziò con l'accusa di avergli rubato i soldi. Proprio per questo adesso è in causa con loro e in tribunale i due hanno dichiarato che le mani bucate dell'attore sono conseguenza di una patologia.
    Secondo Joel e Robert Mandel, infatti, Depp ha bisogno di essere seguito da un medico. Per vent'anni ha speso circa due milioni al mese, tra aerei privati, vini di alta classe, yacht, residenze da sogno (14 in tutto) e persino un castello in Francia. A tutto questo nell'ultimo anno si è aggiunto anche il divorzio da Amber Heard, a cui a dovuto versare sette milioni di dollari come risarcimento.
    ALTRO SU MSN:

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  6. Questo libro lo leggerò.
    Ma quanto scrivi ?!?! 😳
    Che una persona (Depp) spenda così tanto lo trovò profondamente immorale!

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    1. Nell'elenco dei Lettori di "Una manciata di more" c'è il tuo avatar e nel Blogroll compare il blog dell'amica. Ti ha aiutato qualcuno a fare questo lavoro, perché io non mi vedo scritto da nessuna parte. Ho deciso, mi suicido.
      Depp e altri sono robot che seguono le mode. Spendere i soldi non è immorale. E' immorale guadagnarne tanto.
      Scrivere non è un problema. Ci sono tanti argomenti da trattare. Ciao.

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  7. Cada cual se forja su vida, está a su vez tiene sus vaivenes que pueden ir de un lado a otro, y cambiar el sentido de todos en un segundo. Abrazos Gus!!

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  8. Davvero interessante. Grazie Gus.
    sinforosa

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    1. Grazie sinforosa.
      Io seguo Google+ e molte ragazze iraniane si ribellano al velo.
      Ciao.

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  9. Quello che succede in Iran e altrove dovrebbe farci riflettere su quanto siamo fortunati e di quanto dovremmo lamentarci meno.

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    1. Con il fondamentalismo islamico non si può vivere. Questa è la realtà. Io conosco parecchi Google+ iraniani e in qualche blog le ragazze, bellissime, scrivono senza veli. In altri hanno la tunica sul vis. Quindi, c'è una certa ribellione alla follia degli Ayatollah.

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  10. Resto senza parole come è scritto questo post che pur sapendo di questa cappa di piombo che ha sempre chiuso questo stato islamico , viene raccontato da te come fosse un romanzo , invece che la dura realtà. Anche se non tutti i romanzi sono intrisi di fantasia.
    Non ho nulla da aggiungere .
    Ho letto , mi sono immersa con infinito piacere nel tuo post e come sempre ti ringrazio.
    Un buon pomeriggio caro Gus e un abbraccio!

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    1. In certe zone la gente vive nel terrore in base a interpretazioni errate del Corano. Ormai il fondamentalismo islamico è diventato una piaga per tutta l'umanità.
      Sono arrivati a crocifiggere uomini senza motivo.
      L'Is è più feroce di Al Qaeda.
      Grazie.
      Abbraccio Nella.

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