venerdì 29 agosto 2014

L'energia per camminare dentro tutto

 
 
 
 
 
 
La vita morale della stragrande maggioranza dei cristiani è insoddisfacente, perché tutta concepita come l'applicazione di un proprio attivismo, che dopo poco tempo, su cento individui, dura soltanto forse in uno soltanto. Così, dopo aver lavorato con il coltello tra i denti, uno dice: "Meno male che ci sono gli spazi privati: l'affezione alla ragazza, lo studio, lo svago, la vacanza, ecc.". Gli spazi privati liberi sono come l'espressione di un sollievo: "Finalmente delle cose mie!". E' terribile questa divisione della persona!
Invece, riprendendo l'idea di memoria, la nostra vita non deve ripiegarsi su se stessa per ottenere quello che di volta in volta vuole, ma deve essere rivolta a un Altro: da questo nasce l'energia per camminare dentro tutto. Se un uomo è con la faccia curva su di sé, si stanca: se invece alza la testa e guarda qualcosa d'Altro, respira: è un respiro che si chiama amore.
E allora non ci sono più spazi liberi, tutto è libertà, perché si vuole una cosa sola: Colui che è il proprio destino, l'avvenimento del destino del proprio mondo.
 


mercoledì 27 agosto 2014

Una società che ha dimenticato il desiderio del trascendente

 
 
 
 
 
 
 
 
La passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l'attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l'economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quell'unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta:
« Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio »
Oggi, come notò Pascal, “nessuno sa più restare solo chiuso nella propria stanza”. Per momenti meditativi che rielaborino fantasie, percezioni, impressioni, ecc. Per revisionare la propria visione del mondo da cui discende il nostro gioire e soffrire che ci rendono vitali, per conoscere i propri modi conoscitivo-emozionali , per ridefinire e affinare quelli comunicativo-relazionali strumento essenziale della vita. Domina un parlare automatico e prevedibile e le questioni serie sono tabù. Non svendiamoci con tediosi affabulatori privi di humour e lievità e ci siano care le persone con cui è possibile sintonizzarci anche per un fugace incontro. Si teme il giudizio o di ammettere la nostra fragilità e il bisogno dell’altro. Una condivisione di emozioni e sentimenti pur avventurosa sarebbe vincente per una consapevolezza non elusa con evasioni e disimpegno.
 


domenica 24 agosto 2014

Il custode dell'amore Amicizia?







Sistemando la scrivania ho trovato un "pizzino" con questa frase Il custode dell'amore.
Sono giorni che vado cercando il significato più rispondente a questa frase. Sono arrivata all'amicizia.
Ho trovato due frasi folgoranti: la prima di Samuel Beckett " L'amicizia è la negazione di quella solitudine senza rimedio alla quale è condannato ogni essere umano". La seconda: " L'amicizia è un espediente sociale, come la tapezzeria o la distribuzione di bidoni di immondizie!" (sempre Beckett)
Sarà vero che Beckett si è espresso così?
Ho concluso che non lo so.
Parto dalla prima frase: Ci sono stati momenti, nella mia vita in cui mi sono sentita condannata ad una solitudine senza rimedio. In un passato molto lontano. L'amicizia non è affatto una solitudine senza rimedio: il rimedio è proprio la possibilità di condividere con altri il cammino verso il proprio compimento. Questa per me è l'amicizia.
La seconda frase rappresenta una conclusione ....indebita. Certo ogni rapporto può essere vissuto con superficialità oppure con una comunione di destino così profonda che fa sentire la compagna, o il compagno, di cammino, veramente come un sostegno indispensabile: proprio un amico/a.
Sempre sercando qui e là ho trovato che un certo Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ha scritto uno splendido trattato intitolato L'amicizia spirituale.
Aelredo è un realista, sa che "l'amicizia può essere carnale, mondana, spirituale. Quella carnale nasce dalla sintonia del vizio; quella mondana si accende per la speranza di un guadagno; quella spirituale si cementa tra coloro che sono buoni, in base a una uguaglianza di vita, abitudini, gusti, aspirazioni."
Considero quest'ultima la più realista. E aggiungo che nell'amicizia spirituale c'è un desiderio, un gusto di tenerezza di dolcezza che si potrebbe chiamare  sentimento interiore, o più profondamente potremmo chiamarlo amore.
Ci sono esempi di persone che pensano che l'ideale sia vivere senza dover consolare nessuno, senza essere di peso o causa di dolore per chi hanno vicino, senza trarre gioia dal bene degli altri, stando bene attenti a non amare nessuno e a non curarsi di essere amati da qualcuno.
Aelredo definisce "un sentimento dell'anima razionale per cui essa, spinta dal desiderio, cerca qualcosa e brama di goderne, ne gode con una certa dolcezza e soavità interiore, abbraccia poi l'oggetto di questa ricerca, e conserva quello che ha trovato."
Sussurro alle vostre orecchie che l'amico è come il custode dell'amore
E questa è la salvezza: fidarsi, infine, dell’Amore.
Fidarsi di chi trasforma il nostro cuore. Nient’altro cambia il mondo. La violenza che ultimamente ci circonda e che sembra essere l’unico linguaggio in uso diventa dunque impotente di fronte all’amore che salva.
Avevamo bisogno che qualcuno, prima di noi e per noi (Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme, 1Pt 2, 21), percorresse questa strada, questi umili sentieri, per dirci che questa strada è vera, l’unica strada vera. E su questa strada camminasse fino alla fine, fino a quella croce dove l’amore – l’amore debole e sconfitto – dona tutto se stesso, per rinascere vivo per sempre.
Amiamo quest'Amicizia spirituale!

