venerdì 27 giugno 2014

Il dovere della forma umana è farsi domande





La prerogativa e il dovere della forma umana è farsi domande altrimenti diventa una vita di animali che mangiano, dormono, si difendono, si accoppiano, si ammalano e muoiono con la sola differenza che gli animali lo fanno per strada e l'uomo in lussuosi appartamenti.
Quando l'assurdo si fa norma e specchio della realtà che ti circonda, è difficile mantenersi integri. Si fa, certo, se si pensa, se si sente, ma si avverte una profondissima e immensa solitudine.
La vera libertà qui, nel mondo materiale non esiste, perché questo contesto non ci appartiene, ci è estraneo perché noi siamo eterni e qui tutto è perituro, anche il ricordo, anche i pensieri, anche la mente (corpo, mente, intelligenza sono vestiti che indossiamo solo per un po’, poi si cambiano).
Il nostro libero arbitrio in definitiva si riduce a due semplici scelte: o segui le leggi Divine o non segui le leggi Divine.
Il resto sono due rotaie che ti sei costruito, due rotaie che dove viaggi pensando di guidare.
Si dovrebbe capire che innanzi tutto si esce dal regno del polveroso dell'assurdo se ciascuno di noi riprende su di sé il mestiere di vivere, il mestiere duro di essere un uomo, quella ricerca del vero senza la quale l'uomo è condannato a una parvenza di incidenza, a una vita spezzata, una vita che non ha senso.


mercoledì 25 giugno 2014

P.P.Pasolini: quella domanda profonda a cui non so rispondere ( Fabrizio Sinisi)









03/06/2014 - Roma:una mostra ripercorre la vita dello scrittore dal suo arrivo nella Capitale. Romanzi, cinema e poesia: tutta la sua opera è piena di un dramma vissuto nel proprio corpo. Una domanda profonda «a cui non so rispondere»
La mostra Pasolini-Roma (nella Capitale, al Palazzo delle Esposizioni, fino al 20 luglio) sembrava qualcosa di monumentale e trionfalistico e invece si attacca - luminosamente - ai dettagli. Il primo, un brevissimo video: Pasolini, inizio anni Sessanta, intervistato davanti alla prima, poverissima casa di Rebibbia dove per tre anni, appena arrivato a Roma con «una valigia e un po’ di gioie / che risultarono false», abitò con sua madre. Indica al giornalista il palazzo, la strada e dice, col tono di un invito: «Guardi, la realtà parla». E spiega la propria vita e quella dell’estrema periferia romana, senza mai riuscire a separare la storia della propria persona da quella della “sua” gente, con una passione tanto umana che anni dopo, nel ’74, dopo aver letto un suo articolo (Il vuoto del potere in Italia) don Giussani avrebbe detto che Pasolini bisognava leggerlo, perché era «l’unico intellettuale cattolico, l’unico».
Il secondo, una poesia - in realtà poco più che un appunto in versi, annotato su un foglietto - del 1950: «Adulto? Mai - mai, come l’esistenza / che non matura - resta sempre acerba, / di splendido giorno in splendido giorno - / io non posso che restare fedele / alla stupenda monotonia del mistero». Tanto le ragioni della grandezza quanto quelle della disperazione di Pasolini sembrano star già in questi versi: una fedeltà al mistero della realtà sembra inconciliabile con una posizione adulta, matura. 
Qual è - sembra chiedersi - il prezzo della libertà, di un serrato impegno col reale, di una vita all’altezza del proprio amore? Per Pasolini questo prezzo è stato, senza dubbio, la solitudine: «Mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più». 
Una solitudine d’impotenza e d’incomprensibilità, che Pasolini ha ribadito tante volte, apparentemente a vuoto - una solitudine che neanche il sogno marxista ha saputo riempire. Scrive alla madre nella famosa Supplica: «Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data. // E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame / d’amore…», e ancora, nella Ricerca di una casa: «Ogni giorno l’ansia è più alta, / ogni giorno il dolore più mortale…»: tutto parla di un’altezza del desiderio sentita da lui come un’inesorabile maledizione, un cattivo destino.
Il percorso della mostra sembra snodarsi lungo l’asse di una promessa mancata: Pasolini sembra puntare così in alto che l’interlocutore, se c’è, fallisce sempre. Colpisce, di sala in sala, notare che nelle moltissime fotografie Pasolini è sempre in compagnia: la madre, gli amici, i sodali non gli sono mai mancati. La solitudine che lui denuncia è evidentemente qualcosa di più profondo.
Pasolini è oggi noto principalmente per le posizioni espresse negli ultimi anni della sua vita: quegli editoriali sul Corriere della Sera(Scritti corsari e Lettere luterane) dove ha denunciato la mutazione antropologica della società italiana, la pericolosità della televisione («una nuova arma inventata per la diffusione dell’insincerità, della menzogna»), l’omologazione culturale che stava colpendo il popolo, «togliendo realtà ai vari modi di essere uomini». Non sono, quelle di Pasolini, intuizioni di per sé rivoluzionarie: non è né il primo né il più scrupoloso fra chi - allora come oggi - ha diagnosticato un cambiamento, una sorta di precipizio, di deficienza sopravvenuta nel sentire degli uomini. Le posizioni di Pasolini trovano la loro potenza non nella loro novità, ma altrove: nell’autorevolezza di chi ha vissuto e sofferto questo dramma in prima persona, «nel mio corpo». Scrive in Teorema: «Io sono pieno di una domanda a cui non so rispondere».
La grandezza del suo sforzo sta forse, paradossalmente, proprio nella sua incompiutezza, nella nostalgia con cui l’intelligenza si scopre impotente e ferita: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto / in ogni mio intuire. Ed è volgare, / questo non essere completo, / mai fu così volgare come in questa ansia, / questo “non avere Cristo” - una faccia / che sia strumento di un lavoro non tutto /perduto nel puro intuire in solitudine» (Poesia in forma di rosa). 
La grandezza e il genio di Pasolini, così come la sua profezia, scaturiscono in prima istanza da questo mettersi in gioco personalmente, senza il quale l’amare e il capire sono soltanto i diversi momenti di una teoria magari giusta, e tuttavia mai veramente umana: «Per me quel vuoto nel cosmo ci sarà sempre» (Trasumanar e organizzar). Non solo la coscienza della necessità di una partenza dalla persona e nella persona, non solo la convinzione che esista nell’uomo qualcosa di divino, ma anche la speranza che questo qualcosa possa «diventare storia», è forse quanto di più prezioso, a quasi quarant’anni dalla morte, Pasolini abbia saputo lasciarci.

