domenica 28 aprile 2013

L'ateismo dilagante vive della menzogna

Quest'autunno è toccato a Londra, dove i bus sono stati tappezzati dagli slogan: "Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita". La campagna, promossa da associazioni atee, aveva ricevuto offerte per un totale di 113mila dollari, superando di sette volte gli obiettivi prefissati.
Ora lo slogan viene riproposto a Barcellona; dall' Epifania, dei bus riporteranno la scritta 'Probablemente Dios no existe. Deja de preocuparte y goza de la vida' ("Dio probabilmente non esiste, quindi smettila di preoccuparti e goditi la vita", appunto). Gli atei spagnoli stanno raccogliendo fondi per promuovere la loro campagna informativa, che potrebbe anche estendersi a Madrid e altre città. Secondo gli organizzatori, tale campagna serve ad "aumentare la consapevolezza tra i cittadini atei, non credenti e liberi, in generale, circa la necessità di rendersi visibili e fieri delle proprie convinzioni e per consentire loro di rivendicare gli stessi diritti e le libertà che sono riconosciuti agli altri cittadini per il semplice fatto di possedere o di esprimere una fede religiosa".
 
 
 


sabato 27 aprile 2013

La morte del desiderio


 




 
 
Ci candidiamo come alternativa politica e civica al lungo periodo berlusconiano, responsabile di aver lasciato un cumulo di macerie nel Paese e un contesto sociale gravemente deteriorato. I ripetuti scandali hanno sconvolto la coscienza civile del Paese e fatto crescere il distacco dei cittadini dalla politica. Si chiede giustamente un rinnovamento profondo, non di facciata. Non è solo una questione generazionale, ma si rende necessaria una rivoluzione morale e civica che deve penetrare in profondità la politica e i partiti. Questo è il vero rinnovamento che impone la piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione che richiama la disciplina giuridica delle formazioni politiche.
 
 









giovedì 25 aprile 2013

Festa della Liberazione

 
 
 
 
 


 
 

Io parlo del mondo e mi pre-occupo anche di chi non sa come dovrebbe finire la nostra vicenda umana.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati (Vangelo secondo Matteo, 5, 6)

Per "giustizia" s'intende innanzi tutto l’adempimento di ogni dovere verso Dio.



martedì 23 aprile 2013

Piangere non è una debolezza, è una virtù




Quando ero piccolo non mi piacevano le favole solite; mi annoiavo e me ne andavo via, lasciando il narratore, chiunque fosse, con un palmo di naso. Mi piacevano, invece, le favole paurose, quelle che mi spaventavano. I racconti gotici, per intenderci. Una, in particolare, sicuramente inventata, se non ricordo male, raccontava in mille maniere diverse sempre lo stesso accadimento: una bambina povera, moriva, ma poiché era bellissima, diventava una stella. Di solito me la indicavano pure nel cielo, se era possibile farlo. Quando, dopo le mie petulanti insistenze nel sentirlo, il racconto, che pure conoscevo, si avvicinava all’epilogo, mi mettevo a piangere e mi scagliavo, con tutta la mia rabbiosa debolezza contro chi raccontava, dimentico delle mie insistenti richieste, imputandogli la colpa del mio pianto. Ricordo che piangevo con le lacrime copiose.
Quando iniziò l’addestramento, smisi di piangere. E, da allora, non ho pianto più. Mi manca il pianto, i singhiozzi, ma ormai è tardi per i rimpianti. Mi vennero tolti il nome, il cognome, alcuni suoni familiari come mamma, papà, nonna, nonno e, adesso che ci rifletto, pure il pianto.
Da allora, non piansi più.
Che grande debolezza non piangere! Piange Achille, piange Ettore, piange Ulisse.
Fra un poco dovrò andare a consolare i cani, dovrò calmarli, accarezzarli. Li accompagnerò nella loro zona e starò un po’ con loro. Poi, tornerò a casa e loro mi riaccompagneranno come una scorta, silenziosi e vigili. Mi fermerò sui gradini, seduto accenderò una sigaretta, loro si accucceranno. Infine rincaserò, seguito dai loro sguardi che vegliano la casa ed il mio sonno che arriva sempre tardi.
Non so cosa augurarvi, anzi, no: vi auguro di non sentire mai la mancanza del pianto
MARL

















Il sogno esiste, quello che non esiste è il reale

 


 
 
 

Quindi il sogno esiste, quello che non esiste è il reale.
D'altra parte, siamo strutturati, come specie, per comunicare ed i neuroni specchio fanno in modo che i nostri comportamenti si adeguino a quelli degli altri, cioè alle illusioni altrui.
La comunicazione è quindi alla base dell'esistenza.
Esistiamo in quanto comunichiamo le nostre illusioni.