giovedì 21 agosto 2014

Percepire il senso del reale

 
 
 
 
 
 
 
 
E' venuto il momento di riconquistare la profondità della ragione, resa oggi così pericolosamente superficiale. La ragione è quell'originaria apertura con cui l'uomo percepisce il senso del reale. E non si conosce una realtà se non cogliendone il senso. Se ho una macchina e la esamino pezzo per pezzo, fino ai più minuti componenti, e non ne capisco il senso, cioè a cui serve, la sua funzione nella totalità, non posso dire di conoscerla. Inversamente posso dire di conoscere la macchina anche se non so analizzarla, ma ne colgo il senso. E' venuto il momento di riscoprire la libertà, di non essere più perciò definiti dalla paura dei propri limiti e del proprio male. Il valore della nostra persona, infatti, non dipende ultimamente da ciò che facciamo, ma dal rapporto con l'infinito che ci costituisce, e in cui soltanto consiste il fondamento della nostra libertà. Scoprire la persona significa dunque scoprire ciò di cui la persona è fatta: ragione, apertura alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori e affettività, inesauribile tensione, energia di responsabilità nell'impatto con la realtà.


mercoledì 20 agosto 2014

Chi veramente mi vuole bene

 
 
 

 
 

 
 
 
Non so né il perché, né il per come,

ma il fatto è che le zanzare femmine si sono innamorate di me.

Un amore violento fatto di morsi e succhiamento di sangue.

Mi andrebbe anche bene, in fondo è un donarsi,

ma l'esagerazione , anche se è frutto dell'amore

può anche scocciare.

Ho acquistato un prodotto della Bayer, un prodotto

umanitario. Nebulizzato stordisce le mie amiche

che svolazzano ma non hanno la forza di pungere.

Una tristezza. 

Ieri sera mi sono commosso.

Ho allungato il braccio e la zanzarina più bella

si è adagiata sul mio polso.

Con le forse residue che le erano rimaste

è riuscita a pizzicare.

Ora ho un ponfetto simpatico.

Pizzica pure, ma cosa non si fa per l'amata.

La zanzarina ha ringraziato e mi ha promesso

che tornerà a baciarmi.


martedì 19 agosto 2014

seguimi






Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 19,16-22. 




Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». 
Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 
Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». 
Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». 
Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». 
Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.
Folla. Lui parlava come a Giovanni e Andrea e tutta la folla era là a guardarLo come Lo avevano guardato Giovanni e Andrea. Sono colpiti, tant'è vero che un giovane di una famiglia ricca si è avvicinato e il servo gli fa largo, gli fende la folla, finché arriva vicino a Chi parla. Per un po' non può non rimanere con la bocca aperta, colpito da quella Presenza.Prende coraggio, confidenza e gli parla....ma purtroppo non può seguirLo e se ne và triste. E' il giovane ricco. 
Pomeriggio tardo, sera. Una casupola sui monti della Giudea. Seduti ad un tavolo due extrapaesani (moltissimi che viaggiavano si ritrovavano in quel posto) e uno che parlava. Ci siamo raccomandati tante volte di immaginarci come fossero quegli occhi che «mangiavano vivo» l'uomo che parlava: «Lo guardavano parlare». Abbiamo usato come termine più chiaro l'espressione «Lo guardavano parlare». Era la posizione di Giovanni e Andrea di fronte a Cristo: «Lo guardavano parlare». Siccome non capivano niente, come spesso accade, Lo guardavano parlare. E non capivano niente.
Lo guardavano parlare e si sentivano amati e questo significava essere chiamati all'impegno con Lui nella costruzione del Suo Regno d'Amore. A chi di noi non piacerebbe vivere tutta la vita in modo che i propri occhi raccontino l'incontro fatto. Occhi che parlano dell'immagine di Lui del sentimento profondo che ci fa coscienti della Sua grandezza e del nostro niente!
Parlo di Andrea del suo rientro a casa in silenzio, dopo l'incontro con Cristo,era un silenzio che riempiva il cuore, dove un Altro parlava e continuava a parlare con quei Suoi occhi pieni d'amore. Era come l'aurora o l'alba o il crepuscolo di una umanità diversa, di una umanità nuova, più vera. Era come se dicesse "Finalmente"!
Ma abbiamo letto il Vangelo della parabola del "giovane ricco" che se ne torna a casa triste perchè aveva molte ricchezze e non se la sentiva di abbandonarle per avere in cambio la felicità di Andrea.
"Che cos'è l'uomo perchè te ne ricordi,il figlio dell'uomo perchè te ne curi?"
Nessuna domanda mi ha mai colpito così nella vita. C'è stato un solo Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendomi un'altra domanda: "Quale vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo e poi perderà se stesso?". Io lo so, o penso di saperlo, perchè io sono rimasta con Gesù ad ascoltare le Sue parole e me le ripete ogni giorno, ad ogni alba ad ogni aurora, ad ogni crepuscolo, e mi addormento felice di non aver fatto l'altra scelta.
Chi ci potrà mai parlare dell'amore all'uomo come ha fatto Cristo, traboccante di pace? 









PAPA FRANCESCO: 







“Il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze” .Adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia. Questo ha una conseguenza nella nostra vita: spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri. Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita.

sabato 16 agosto 2014

Sono i 29br /i migliori anni della nostra vita















Ventinove anni è l'età in cui siamo più cool perché smettiamo di angosciarci cercando d’esser cool, più popolari perché non ci frega ormai più niente d’esser popolari. Sono i 29 anni, quelli in cui abbiamo più amici: 80 circa e non di Facebook, 30% in più che in tutte le altre età, dice uno studio. Perché siamo meno ingenui ma non ancora cinici, meno egoisti ed egocentrici, perfino più carini: siamo noi stessi al nostro meglio. Desiderabili e desiderati. Usciamo ancora con quelli della scuola e dell’università, ma iniziamo a farci la birretta coi colleghi di lavoro – e si sa quanto si leghi lagnandosi del capo.

Perché l’adolescenza è un incubo e i vent’anni una tragedia, anche se le foto, falsate dalla nostalgia, rimandano il contrario. Non sappiamo chi siamo o che ci piace, e temiamo troppo il giudizio dei coetanei per scoprirlo. Diamo consigli disastrosi, facciamo le peggiori gaffe, abbiamo morosi con la cresta; e allo stage stiamo sui nervi a tutti perché inceppiamo la fotocopiatrice e sprizziamo insopportabile ottimismo.

