domenica 10 agosto 2014

Dio e il reale








Se Gesù avesse voluto imporsi e imporre Dio al mondo, avrebbe potuto risorgere clamorosamente, andare a trovare Pilato e Caifa, riprendere a circolare nei portici del tempio, farsi vedere da chi lo aveva deriso appeso alla croce. Ma Dio vuole essere creduto, si mette alla mercé della nostra libertà, perché la libertà è il valore più alto, quello per cui siamo sua immagine.

La traduzione esistenziale più immediata della fede secondo Gesù è la preghiera come domanda. «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Gesù vuole togliere di mezzo ogni incertezza nella preghiera: il giudice iniquo non voleva far giustizia alla vedova, ma si arrese all’implorazione incessante: «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a Lui giorno e notte? Vi dico che farà giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo venendo troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,7-9). Alla radice della non-preghiera sta la non-fede. Se avessimo fede, la vita trascorrerebbe nella domanda, sarebbe una domanda continua del Regno.


Abbandonarsi al Mistero

Dio forse cattivo, ingeneroso, lento nel dare come il giudice iniquo e come noi tutti? Se invece infinitamente buono e misericordioso, come mai non accade il Regno tra noi? Perché non glielo chiediamo, non gridiamo a Lui giorno e notte. Perché non domandiamo? Perché non abbiamo fede, non viviamo la fede, non con noi una certezza che alimenti la nostra domanda. La domanda richiede che sia saldo nel cuore il giudizio di certezza su Dio, allora uno si abbandona veramente e si appoggia fino in fondo sul Mistero, nelle cui mani affida tutto. Solo così  può ottenere qualche cosa, se si fida e si abbandona totalmente, perché lasciandosi andare così diventa di Dio, comincia ad appartenere a Lui e a essere una cosa sua. L'immensa potenza di Dio comincia a operare solo in chi la stima veramente, solo in chi si abbandona. Il nostro problema, la nostra difficoltà è staccarsi dal nostro potere, che sappiamo fragile e incerto, ma che abbiamo una paura folle di abbandonare. Il punto ? Rinunciare alla falsa sicurezza e all'illusione che ci viene dal nostro progetto: siamo così assurdi che per sentirci rassicurati ci basta anche solo aver formulato un progetto, neanche averlo realizzato; perché quando realizzato ne percepiamo subito l'inconsistenza. Solo rinunciando all'illusione di potere che per operare in un nostro progetto, possiamo sperimentare la potenza, incrollabile e assoluta, del Mistero. Come potenza irresistibile, tutti noi l'abbiamo in qualche modo sperimentato. Solo ha i suoi tempi, e ci costringe a essere pazienti, che è un modo privilegiato di dipendere. Aver fede vivere sospesi al Mistero nella pazienza.


La letizia del pentimento

Tra le cose che domandiamo poco, o domandiamo senza fede, c’è il perdono. «Figlio, ti sono rimessi i peccati» (Mc 2,5), sono le prime parole di Gesù al paralitico, che scandalizzano gli scribi presenti, i quali essendo licenziati in teologia sapevano che solo Dio può rimettere i peccati. Il Signore dona questo perdono, l’uomo ha difficoltà a crederlo davvero. L’ignota peccatrice aveva tanta fede, era così certa di essere perdonata che si era gettata ai suoi piedi per rendergli grazie, con l’unguento e con le lacrime. Dobbiamo paragonarci con questa certezza, noi che andiamo dal confessore, ma non crediamo all’assoluzione. Tanto è vero che ne usciamo ancora con il peso psicologico del nostro peccato, non sbarazzati da quello che abbiamo fatto e non fatto. «C’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si pente che per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento» (Lc 15,7): ma noi non crediamo a questa letizia, e non usciamo dalla confessione lieti. Facciamo un gesto benintenzionato, ma formale, e la certezza del perdono non passa in noi. Notiamo anche che le lacrime di gioia continuano a essere lacrime di pentimento e domanda di perdono. La certezza non spegne la domanda, il modo in cui la certezza consuma il cuore è l’inesausta domanda che si compia ciò che Dio vuole.

C’è un altro sintomo di questo, ed è che non perdoniamo agli altri. Siamo come il debitore a cui è stato condonato il miliardo e che strangola il suo compagno perché gli deve cento lire (Mt 18,21-35). Il non aver coscienza di essere peccatori e il non sentirsi certi del perdono ci rendono inevitabilmente violenti con gli altri. Ma più che per l’impietosità verso il prossimo saremo giudicati per la causa di questa impietosità, che è il non aver creduto noi alla misericordia. È più grande il peccato davanti a Dio che davanti agli altri, l’uno è causa dell’altro. L’offesa radicale a Dio è non credergli.

C’è ancora un passo in più. La domanda vissuta con fede abilita l’uomo a compiere le opere di Dio. «Se puoi, aiutaci, muovendoti a compassione di noi". Gli rispose Gesù: “Se puoi! Tutto è possibile a chi crede”» (Mc 9,22-23). Già prima si era arrabbiato quando aveva saputo che i discepoli non avevano potuto guarire il ragazzo per la loro poca fede (Mc 9,18-19). E quando i discepoli gli chiedono perché non hanno potuto scacciare loro lo spirito cattivo, rispose che occorreva la preghiera (Mc 9,28-29), espressione della fede.