lunedì 23 giugno 2014

Quell'amico speciale fuori dalla Chiesa

 
 
 
 

 





Bruno, è un amico molto speciale.

E' un fedele parrocchiano che io, grazie alla sua costante presenza, l'ho inserito ad onorem nella nostra comunità.

Lo si poteva trovare ogni giorno a messa, o in adorazione eucaristica o in ginocchio nell'ultima panca in chiesa. Poi si trasferiva all'uscita ad aspettare quei pochi soldini che i fedeli gli donavano. Sorpresa: lui in cambio dei soldini ci regalava, un portachiave, un'immaginetta sacra o una caramella. Non era bello non accettare, si sarebbe sentito non accolto.

Poco tempo fa mi sono trovata seduta vicino a lui, sulla stessa panca ad ascoltare i canti gregoriani della nostra scuola cantorum. Quando è arrivata la parte che diceva: "Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi" io mi sono commossa profondamente, per l'intensità della domanda e la bellezza del coro. Al mio fianco, Bruno, piangeva con la stessa commozione.

Bruno è una di quelle persone che noi chiameremmo "indigente".

Ho incominciato a guardarlo come un vero amico, stupita del suo "essere", del mistero infinito di questa persona, così diversa e nello stesso tempo uguale a me.

Io da tempo avevo iniziato a chiedergli della sua salute e, come aveva suggerito Papa Francesco, gli accarezzavo la mano e lui mi sorrideva.