E poi siamo spiantati: viviamo con mammà o improbabili coetanei che non lavano i calzini, abbiamo le dita sempre unte di patatine fritte. A vent’anni la vita può solo migliorare. A 29, invece, abbiamo un lavoro più vicino ai nostri sogni, un affitto magari di 18 metri quadri ma da soli, e non dobbiamo farci sempre il segno della croce prima di pagare 20 euro con il Bancomat. Abbiamo fatto pace con la testa, fatto pace con la mamma, il più delle volte mettiamo anche le mutande. Siamo meno ansiosi, meno brufolosi, innamorati senza le responsabilità di una famiglia.


giovedì 14 agosto 2014

L'ispirazione più alta dello Spirito Santo

 
 




L'Assunzione è l'ispirazione più alta dello Spirito Santo verso la Chiesa. « Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il Creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina. Era conveniente che la Sposa di Dio entrasse nella casa celeste. Era conveniente che colei che aveva visto il proprio figlio sulla Croce, ricevendo nel corpo il dolore che le era stato risparmiato nel parto, lo contemplasse seduto alla destra del Padre. Era conveniente che la Madre di Dio possedesse ciò che le era dovuto a motivo di suo figlio e che fosse onorata da tutte le creature quale Madre e schiava di Dio. »
Lo psicanalista Carl Gustav Jung rimase impressionato dalla proclamazione del dogma ritenendola "l'evento più rilevante della storia del cristianesimo dai tempi della riforma", definì tale proclamazione "petra scandali per una mente priva di sensibilità psicologica", affermando che tuttavia "il metodo che il Papa adopera per dimostrare la verità del dogma ha senso per la mente psicologica". Nel nuovo dogma Jung apprezzava in particolare l'estensione simbolica della Trinità a una "quaternità" che si apriva finalmente alla dimensione femminile e, quindi, alla totalità.

 
 
 
 


domenica 10 agosto 2014

Dio e il reale








Se Gesù avesse voluto imporsi e imporre Dio al mondo, avrebbe potuto risorgere clamorosamente, andare a trovare Pilato e Caifa, riprendere a circolare nei portici del tempio, farsi vedere da chi lo aveva deriso appeso alla croce. Ma Dio vuole essere creduto, si mette alla mercé della nostra libertà, perché la libertà è il valore più alto, quello per cui siamo sua immagine.

La traduzione esistenziale più immediata della fede secondo Gesù è la preghiera come domanda. «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Gesù vuole togliere di mezzo ogni incertezza nella preghiera: il giudice iniquo non voleva far giustizia alla vedova, ma si arrese all’implorazione incessante: «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a Lui giorno e notte? Vi dico che farà giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo venendo troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,7-9). Alla radice della non-preghiera sta la non-fede. Se avessimo fede, la vita trascorrerebbe nella domanda, sarebbe una domanda continua del Regno.


Abbandonarsi al Mistero

Dio forse cattivo, ingeneroso, lento nel dare come il giudice iniquo e come noi tutti? Se invece infinitamente buono e misericordioso, come mai non accade il Regno tra noi? Perché non glielo chiediamo, non gridiamo a Lui giorno e notte. Perché non domandiamo? Perché non abbiamo fede, non viviamo la fede, non con noi una certezza che alimenti la nostra domanda. La domanda richiede che sia saldo nel cuore il giudizio di certezza su Dio, allora uno si abbandona veramente e si appoggia fino in fondo sul Mistero, nelle cui mani affida tutto. Solo così  può ottenere qualche cosa, se si fida e si abbandona totalmente, perché lasciandosi andare così diventa di Dio, comincia ad appartenere a Lui e a essere una cosa sua. L'immensa potenza di Dio comincia a operare solo in chi la stima veramente, solo in chi si abbandona. Il nostro problema, la nostra difficoltà è staccarsi dal nostro potere, che sappiamo fragile e incerto, ma che abbiamo una paura folle di abbandonare. Il punto ? Rinunciare alla falsa sicurezza e all'illusione che ci viene dal nostro progetto: siamo così assurdi che per sentirci rassicurati ci basta anche solo aver formulato un progetto, neanche averlo realizzato; perché quando realizzato ne percepiamo subito l'inconsistenza. Solo rinunciando all'illusione di potere che per operare in un nostro progetto, possiamo sperimentare la potenza, incrollabile e assoluta, del Mistero. Come potenza irresistibile, tutti noi l'abbiamo in qualche modo sperimentato. Solo ha i suoi tempi, e ci costringe a essere pazienti, che è un modo privilegiato di dipendere. Aver fede vivere sospesi al Mistero nella pazienza.