Domandare a Cristo

Se tutto è possibile a Dio, tutto è possibile a chi crede. Quando uno nella fede ha rotto se stesso e non consiste più in sé, ma in Dio, il Signore opera in lui. I discepoli tornarono felici che i demoni erano loro sottomessi (Lc 10,17). Tutto uno può fare se è fondato radicalmente nel Signore: questa è la condizione preliminare della preghiera.

Il vangelo di Giovanni usa questa espressione: «Domandare nel nome di Cristo» (cfr. Gv 14,13-14;15,16;16,24.26). Nome significa potenza, fare conoscere il nome di Dio è rivelare la sua potenza (Gv 17,6.26). Pregare il nome di Cristo è servirsi della sua potenza, immedesimarsi in Lui e vivere il rapporto con il Padre come Lui. L’identità di Cristo è infatti il Padre (Gv 10,30;14,9-11), immedesimarsi con Cristo è porsi davanti al Padre come Lui, cioè in Lui. Domandare in nome di Cristo è perciò imitare, o meglio partecipare della sua preghiera, lasciare che la sua domanda a Dio ci invada e determini la nostra domanda.

Il Getsemani è la documentazione più impressionante della domanda di Cristo: «Ora la mia anima è turbata. E che cosa devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono venuto, per quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,27-28). Tutta la logica della preghiera è racchiusa qui: Cristo sa che tutto è possibile al Padre, gli basterebbe domandare per avere legioni di angeli al suo fianco (cfr Mt 26,53; Gv 18,36), ma la sua coscienza di Figlio gli fa volere ciò che vuole il Padre. «Glorifica il tuo nome» vuol dire «manifesta la tua potenza». Quando noi facciamo il segno di croce e diciamo: «Nel nome del…», ci richiamiamo la consapevolezza che la potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito è la croce. Ciò cui noi facciamo appello pregando in Cristo è quella potenza lì. Il musulmano pio davanti a ogni azione importante della sua giornata pronuncia la basmala: «In nome di Dio, il clemente, il misericordioso». Anche lui ha coscienza che l’uomo non può nulla, che deve fare appello alla potenza del Misericordioso. Ma noi conosciamo il volto di questa potenza, l’amore fatto croce. Qui tocchiamo la profondità e la responsabilità della nostra fede. «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e avverrà per voi» (Gv 15,7). Ma il modello di quello che vogliamo è il Getsemani: questo è domandare in nome di Cristo. La fede ci fa domandare secondo la volontà di Dio (1Gv 3,22;5,14-15), perché questa volontà e non la nostra compie e realizza il nostro destino, che è il nostro bisogno più vero (Mt 6,8). Il Padre nostro che ci ha insegnato Gesù (Mt 6,9-13; Lc 22,2-4), l’Abba che lo Spirito ci fa gridare (Rm 8,15; Gv 4,6) vanno interpretati alla luce del Getsemani e di Gv 17, il modello della preghiera certa e esaudita. L’opera della fede è che la volontà di Dio plasma la nostra: così la preghiera diviene potente («nel nome di…»), principio di potenza e di opere. «Il Padre che rimane in me compie le sue opere… chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, ne farà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,10;12). È la trasformazione del mondo, la costruzione del Regno. «Chi crede è già passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). La vita è Cristo. La fede introduce l’uomo in una dimensione totalmente diversa da quella normale in cui vivono tutti (purtroppo anche noi). Diciamo che la fede introduce nell’unica dimensione reale, perché reale è solo ciò che Dio vuole e opera. Il resto è apparenza, succedersi di avvenimenti e di cose in cui nulla realmente è nuovo, nulla accade, nulla cambia. La vita senza fede è una falsa storia, perché non accade nulla, nessun desiderio trova realizzazione, il destino non si compie, rimane come muto.




 Abbandonarsi al Mistero

Dio forse cattivo, ingeneroso, lento nel dare come il giudice iniquo e come noi tutti? Se invece infinitamente buono e misericordioso, come mai non accade il Regno tra noi? Perché non glielo chiediamo, non gridiamo a Lui giorno e notte. Perché non domandiamo? Perché non abbiamo fede, non viviamo la fede, non c??n noi una certezza che alimenti la nostra domanda. La domanda richiede che sia saldo nel cuore il giudizio di certezza su Dio, allora uno si abbandona veramente e si appoggia fino in fondo sul Mistero, nelle cui mani affida tutto. Solo cos?no pu?tenere qualche cosa, se si fida e si abbandona totalmente, perch?asciandosi andare cos?iventa di Dio, comincia ad appartenere a Lui e a essere una cosa sua. L?immensa potenza di Dio comincia a operare solo in chi la stima veramente, solo in chi si abbandona.