Un giorno ho preso tutto il coraggio che avevo e gli ho chiesto:"Perchè vieni proprio qui in questa nostra chiesa?" Mi ha risposto in un italiano un po' stentato: "Vengo a dire a Gesù: "Tu in me, e io in Te", e a mia madre Maria: "Io sono Tuo figlio e Tu mia madre"

Ultimamente era in condizioni non belle, depresso e, mi è sembrato che quasi avesse la voglia di morire.

Una delle ultime volte mi aveva detto: "Qui con voi conosco il cielo"!

I nostri giovani hanno fatto a gara ad andare ad accudirlo, a portargli il pranzo e la cena.

Da tempo non lo vedo più. Mi hanno detto che le sue gambe non lo reggono più in piedi.

Ciao Bruno, spero di vederti ancora, almeno una volta, perchè nella tua dignità di persona semplice mi hai parlato d'Amore.




L'unica grande fortuna dell'uomo semplice, normalissimo, che non significa mediocre, è quella di avere "le mani vuote", nel consegnarsi a Dio così come si è, nell'offrire se stessi, la propria piccolezza; per me è proprio questo che Dio vuole da noi. Arrivare da Lui dobbiamo avere fiducia e cercare di essere ancora più poveri di quello che siamo per abbandonarci alla Sua volontà, che poi non è altro che Amore.

venerdì 20 giugno 2014

Un amore mai finito di scrivere









Ho un sogno ambizioso: quello di scrivere un libro mai scritto da nessuno.
Necessario, per me che sogno, come la luce e il pane. Un libro da mangiare, da divorare…
Impagabile è la gioia di un libro la cui lettura dirada le tenebre della notte e fa luce ai nostri pensieri.
Gioia di riscoprire i segreti della Creazione, alla scoperta di cosa è racchiuso nel cuore di un uomo, nel cuore del mio amico, di un bimbo. Oppure sentire il desiderio di arrivare sugli abissi di Dio, fino a farti sentire i brividi e le vertigini…
Sarebbe una dolcissima fatica, se avessi l’illusione di dire cose mai dette prima.
Presunzione , vanità, vizio che si fa virtù. Ma è anche vero che tutto è come se non fosse stato detto fino al momento in cui diventa espressione di me, diventa la mia verità. Io stesso non sono che una parola mai finita di dire.
Ognuno viene al mondo con un suo messaggio da comunicare.
Per questo c’è continuità nella storia, l’unità di un pensiero che fosse di tutti. Come se fosse un’unica e infinita verità mai finita di esprimere. Desiderio di scoprire e far conoscere all’infinito, il Mistero.
Oggi è un nuovo giorno: la luce di oggi non è la luce di ieri; le stagioni sono sempre nuove. Ieri parlavo con Dio e le parole, i discorsi che Gli rivolgevo, non sono gli stessi di oggi.. E anche Lui a ciascuno parla e dice il suo segreto. La sola parola che abbiamo bisogno di sentire: Amore.
Poesia e fede sono il dono di Dio ad ogni uomo. Dono che poi ognuno di noi deve elargire ai fratelli.
Io a cercare di tradurre in vita quanto il mio cuore mi suggerisce. E sperare che queste idee possano toccare il cuore di qualcuno di voi, riuscendo così, in questi silenziosi colloqui, a diventare più amici.
Così cercheremo di capire insieme come amare e riconoscere e poi rivelare: Dio. Sentire come il nome stesso di Dio va in frantumi quando non ci amiamo, mentre si ricompone quando ci amiamo. Salviamo dunque Dio.
Scrivere per noi il libro dell’Amante e dell’Amato che si parlano e si guardano giorno e notte…. E’ poi dire della Sua pietà, della Sua misericordiosa dolcezza. E della gioia di sentirci compresi, tenuti per mano, la gioia di sentirci perdonati. E il prodigio di riuscire anche noi a perdonare, a comprendere, a compatire.