La letizia del pentimento

Tra le cose che domandiamo poco, o domandiamo senza fede, c’è il perdono. «Figlio, ti sono rimessi i peccati» (Mc 2,5), sono le prime parole di Gesù al paralitico, che scandalizzano gli scribi presenti, i quali essendo licenziati in teologia sapevano che solo Dio può rimettere i peccati. Il Signore dona questo perdono, l’uomo ha difficoltà a crederlo davvero. L’ignota peccatrice aveva tanta fede, era così certa di essere perdonata che si era gettata ai suoi piedi per rendergli grazie, con l’unguento e con le lacrime. Dobbiamo paragonarci con questa certezza, noi che andiamo dal confessore, ma non crediamo all’assoluzione. Tanto è vero che ne usciamo ancora con il peso psicologico del nostro peccato, non sbarazzati da quello che abbiamo fatto e non fatto. «C’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si pente che per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento» (Lc 15,7): ma noi non crediamo a questa letizia, e non usciamo dalla confessione lieti. Facciamo un gesto benintenzionato, ma formale, e la certezza del perdono non passa in noi. Notiamo anche che le lacrime di gioia continuano a essere lacrime di pentimento e domanda di perdono. La certezza non spegne la domanda, il modo in cui la certezza consuma il cuore è l’inesausta domanda che si compia ciò che Dio vuole.

C’è un altro sintomo di questo, ed è che non perdoniamo agli altri. Siamo come il debitore a cui è stato condonato il miliardo e che strangola il suo compagno perché gli deve cento lire (Mt 18,21-35). Il non aver coscienza di essere peccatori e il non sentirsi certi del perdono ci rendono inevitabilmente violenti con gli altri. Ma più che per l’impietosità verso il prossimo saremo giudicati per la causa di questa impietosità, che è il non aver creduto noi alla misericordia. È più grande il peccato davanti a Dio che davanti agli altri, l’uno è causa dell’altro. L’offesa radicale a Dio è non credergli.

C’è ancora un passo in più. La domanda vissuta con fede abilita l’uomo a compiere le opere di Dio. «Se puoi, aiutaci, muovendoti a compassione di noi". Gli rispose Gesù: “Se puoi! Tutto è possibile a chi crede”» (Mc 9,22-23). Già prima si era arrabbiato quando aveva saputo che i discepoli non avevano potuto guarire il ragazzo per la loro poca fede (Mc 9,18-19). E quando i discepoli gli chiedono perché non hanno potuto scacciare loro lo spirito cattivo, rispose che occorreva la preghiera (Mc 9,28-29), espressione della fede.


Domandare a Cristo

Se tutto è possibile a Dio, tutto è possibile a chi crede. Quando uno nella fede ha rotto se stesso e non consiste più in sé, ma in Dio, il Signore opera in lui. I discepoli tornarono felici che i demoni erano loro sottomessi (Lc 10,17). Tutto uno può fare se è fondato radicalmente nel Signore: questa è la condizione preliminare della preghiera.

Il vangelo di Giovanni usa questa espressione: «Domandare nel nome di Cristo» (cfr. Gv 14,13-14;15,16;16,24.26). Nome significa potenza, fare conoscere il nome di Dio è rivelare la sua potenza (Gv 17,6.26). Pregare il nome di Cristo è servirsi della sua potenza, immedesimarsi in Lui e vivere il rapporto con il Padre come Lui. L’identità di Cristo è infatti il Padre (Gv 10,30;14,9-11), immedesimarsi con Cristo è porsi davanti al Padre come Lui, cioè in Lui. Domandare in nome di Cristo è perciò imitare, o meglio partecipare della sua preghiera, lasciare che la sua domanda a Dio ci invada e determini la nostra domanda.