 








 


domenica 21 aprile 2013

Il narcisismo può nascondere l'insicurezza



I narcisisti dovrebbero solamente pensare che un giorno invecchieranno, metteranno su qualche chilo e qualche ruga... e ciò che conta non è apparire, ma essere. Se in tutta la loro vita non hanno fatto altro che autocelebrarsi resteranno con un pugno di sabbia in mano.

 




venerdì 19 aprile 2013

Perché gli ebrei si abbandonarono al boia?






Ieri sera mi sono messo di buzzo buono, davanti alla tv. Deciso, fermamente deciso a vedere il DVD del film "Il Pianista". Deciso a non dormire, volevo vederlo. Macché, dopo un po’ mi sono addormentato. Ma non prima di aver visto alcune scene della mattanza. Mi sono sempre chiesto perché gli ebrei, a cui non poteva non essere chiara la sorte, non avessero organizzato una resistenza armata, non avessero lottato. Mi sono sempre chiesto se, morti per morti, non fosse valsa la pena di battersi, anche a mani nude. Perché si abbandonarono al boia senza colpo ferire, come fossero un agnello sacrificale? La argomentazione meno infondata che ho avuto è stata che la questione fosse così inaudita, talmente obbrobriosa da non essere credibile; un orrore inconcepibile dalla mente umana da non poter essere creduto possibile; una evidenza così terribile da aver paura perfino di osservarla. Insomma, un incubo da non credere ai propri occhi. Come se fosse così "surreale" da non essere registrabile nella realtà. Questa risposta non mi basta né mi convince. Potete aiutarmi a togliermi dalla testa questa domanda senza risposta?
Sino al primo secolo dopo Cristo nella cultura ebraica esistevano due correnti di pensiero ,quella zelota, il cui spirito informatore era la combattività, senza alcuna acquiescenza passiva a soprusi o a violenze ( difatti hanno combattuto a lungo e strenuamente contro i Romani fino a quando nel 73 d.c. non sono stati tutti massacrati nella battaglia di Masada).
Il secondo filone era costituito dal fariseismo ( che non possedeva quell'accezione negativa che poi gli è stata data dai cristiani), cultura basata sostanzialmente sulla passività, contraria per principio allo scontro; di mantenimento dell'identità ebraica che si concretizzava con un totale ripiegamento e chiusura all'interno e con il perseguimento di rapporti il più possibile pacifici verso l'esterno. Che li portava sempre e comunque a cercare una soluzione evitando lo scontro. Questa cultura è quella che avuto il predominio sull'altra e che ha costituito da allora l'essenza dell'identità ebraica. Tanto che si può tranquillamente affermare che l'ebreo della diaspora è qualcuno atavicamente inadatto a combattere. La piccola resistenza che c'è stata nel ghetto di Varsavia è l'unica testimonianza di reazione alla Shoah. Per questo non si sono armati contro il nazismo. La testimonianza della forza di questa cultura è che la più grande resistenza ed opposizione al sionismo è venuta dalla quasi totalità dei rabbini, in quanto principali custodi di questa tradizione.

 




da MARL




giovedì 18 aprile 2013

Un'appartenenza naturale che resta sotto il livello della coscienza


 
 
 
 
Le tappe di trasformazione della coscienza sono simili in tutti gli individui, indipendentemente dal tipo di società, dal periodo storico, dalla cultura e dal grado di sviluppo della coscienza etica, morale e spirituale del gruppo di appartenenza. Le tre età dipinte da Tiziano descrivono le fasi salienti della trasformazione della coscienza individuale: il limbo dell'infanzia, le passioni della giovinezza e l'introversione contemplativa della maturità.
Jung distingue tre forme naturali di sviluppo della coscienza che prende avvio con l'adolescenza: "La prima forma di coscienza, quella del semplice riconoscere, rappresenta una condizione anarchica o caotica. Il secondo stadio, cioè quello del complesso dell'Io, è una fase monarchica o monistica. Il terzo stadio rappresenta un progresso della coscienza e cioè la coscienza della dualità, di uno stato dualistico."
Poi esamina gli stati di coscienza determinate dalle difficoltà, dai problemi, dalle prove e dalle crisi che caratterizzano le fasi della giovinezza e della matirità e provocano sensibilità psichica, turbamenti e conflitti interiori.
"Le nature problematiche sono di frequente nevrotiche, ma sarebbe un grave errore il confondere questo carattere problematico con la nevrosi; tra essi esiste effetivamente una differenza essenziale: Il nevrotico è ammalato in quanto non ha coscienza dei problemi, mentre il problematico soffre dei suoi problemi coscienti senza essere ammalato."