Per chiarire sia a Gus che agli amici. Io posseggo un libro intitolato "Slogan d'Amore" Edito dalla Piemme. Nella prima pagina c'è uno scritto di Padre Maria Turoldo. Mi è piaciuto. Ho ritenuto valide alcune frasi, altre le ho modificate come mi diceva il mio cuore. Sì non è tutta farina del mio mulino. Forse avrei fatto meglio dirlo subito. Gus mi dispiace. Scusami. Hai visto come si cade in fretta! Tengo però a precisare che io posto ciò che risponde esattamente al mio pensiero.
E adesso ti, vi, prego rispondete!


mercoledì 18 giugno 2014

Marissa e le critiche:br /«non difendo le donne?br /Io faccio la manager»

Marissa e le critiche:br /«non difendo le donne?br /Io faccio la manager»






Marta Serafini
Dal 2006 scrivo per il Corriere della Sera e per Sette. Ora sono a Corriere.it. In mezzo, la passione per tutto ciò che è in movimento (reale o virtuale che sia) e un anno nella redazione de Le Invasioni Barbariche. Con Add editore ho pubblicato Il primo cittadino. Su Twitter @martaserafini


Che Marissa non sia una donna tenera era già chiaro a tutti quando licenziò il suo braccio destro e amico, Henrique De Castro, portato da Google a Yahoo! per incrementare gli introiti pubblicitari. Ma ora la numero uno di Sunnyvale mostra al mondo i suoi due volti. E cioè quello di un amministratore delegato che deve fare cassa e quello di una donna che va dritta per la sua strada anche a costo di apparire «bossy».
Marissa Mayer, 39 anni, da due alla guida di Yahoo! è sbarcata ieri a Cannes. Occasione per una passeggiata sulla Croisette, sono stati i Cannes Lions, manifestazione che richiama creativi e pubblicitari da tutto il mondo. Bionda, occhi azzurri, abito blu, con giacca e borsa in tinta — il coordinato è una sua abitudine — pur essendo uno dei simboli del successo al femminile, non si preoccupa più di tanto del giudizio delle femministe. Per la sua prima intervista italiana, se ne sta seduta con la schiena dritta a capo di un lungo tavolo della sala conferenze del Majestic Barriere. Ogni dettaglio è curato, perfino la custodia dello smartphone ha lo stesso colore del vestito. Con fare da manager, taglia corto: «La vita delle donne nel tech, rispetto vent’anni fa, è migliorata, io stessa sono il secondo Ceo di Yahoo! donna». Non importa, dunque, se i dati parlano di una Silicon Valley che tiene fuori dalla porta le minoranze. Lei in questo momento ha altro cui pensare. Su tutto, pesa lo sbarco di Alibaba a Wall Street atteso per i prossimi giorni. Se infatti Sunnyvale è il secondo azionista di questo colosso cinese dell’e-commerce con il 23 per cento delle quote, l’accordo ipotizzato è che la Mayer ne venda il 40 per cento, entrando così in possesso di una cifra stimata in 10 miliardi di dollari. Un capitale, dunque, con il quale potrebbe davvero ridare il punto esclamativo a Yahoo!

domenica 15 giugno 2014

Non facciamo del male ai bambini






"Bambini all'inferno", il libro di Cecilia Gentile, ripercorre la tragica realtà del conflitto tra israeliani e palestinesi attraverso undici testimonianze di piccoli che abitano quella striscia di mondo lacerata dalla guerra, stretta tra il blocco israeliano e
Movimento Islamico di Resistenza. La realtà cruda e brutale schiaccia ogni sogno, costringendoli a crescere in fretta.
A Gaza, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 l'Operazione Piombo Fuso ha causato la morte di 1419 persone, 318 dei quali erano bambini. E chi vive lì, racconta l'autrice, non può sperare nella costruzione di scuole, "perché Israele vieta ai privati l'importazione di materiali da costruzione, permettendola solo alle organizzazioni internazionali, ma sulla base di progetti presentati e approvati dal governo di Israele". È in questo struggente scenario che Cecilia Gentile ha conosciuto Vittorio Arrigoni, l'attivista per i diritti umani assassinato nel 2011.


