giovedì 26 gennaio 2017

Conoscere certe storie






Nel 1995, abbandonato l'incarico all'università dove insegnava letteratura angloamericana, Azar Nafisi propone a sette delle sue migliori studentesse di trovarsi a casa sua, nel primo giorno del weekend, per discutere di letteratura. Un seminario privato: per due anni Nafisi vede le ragazze entrare nel suo salotto, "togliersi il velo e la veste e diventare di botto a colori". Il fatto è che insieme al velo "si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquistava una forma, un profilo, diventava il suo proprio inimitabile sé". In quelle mattine le otto donne leggono Nabokov, Henry James, Jane Austen. Discutono con passione di Lolita e di Daisy. "Il seminario diventò il nostro rifugio, il nostro universo autonomo, una sorta di sberleffo alla realtà di volti impauriti e nascosti nei veli della città sotto di noi". Nel loro rifugio Nafisi e le sue ragazze guardano il mondo attraverso l'occhio magico della letteratura". Ma sono pur sempre a Teheran, e fuori da quel salotto restano grigiore e proibizioni: così, avverte Nafisi, "è di Lolita che voglio scrivere, ma ormai mi riesce impossibile farlo senza raccontare anche di Teheran".
È questo Leggere Lolita a Teheran: il racconto di come una donna (l'autrice) attraversa la rivoluzione islamica iraniana con un bagaglio di romanzi e una gran fiducia nella letteratura, "arte della complicazione umana". Solo che non sono ammesse sottigliezze né "complicazione umana" nel mondo in cui vivono lei e le sue studentesse. È un mondo di romanzi sconsigliati, di ragazze punite se hanno le unghie dipinte, persone che hanno dovuto imparare a non esprimersi apertamente. Nafisi cita il Nabokov di Invito a una decapitazione: insopportabile "non è il vero dolore fisico o la tortura che si infligge in un regime totalitario, bensì l'incubo di una vita trascorsa in un'atmosfera di continuo terrore". Per prima cosa dunque Nafisi vuole trasmettere l'esasperazione di una vita regolata da "norme ottuse", dove un bambino si sveglia terrorizzato perché "ha fatto un sogno illegale": il senso di oppressione di un regime che "negava valore all'opera letteraria, a meno che sostenesse l'ideologia", un regime, del resto, dove il capo del comitato di censura cinematografica è un cieco... Il seminario diventa per loro "un corso di autodifesa" da tutto questo. Ancora Nabokov: "La curiosità è insubordinazione allo stato puro".
Perché Lolita? Nella storia della ragazza di dodici anni tenuta "di fatto prigioniera" dall'uomo che ne fa la sua amante, Nafisi e le sue studentesse vedono "una denuncia dell'essenza stessa di ogni totalitarismo". Ne discutono a lungo, fanno paralleli: a Lolita, dicono, "è stata sottratta non solo la vita ma anche la possibilità di raccontarla". Anche loro sentono di aver perduto qualcosa: la generazione dell'insegnante ha perduto una libertà passata, le più giovani hanno "ricordi fatti di desideri irrealizzati". Tutte hanno imparato a "mettere una strana distanza tra noi e l'esperienza quotidiana della brutalità e dell'umiliazione". Ecco l'accusa: "Il peggior crimine di un regime totalitario è costringere i cittadini, incluse le vittime, a diventare suoi complici".
Traspare un'urgenza, da queste pagine. Non solo trasmettere quel senso di soffocamento, o forse di spiegare perché l'autrice, come molte delle sue giovani amiche, cercheranno di sottrarvisi andando via. Più ancora, è la necessità di riflettere su "come siamo arrivati a questo?". Qui l'autrice torna indietro nel tempo, e offre un raro racconto "dall'interno", soggettivo e intriso di partecipazione umana, di eventi che abbiamo visto da lontano, per lo più nei loro risvolti politici. Siamo nel 1979, quando Nafisi, terminati gli studi negli Stati uniti, torna a Teheran: la rivoluzione - per cui anche lei si era battuta, come tanti studenti iraniani all'estero che avevano lottato contro lo Shah - era vittoriosa. Nafisi comincia a insegnare letteratura angloamericana all'Università statale di Teheran. L'università era allora il principale teatro di scontri