sabato 26 aprile 2014

La ragione conduce l'uomo verso la libertà

 
 
 
 
 
 
 
I primi anni che mi sono dedicato alla teologia mi domandavo spesso: “Ma a cosa serve. Non è meglio approfondire i Vangeli?”.
Poi si incomincia a capire il nesso fra le cose e tutto cambia.
Quando mia madre mi trascinava per le parrocchie ad ascoltare la musica polifonica, io andavo malvolentieri perché la musica polifonica mi sembrava un grande guazzabuglio di parole, di note.
Un giorno ho sentito iniziare il Caligaverunt di Da Victoria e appena ha attaccato la seconda voce non ho più percepito la confusione, ho capito cos’era la musica polifonica. E quanto più entravano anche le altre voci, la terza e la quarta voce, tanto più diventava bello. Non era il pasticcio di prima.
La ragione, in senso pieno, può essere descritta come un guardare in opposizione al vedere, secondo la distinzione usata da sant'Agostino. Il guardare è tutto quanto determinato da un'attrattiva, da un'emozione, da uno stupore che fa muovere verso l'oggetto incontrato col desiderio di conoscerlo, disposti a tutto pur di conoscerlo.
Il vedere, al contrario, indica, nell'ambito di questa opposizione, un rapporto alla realtà pre-giudicato, che genera schematizzazioni, irrigidimenti, riduzioni arbitrarie.
Solo chi guarda coglie veramente il reale, cioè vede compiutamente e comprende.
Lo sguardo della ragione riconosce il vero, cioè la corrispondenza tra quello che è proposto e il proprio cuore, tra quello che si incontra e si segue e la natura originale della propria persona.
La ragione conduce l'uomo verso la libertà. La libertà è innanzitutto capacità di una percezione che nasca dal di dentro, determinata da qualcosa che suscita l'interesse dell'io: quel complesso di esigenze e di evidenze che costituiscono il volto originale dell'io, la struttura dell'umana natura. Tale percezione istituisce un paragone tra ciò in cui l'io s’imbatte e ciò che lo costituisce originariamente. E' questo paragone che dà all'uomo la possibilità di cercare la soddisfazione. La percezione che coinvolge l'io è l'inizio della liberazione, perché è l'inizio della ricerca di un modo di rapporto con la realtà che soddisfi, cioè corrisponda, risponda a ciò che pre-occupa l'io, a ciò che teologicamente si chiama cuore.
 
 


5 commenti:

  1. Dobbiamo sempre ricordare che l'amore non è fatto per possedere, ma per rendere liberi.

    Spesso nella mia Parrocchia, durante qualche Messa importante, la stessa viene accompagnata da canti Gregoriani. Trovo che disturbano la mia concentrazione. Non che i canti Gregoriani non mi piacciano, ma è il contesto che non mi va. Canti Gregoriani in una serata dedicata esclusivamente ai canti Gregoriani....Ciao!

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    1. Il canto corale è un'espressione artistica presente pressoché ovunque, dalle origini della storia e con continuità. Presso alcuni popoli, come i Pigmei, rappresenta ancora oggi la massima manifestazione culturale.[1]

      Nella Grecia antica il coro assunse particolare importanza nelle rappresentazioni dell'età di Pericle[2], evolutesi da manifestazioni religiose e cerimoniali effettuate da un coro di ballerini mascherati. Appartenevano a questo genere i peana, di cui narra l'Iliade (850ca. a.C.), che erano invocazioni ad Apollo, dio taumaturgo. Il partheneia, introdotto nel 650ca. a.C., era un coro muliebre composto da vergini spartane. Il ditirambo, elevato al livello di musica d'arte corale nel 600ca. a.C., era una narrazione in forma coreografica delle avventure di Dioniso. I cori dei ditirambi originarono le commedie e le tragedie dei secoli V e IV a.C.
      I primi esempi di musica corale scritta e decifrata provengono proprio dall'antichità classica: il frammento dell'Oreste di Euripide (rappresentata nel 408 a.C.), quelli degli inni delfici (risalenti al II secolo a.C.) e l'Epitaffio di Sicilo, all'incirca dello stesso periodo.

      L'Antico Testamento descrive l'organizzazione del canto corale nell'antica Israele; sono numerose le pagine che narrano dei canti nelle sinagoghe, o di quelli legati ad altre occasioni sociali[3].

      Dalla tradizione ebraica, la musica, che si identificava primariamente con il canto, essendo l'unica forma musicale con il testo e perciò ideale veicolo di comunicazione, passò nella nuova dottrina cristiana adottata dall'Impero Romano[4].

      Nell'Europa occidentale la più antica musica corale scritta è il canto gregoriano, espressione del culto cristiano.


      da wiki

      Ciao Lucia.

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  2. Tommaso d'Aquino O.P. (Roccasecca, 1225[1] – Fossanova, 7 marzo 1274) fu un frate domenicano, del tempo della scolastica e della scuola domenicana, definito Doctor Angelicus dai suoi contemporanei. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica[2] che dal 1567 lo considera anche Dottore della Chiesa.
    Tommaso rappresenta uno dei principali pilastri teologici e filosofici della Chiesa cattolica: egli è anche il punto di raccordo fra la cristianità e la filosofia classica, che ha i suoi fondamenti e maestri in Socrate, Platone e Aristotele, e poi passati attraverso il periodo ellenistico, specialmente in autori come Plotino.

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  3. Paolo (o Saulo) di Tarso, più noto come san Paolo (Tarso, 5-10[2] – Roma, 64-67[3]), è stato l'«apostolo dei Gentili»[4], ovvero il principale (sebbene non il primo[5]) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Secondo i testi biblici, Paolo era un ebreo ellenizzato che godeva della cittadinanza romana. Sebbene a lui coevo, non conobbe direttamente Gesù e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Sempre secondo la narrazione biblica Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce del Signore che gli diceva: "Paolo, Paolo, perché mi perseguiti?"[6]. Reso cieco da quella luce divina, Paolo vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L'episodio, noto come "Conversione di San Paolo", diede l'inizio all'opera di evangelizzazione di Paolo.
    Come gli altri missionari cristiani, rivolse inizialmente la sua predicazione agli Ebrei, ma in seguito si dedicò prevalentemente ai «Gentili». I territori da lui toccati nella predicazione itinerante furono inizialmente l'Arabia (attuale Giordania), quindi soprattutto la Grecia e l'Asia minore (attuale Turchia). Il successo di questa predicazione lo spinse a scontrarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che volevano imporre ai pagani convertiti l'osservanza dell'intera legge religiosa ebraica, in primis la circoncisione. Paolo si oppose fortemente a questa richiesta e, con il suo carattere energico e appassionato, ne uscì vittorioso.
    Fu fatto imprigionare dagli Ebrei a Gerusalemme con l'accusa di turbare l'ordine pubblico. Appellatosi al giudizio dell'imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano –, Paolo fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della persecuzione di Nerone, decapitato probabilmente tra il 64 e il 67.
    L'influenza storica di Paolo nell'elaborazione della teologia cristiana è stata enorme: mentre i vangeli si limitano prevalentemente a narrare parole e opere di Gesù, le lettere paoline definiscono i fondamenti dottrinali del valore salvifico della sua incarnazione, passione, morte e risurrezione – ripresi dai più eminenti pensatori cristiani dei due millenni successivi. Per questo motivo alcuni studiosi contemporanei lo hanno identificato come il vero fondatore del Cristianesimo.

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  4. “Se Agostino vivesse oggi, parlerebbe come allora, perché davvero egli impersona una umanità che crede, che ama Cristo ed il nostro amatissimo Dio” Paolo VI.

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