Il Getsemani è la documentazione più impressionante della domanda di Cristo: «Ora la mia anima è turbata. E che cosa devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono venuto, per quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,27-28). Tutta la logica della preghiera è racchiusa qui: Cristo sa che tutto è possibile al Padre, gli basterebbe domandare per avere legioni di angeli al suo fianco (cfr Mt 26,53; Gv 18,36), ma la sua coscienza di Figlio gli fa volere ciò che vuole il Padre. «Glorifica il tuo nome» vuol dire «manifesta la tua potenza». Quando noi facciamo il segno di croce e diciamo: «Nel nome del…», ci richiamiamo la consapevolezza che la potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito è la croce. Ciò cui noi facciamo appello pregando in Cristo è quella potenza lì. Il musulmano pio davanti a ogni azione importante della sua giornata pronuncia la basmala: «In nome di Dio, il clemente, il misericordioso». Anche lui ha coscienza che l’uomo non può nulla, che deve fare appello alla potenza del Misericordioso. Ma noi conosciamo il volto di questa potenza, l’amore fatto croce. Qui tocchiamo la profondità e la responsabilità della nostra fede. «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e avverrà per voi» (Gv 15,7). Ma il modello di quello che vogliamo è il Getsemani: questo è domandare in nome di Cristo. La fede ci fa domandare secondo la volontà di Dio (1Gv 3,22;5,14-15), perché questa volontà e non la nostra compie e realizza il nostro destino, che è il nostro bisogno più vero (Mt 6,8). Il Padre nostro che ci ha insegnato Gesù (Mt 6,9-13; Lc 22,2-4), l’Abba che lo Spirito ci fa gridare (Rm 8,15; Gv 4,6) vanno interpretati alla luce del Getsemani e di Gv 17, il modello della preghiera certa e esaudita. L’opera della fede è che la volontà di Dio plasma la nostra: così la preghiera diviene potente («nel nome di…»), principio di potenza e di opere. «Il Padre che rimane in me compie le sue opere… chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, ne farà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,10;12). È la trasformazione del mondo, la costruzione del Regno. «Chi crede è già passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). La vita è Cristo. La fede introduce l’uomo in una dimensione totalmente diversa da quella normale in cui vivono tutti (purtroppo anche noi). Diciamo che la fede introduce nell’unica dimensione reale, perché reale è solo ciò che Dio vuole e opera. Il resto è apparenza, succedersi di avvenimenti e di cose in cui nulla realmente è nuovo, nulla accade, nulla cambia. La vita senza fede è una falsa storia, perché non accade nulla, nessun desiderio trova realizzazione, il destino non si compie, rimane come muto.




 Abbandonarsi al Mistero

Dio forse cattivo, ingeneroso, lento nel dare come il giudice iniquo e come noi tutti? Se invece infinitamente buono e misericordioso, come mai non accade il Regno tra noi? Perché non glielo chiediamo, non gridiamo a Lui giorno e notte. Perché non domandiamo? Perché non abbiamo fede, non viviamo la fede, non c??n noi una certezza che alimenti la nostra domanda. La domanda richiede che sia saldo nel cuore il giudizio di certezza su Dio, allora uno si abbandona veramente e si appoggia fino in fondo sul Mistero, nelle cui mani affida tutto. Solo cos?no pu?tenere qualche cosa, se si fida e si abbandona totalmente, perch?asciandosi andare cos?iventa di Dio, comincia ad appartenere a Lui e a essere una cosa sua. L?immensa potenza di Dio comincia a operare solo in chi la stima veramente, solo in chi si abbandona.


C’è un altro sintomo di questo, ed è che non perdoniamo agli altri. Siamo come il debitore a cui è stato condonato il miliardo e che strangola il suo compagno perché gli deve cento lire (Mt 18,21-35). Il non aver coscienza di essere peccatori e il non sentirsi certi del perdono ci rendono inevitabilmente violenti con gli altri. Ma più che per l’impietosità verso il prossimo saremo giudicati per la causa di questa impietosità, che è il non aver creduto noi alla misericordia. È più grande il peccato davanti a Dio che davanti agli altri, l’uno è causa dell’altro. L’offesa radicale a Dio è non credergli.