ideologici tra le correnti rivoluzionarie di sinistra e quelle islamiche; Nafisi parla di Fitzgerald e di Twain tra assemblee sull'imperialismo e di denuncia della società borghese, discute di Hucklberry Finn e di Gatsby mentre gli studenti islamici occupano l'ambasciata americana. In queste pagine - forse le più appassionanti - vediamo lo scontro riassunto nello strepitoso "processo" a Gatsby istituito dalla professoressa Nafisi, con tanto di giudice, giuria, accusa e difesa. Gatsby esprime il materialismo decadente del mondo occidentale, accusano studenti che citano Khomeini e vorrebbero letture "rivoluzionarie" e moralizzatrici. Ma un romanzo è bello se riesce a mostrare la complessità degli individui, ribatte la difesa. Intanto, "sulla scena politica si assisteva a una specie di replica del nostro processo": i romanzi "decadenti" scompaiono poco a poco dalle librerie - finché scompaiono anche le librerie.
Dopo mesi di scontri, arresti, morti, le correnti islamiche prendono il controllo delle università, le correnti di sinistra sono sconfitte, le voci laiche zittite. La "normalizzazione" arriva sotto forma di "comitato per la rivoluzione culturale". Le donne sono obbligate ad abbigliarsi in modo islamico, quelle come Nafisi lasceranno l'insegnamento (ma l'ipocrisia che colpisce chi visita l'Iran oggi era già presente allora, nelle parole del giovane islamico che chiede alla prof di adeguarsi: "In fondo è solo un pezzo di stoffa").
Con la guerra poi, trionfa la retorica della morte e del martirio. Ormai ogni critica è disfattista ("Per tutta la durata del conflitto il regime islamico non perse mai di vista la sua guerra santa, quella contro i nemici interni"). Il chador diventa una cosa "fredda e minacciosa": non sarà mai più quello che portavano le nonne, "è macchiato per sempre dalla connotazione politica che ha assunto". Imperversano gli slogan. L'unico rifugio è la lettura, nelle notti insonni per gli allarmi aerei ("tra le pagine resta la sirena dell'allarme").
Non c'è una semplice risposta al "come siamo arrivati a questo". La riflessione è accennata: quando l'autrice parla dell'università "che, come l'Iran, avevamo tutti contribuito a distruggere". Dove ricorda con sgomento la violenza verbale di quelle assemblee infuocate, da parte di studenti che spesso finiranno loro stessi vittima delle purghe. O dove, avverte: "Siamo tutti perfettamente in grado di trasformarci nel censore cieco, di imporre agli altri la nostra visione".
Era necessario ripercorrere tutto questo per tornare al seminario privato della professoressa e le sue studentesse: ora conosciamo i loro percorsi, quella sopravvissuta ad anni di carcere, quella che va al seminario di nascosto, quella che vuole emigrare... Ormai in Iran sono emersi "degli islamici di tipo nuovo", meno attenti agli slogan e più alla carriera, "liberali", pragmatici. Di fronte al dilemma "stiamo al gioco e lo chiamiamo dialogo costruttivo oppure ci ritiriamo dalla vita pubblica in nome della lotta al regime", alla fine della guerra lei era tornata a insegnare, prima di ritirarsi di nuovo, scettica verso le promesse dei "liberali" ("che ora chiamano riformisti"). Nel seminario ora discutono di James e di Jane Austen e delle incertezze personali di ciascuna, di fidanzamenti, di libertà individuale e di "diritto alla felicità". Le sue ragazze, osserva, condividono il "disagio che nasceva dalla confisca da parte del regime dei loro momenti più intimi e dei loro desideri". Vista da Teheran, l'affermazione "il privato è politico" non regge: "Non è vero naturalmente. Anzi, al centro della lotta per i diritti politici c'è proprio il desiderio (...) di impedire al politico di intromettersi nella vita privata", scrive Nafisi.
Il desiderio di evadere è condiviso. Alla fine evade Nafisi: parte per gli Stati Uniti. Porta l'avvertimento delle ragazze e di un vecchio amico-consigliere: "Non potrai scrivere di Austen senza scrivere anche di noi", le dicono: "La Austen è irrimediabilmente legata a questo posto". Proprio come Lolita, o Gatsby, in un paese dove il censore è cieco".