martedì 10 giugno 2014

La magia della pittura



Ma un collo lungo e il viso storto di un Modigliani cosa vogliono dire.
Eppure mi affascina, al contrario di Vermeer che sarà pure un grande, ma è anche un po' imbroglione. In pratica lui aveva escogitato un modo per fare una qualcosa molto somigliante a un negativo di una fotografia della modella e dipingeva basandosi sul supporto tecnologico.
Vermeer ha adottato per i suoi dipinti l’uso della camera oscura, strumento che gli permetteva di ritrarre con precisione anche soggetti piccolissimi, in secondo piano e lontani dal pittore. Vermeer sapeva bene che il pregio maggiore di una camera oscura consistesse nel fatto che tutti gli oggetti fossero messi “a fuoco” a prescindere dalla loro distanza dal foro stenopeico. Il nostro pittore, quindi, non aveva la necessità di disegni preparatori in quanto la camera oscura gli permetteva di disegnare come su una carta copiativa le immagini, dando loro vita e colore. Sembra quasi che il suo studio fosse quello di un fotografo, ove luce, soggetti e camera fossero a disposizione del fotografo/pittore Vermeer e all’interno del quale i personaggi si muovessero come su un set.






sabato 7 giugno 2014

Conoscere il significato della Chiesa

 
 
 
 
 
 

La Chiesa è il prolungamento di Cristo nella storia, nel tempo e nello spazio. Ed essendo tale prolungamento, è in essa la modalità con cui Cristo continua ad essere particolarmente presente nella storia, e dunque essa è metodo con cui lo Spirito di Cristo mobilita il mondo verso la verità, la giustizia, la felicità.
La parola Chiesa indica un fenomeno storico il cui unico significato consiste nell'essere per l'uomo la possibilità di raggiungere la certezza su Cristo, nell'essere insomma la risposta a questa domanda: «Io, che vengo il giorno dopo quello in cui Cristo se ne è andato, come faccio a sapere se veramente si tratta di Qualcosa che sommamente mi interessa, e come faccio a saperlo con ragionevole sicurezza?... Questo problema è il cuore di ciò che si chiama storicamente Chiesa».
Di che cosa è fatta la Chiesa di Dio? Di uomini convocati.

 

 


mercoledì 4 giugno 2014

Il "misterio eterno dell'esser nostro"




Mi capita, specialmente negli ultimi tempi, di pensare a come si era sentita Maria , dopo che l'Angelo se n'era partito da Lei.
Giussani diceva: "Tutta la personalità della Madonna scaturisce dall'istante in cui le è stato detto: "Ave Maria", quando cioè ha percepito quel segno, quel richiamo. Dall'istante dell'annuncio ha assunto il Suo posto nell'universo e di fronte all'eternità. Si è stabilita una sorgente totalmente nuova di moralità nella Sua vita. E' scaturito un sentimento di sè profondo, misterioso: una venerazione di sè, un senso di grandezza pari soltanto al senso del Suo niente a cui non ha mai pensato così".
E se la stessa domanda l'avessi fatta ad Andrea dopo l'incontro con Gesù?
Silenzio. Meditazione. Avrebbe fatto la strada del ritorno a casa con Giovanni, in silenzio. Cosa potevano dirsi in quel momento dopo che avevano guardato Gesù negli occhi e l'avevano sentito parlare con un  sentimento profondo e misterioso, come quello di Maria? 
Camminavano in fretta e in silenzio, perchè un Altro parlava, un Altro parlava e riecheggiava nel loro cuore.
E anche il nostro cuore dopo l'incontro vero con Cristo con Maria sta in silenzio e nel pensiero riecheggia una domanda " Che cosa è l'uomo perchè te le ricordi, il figlio dell'uomo perchè te ne curi?" Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C'è stato un solo Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendomi un'altra domanda "Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio di se stesso?"
Non ho risposte e non ho più fiato dopo queste domande.  Vorrei  sentire la voce dell'Ebreo Gesù di Nazareth. La Sua voce che parla d'amore e di pace. 
 No, non sono all'altezza. Aspetterò il giorno che mi chiamerà.Nel frattempo mi accontento di amarLo.

martedì 3 giugno 2014

Il desiderio di essere liberati dalla corruzione








 L'attesa del compimento. Hugo scrive: "Morire non è finire, è il mattino supremo" Bellissimo.
Claudel parla della gioia dell'ultima ora. Vorrei che fosse così anche per me...volare libera e felice nel per sempre.