C’è un altro sintomo di questo, ed è che non perdoniamo agli altri. Siamo come il debitore a cui è stato condonato il miliardo e che strangola il suo compagno perché gli deve cento lire (Mt 18,21-35). Il non aver coscienza di essere peccatori e il non sentirsi certi del perdono ci rendono inevitabilmente violenti con gli altri. Ma più che per l’impietosità verso il prossimo saremo giudicati per la causa di questa impietosità, che è il non aver creduto noi alla misericordia. È più grande il peccato davanti a Dio che davanti agli altri, l’uno è causa dell’altro. L’offesa radicale a Dio è non credergli.

C’è ancora un passo in più. La domanda vissuta con fede abilita l’uomo a compiere le opere di Dio. «Se puoi, aiutaci, muovendoti a compassione di noi. Gli rispose Gesù: “Se puoi! Tutto è possibile a chi crede”» (Mc 9,22-23). Già prima si era adirato quando aveva saputo che i discepoli non avevano potuto guarire il ragazzo per la loro poca fede (Mc 9,18-19). E quando i discepoli gli chiedono perché non hanno potuto scacciare loro lo spirito cattivo, rispose che occorreva la preghiera (Mc 9,28-29), espressione della fede.


 

14 commenti:

  1. Ho letto la tua richiesta. Mi piace accontentarti, ma ora tocca< a te lavorare! Mettere l'immagine e aggiustare alcuni errori nel testo. Ho fatto il copia/incolla. Non sto affatto bene e se mi fermo troppo sul pc la testa fa i capricci. Un abbraccio forte forte!

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    1. Grazie.
      Il post è bellissimo.
      Domani elemino le imperfezioni.
      Un abbraccio.

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    2. Intanto auguri Lucia.. magari la vita con la fede, si rivelerà solo un'altra storia, ma affascinante l'averla vissuta.

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  2. Il post a mio parere è veramente molto interessante, però è troppo lungo. Guardando i sotto capitoli si potrebbe farne almeno tre di post!!!Io sono proprio piatta e anche le mie idee...lascio fare a te!!! Un abbraccio per tutta la giornata!

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  3. Partire, ma verso dove?
    Venuta la sera disse ai suoi discepoli: "Passiamo all'altra riva".
    L'altra riva è ciò per cui quei discepoli erano fatti: essi appartenevano a qualcosa d'altro, non al miracolo dei pani moltiplicati, appartenevano a qualcosa di più profondo, da cui erano sorti anche i pani.
    L'altra riva è ciò per cui siamo fatti, è la Presenza cui apparteniamo.
    Verso dove andare dunque? Verso qualcosa cui apparteniamo.
    Non apparteniamo a quel che siamo, tant'è vero che da quel che siamo scaturisce il terrore della morte e l'umiliazione per il male.
    Il nostro sguardo cerca un Volto nella notte. Il nostro sguardo cerca un Volto in quell'ombra che preme sulla faccia di tutto e di tutti, cerca il destino e la consistenza delle cose, l'altra riva.

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  4. Dal Vangelo secondo Marco 4,35-41
    In quel giorno, verso sera, Gesù disse ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
    Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena.
    Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.
    E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.

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  5. Maestrale

    S'è rifatta la calma
    nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
    Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
    a pena svetta.

    Una carezza disfiora
    la linea del mare e la scompiglia
    un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
    il cammino ripiglia.

    Lameggia nella chiaria
    la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
    e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
    vita turbata.

    O mio tronco che additi,
    in questa ebrietudine tarda,
    ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
    sulle tue mani, guarda:

    sotto l'azzurro fitto
    del cielo qualche uccello di mare se ne va;
    né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
    "più in là"!

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  6. I vari segni di Dio nella stori dell'umanità. Spesso vorremmo riconoscerli in luoghi o in avvenimenti particolari. Elia sul monte pensa che Dio era nel vento impetuoso, oppure nel terremoto, ora nel fuoco. Ma il Signore in realtà non era lì. La sua presenza è data dal sussurro di una brezza leggera, quasi impercettibile, perché solo chi attende e non pretende un segno eclatante è in grado di scorgere il Signore e di entrare in relazione con Lui.

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    1. In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l'Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore».
      Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna.

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  7. Muy interesante, tal vez un poco extenso para blog, pero no por ello deja de ser muy bueno.
    Un abrazo.
    HD

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  8. Lucia hai scritto cose meravigliose, sulla fede, sul peccato, sul perdono sulla preghiera a Lui in un abbandono sincero.
    Grazie ho letto tutto e cercherò di meditare con coscienza.
    Abbraccissimi.

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  9. Caro Gus, la poesia che hai postato mi ha ricordato quando studiavo Montale.
    Mi è sempre piaciuta la sua concretezza.
    Bello anche il riportare le letture della scorsa Domenica.
    Il nostro sacerdote ha dato molta importanza al fatto che Gesù dopo le sue parole alla folla, non rimane lì a ricevere applausi e complimenti, ma saluta e se ne va sull'altra riva, solo a pregare.
    Ciao e buona serata.

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    1. "Maestrale" e "Andiamo all'altra riva" sono in sintonia. Montale parla di scoprire un nuovo mondo e Cristo di camminare nel percorso di fede.
      Ciao Pia.

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