C’è ancora un passo in più. La domanda vissuta con fede abilita l’uomo a compiere le opere di Dio. «Se puoi, aiutaci, muovendoti a compassione di noi. Gli rispose Gesù: “Se puoi! Tutto è possibile a chi crede”» (Mc 9,22-23). Già prima si era adirato quando aveva saputo che i discepoli non avevano potuto guarire il ragazzo per la loro poca fede (Mc 9,18-19). E quando i discepoli gli chiedono perché non hanno potuto scacciare loro lo spirito cattivo, rispose che occorreva la preghiera (Mc 9,28-29), espressione della fede.


 

lunedì 4 agosto 2014

L'attesa del compimento

 
 
 

 
 
 
 
 
 
Può avere anche l'illusione di riconoscere la Rivelazione.
Anche gli Scribi e i Farisei credevano di sapere tutto.
Gesù li accusò pubblicamente dicendo: "Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti!”, e lo dichiara per sei volte. Sono tali, spiega, perché chiudono il Regno dei cieli davanti agli uomini, non lasciando entrare quelli che stanno per farlo. Questi ipocriti attraversano mare e terra per fare un proselito, solo per renderlo soggetto all’annientamento eterno. Prestano molta attenzione al pagamento della decima, ma trascurano “le cose più importanti della Legge, cioè la giustizia e la misericordia e la fedeltà”. In effetti puliscono “l’esterno del calice e del piatto, ma all’interno sono pieni di rapina e smoderatezza” in quanto il marciume che hanno dentro si nasconde dietro un’apparenza di pietà. Inoltre sono disposti a edificare le tombe dei profeti e ad adornarle per richiamare l’attenzione sulle proprie opere caritatevoli, pur essendo “figli di quelli che assassinarono i profeti”. Matteo 23:13-15, 23-31.
 
 

 

 

 


sabato 2 agosto 2014

"Non è un paese per vecchi" (Einaudi)




"Non avevamo niente da dare


a quei ragazzi da portarsi dietro" Cormac McCarthy

Da quando, parecchi anni fa, lessi il libro che la contiene, questa frase mi è rimasta impressa. Me la ripeto spesso tanto che ha finito per diventare una delle premesse fondamentali delle mie preghiere, insieme al colloquio con i miei amici santi e a quello delle persone che mi stanno a cuore.
Questa frase che potrebbe, lei sola, anche se non fosse inserita nel contesto del libro (il primo, mi pare, di quell'autore)ha già tante cose da farci pensare, comunque le dice a me.
Immaginate di ospitare dei ragazzi nella vostra casa. Una mattina devono partire per un lungo viaggio, e voi vi accorgete di non avere niente da dar loro: né da mangiare, né denaro, nemmeno un soldo.
Loro se ne andranno dicendo che non fa niente che si arraggeranno e di non preoccuparci, ma se fossimo persone, di cuore, ci preoccuperemmo lo stesso. Chissà che porcherie mangeranno, speriamo che non facciano qualche sciocchezza per procurarsi un po' di soldi......
I miei figli, i miei nipoti (questo aggettivo lo uso spesso: miei!) tra due giorni saranno tutti in vacanza. E io - io! - che cos'ho da dare loro? Un sorriso un bacio l'avvertimento di stare attenti.... Lo so che, finite le vacanze, torneranno a casa, ma il loro compito è quello di andarsene, il loro mestiere è quello di non appartenere più a me.
Se ci penso, molto spesso la notte, capisco cosa posso dare loro nel momento della non-appartenenza, è qualcosa che io stessa devo ri-imparare continuamente. Non riesco a inserire nel cuore il senso che loro, qui sulla terra, come me, come Paolo, come tutti noi, siamo ospiti.
Conta solo quello che abbiamo negli occhi, quello che tratteniamo dentro gli occhi, che loro conoscono perché lo sguardo è più importante di tante parole.
Perchè, io lo spero, lo desidero tanto, che loro vedano, che io negli occhi trattengo il volto di Gesù.