13 commenti:



  1. Manna. "riusciva a trovare briciole di poesia anche in cose che la maggior parte della gente considera insignificanti. La foto non rende giustizia alla profondita' dei suoi occhi scuri."

    Mashid. " Avevamo deciso di chiamarla "Milady". ... aguadagnare significato nell'accostamento, era stato il soprannome, non il nome".

    Yassi. "E'quella vestita di giallo... riusciva a prendere garbatamente in giro non solo gli altri, ma anche se'stessa."

    Azin. " la piu' alta, con i capelli biondi e una maglietta rosa... sfacciata senza peli sulla lingua...la chiamavamo "la selvaggia".

    Mitra. "Simile al colore pastello dei suoi quadri... due deliziose fossette ne rendevano meno scontata la bellezza e Mitra se ne serviva per abbindolare vittime inconsapevoli."

    Sanaz. "oppressa dalla fiamiglia e dalla societa', era sempre in bilico tra desiderio di indipendenza e bisogno di approvazione."

    Nassrin. "... Non ce la fece a restare fino alla fine."
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    Il mio racconto sarebbe incompleto se tacessi di quelle che non poterono o non vollero rimanere. Questa e' per me Teheran: le assenze sono piu' reali delle presenze.

    Quello che cerchiamo nella Letteratura, non e' la realta', ma un'epifania della verita'.

    Leggere Lolita a Teheran. Azar Nafisi. Adelphi

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  2. Gus ma sei proprio TU che stai scrivendo sul mio post di Montepulciano?!

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  3. Sì! Volevo che tu esternassi la tua indignazione. Una provocazione voluta. Un richiamo da amico a amico secondo il mio vedere il cibo. Per me serve solo per nutrirsi. Se è buono l'apprezzo, se è brutto inghiotto e basta. Comunque istintivamente vorrei scusarmi per quello che ho scritto, senza ragionarci sopra.

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    1. Non devi scusarti Gus.. comprendo.. solo che visto l'andazzo di fakes, intrusi, scopiazzatori di ID.. mi era venuto un vago dubbio che non fossi tu... ;)

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    2. Quando trovi Gus è Gus. Il mio account è super protetto.
      Se qualcuno dovesse conoscerlo Google vede l'IP diverso e invia un sms al cellulare.

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  4. La Austen di cui parli è la scrittrice di Orgoglio e Pregiudizio? Altrimenti non so. Buonanotte e Bacio.

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  5. Franco, il mio approccio al blog è sempre didascalico. Tu vai alla Caritas e avresti già dovuto capire cos'è la fame.
    Non si cosce dal virtuale, africani, bambini che mangiano i rifiuti che trovano nelle discariche, bambini che muoiono per una diarrea banale dopo aver bevuto l'acqua delle pozzanghere.
    Solo il reale ti fa credere a Dio e a alla sofferenza.
    Quando sono rimasto solo una signora-ragazza ucraina, 35 anni, marito e figlio di diciotto anni, è restata pe le faccende di casa. Mia sorella (una santa, ma per altre cose), mia figlia Lisa hanno insegnato alla ragazza ucraina a fare spesa e cucinare. Un lavoro difficile per chi era abituata a mangiare brodaglie e altre cose strane. La donna ucraina ha dentro un'educazione incredibile fatta di comprensione e sensibilità.
    Qualcosa che credevo non potesse esistere. Il suo orario va dalle 12 alle 16. Il marito è un meccanico bravo e nell'intervallo lavorativo mattina/sera mangia qualche panino. Il figlio, si è diplomato ragioniere programmatore quest'anno, molte volte cucinava da solo la sua pietanza. La ragazza ucraina restava con me al pasto, a volte consumato senza nemmeno sedersi.
    Qui sta il capire. Nel cestino della frutta lei con rapidità prendeva una mela, o una banana, o altri frutti. Un qualcosa di strano, inizialmente per me inspiegabile. Dopo questa sua azione repentina la guardavo intensamente. Ha capito: "Signor Augusto posso spiegarmi. A casa eravamo in quattro e nel cestino la frutta era per due o tre persone e io dovevo essere svelta a prenderla prima che finisse. E' un'abitudine che devo eliminare". Solo con questa realtà ho compreso la fame e la miseria e mi irrita l'esaltazione e l'enfatizzazione del cibo.

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    1. Cerco di capire tutto... apposta mi irrita chi parla serenamente di povertà e rinuncia ai privilegi affacciato dal palazzo più costoso del mondo... ma giustamente, come sottolinei, guardiamo a noi, alle nostre travi, invece di fare sempre le pulci alle pagliuzze altrui... e questo cerco di imparare. Grazie anche a te.

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    2. Franco. l'imparare è reciproco.
      Grazie.

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  6. Le spiegazioni sono sempre interessanti. Per me è tardi. Debbo vedere un film che mi ha sempre coinvolto tanto e ti trascuro un po'. Però non posso mancare per augurarti la buonanotte il Bacio usuale......no non è un'abitudine è un rituale che fa la differenza. Aribacio.

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    1. Lo so che non è un rituale ed è per sempre.
      E' diverso dagli altri baci.
      Bacio, anche se il mio non ha la tua valenza.

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