http://premiotiziano2012.jimdo.com/la-coscienza-psicologica/
 

mercoledì 17 aprile 2013

Tutti nasciamo in un quartiere

 




Tutti nasciamo in un quartiere. Ci cresciamo anche.
Nelle sue strade percorse migliaia di volte, nei suoi negozi popolati da personaggi dai tratti singolari che diventano maschere e stereotipi umani, con i quali si scambiano battute e veloci resoconti di vita.
Ci giochiamo nel quartiere e ci facciamo amici e nemici
Attraversiamo, veloci, marciapiedi, salite e discese.
Ci sono i vecchi, nel quartiere: di loro si sente parlare e li si vedono pure. Si fanno visita, si consolano a vicenda, si godono insieme le dolci comodità del pensionamento e delle malattie invalidanti di cui nessuno parla.
Poi ci sono i grandi, gli adulti , i coetanei dei propri genitori, nel quartiere.
Sono sodi nella carne e nello spirito, disciplinano entrate e uscite, dettano la legge e la vìolano quando vogliono, sono forti come gli dei.
Affliggono e consolano, comminano pene e perdonano.
Lo lasciamo il quartiere, spesso.
Per un'altra casa, più bella, più grande, più propria.
A volte si torna per curiosare
I negozianti sono rimasti, almeno molti di essi. Ti chiamano con gli occhi appena attraversi la strada e tradirli, magari per il centro commerciale appena fuori città, diventa un peccato mortale.
Essere salutato e salutare ogni tre metri, ad ogni uscita, è rassicurante nei giorni in cui il mondo appare un deserto pieno solo del mio malessere.
E' inquietante quando l'identità personale diventa un peso da scrollarsi di dosso.
I vecchi sono morti.
Capita di pensare ad essi come a personaggi di una favola, non sono mai realmente esistiti.
I grandi ci sono , li incontri , li saluti, abbassi gli occhi di fronte alla loro distanza dal tuo ricordo, sono più smunti, hanno le guance incavate, i loro occhi splendenti hanno perso un po' di luce. Ma conservano nei modi quella forza trascinante che ti faceva sentire minore, a quel tempo. Quasi ti giustifichi per quel che sei diventato.
Si chiude una finestra, si vede un cartello di "Vendesi", si percorre un marciapiede senza incontrare nessuno, si va dal fruttivendolo e il dottore, il professore, la signora Tina non ci sono mai.
Il quartiere si ristruttura. Impalcature grandi coprono balconi e finestre. Tinte pastello colorano i ricordi.
Al conto mi sono mancate due coppie di coniugi, morti l'uno a distanza dell'altro in un mese.
Una coppia la conoscevo, nel quartiere dell'infanzia.
Lui, panciuto medico di base, aveva il volto e il corpo immersi nella bontà e nell'arrendevolezza.
Lei, bella donna ai suoi tempi, sempre tirata a lucido e imbellettata, aveva i modi decisi della donna che rendeva il marito uno straccio utile solo a soddisfare i suoi capricci.
Hanno faticato in vecchiaia, per morire. Me l'hanno detto, soffermandosi su particolari crudi e strazianti.
Lui non ha potuto resistere, per quanto rimbambito, alla sua assenza e l'ha seguita presto.
Non ne potevo dubitare: quando erano forti entrambi, lei era sempre più tosta di lui. 




 











martedì 16 aprile 2013

lunedì 15 aprile 2013

Alla ricerca della realtà


 
 
 
 
Due evangelisti, Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, hanno scritto servendosi della propria personale memoria.
Gli altri due, Marco discepolo di Pietro, e Luca, discepolo di Paolo, attingendo ai ricordi e alle testimonianze. Ognuno racconta le parole di Cristo in base alla propria sensibilità. Le discordanze posso essere casuali, come i ladroni, cioè momenti diversi dello stesso fatto o dimenticanze. Tu sai benissimo che le parole di Gesù non venivano scritte perché sulle tavolette era scomodo, mentre i fogli di papiro erano costosissimi. In entrambi i casi scrivere era un procedimento estremamente laborioso, che non poteva essere usato nella vita quotidiana e nel rapporto maestro-discepoli.
 
 

sabato 13 aprile 2013

Secondo Pascal non si può scegliere di credere ciò che non si vede

 




Secondo Pascal non si può scegliere di credere ciò che non si vede con una atto di volontà ed in realtà si crede di vivere "come se Dio esistesse".
All'origine di tale scelta si indica la paura delle morte e la soggezione della natura più che un bisogno di assoluto o la felicità derivata dal contemplare Dio svalutando la vita terrena possibile solo per i mistici "visitati da Dio".
"E se la paura stringe i mortali è perché vedono in terra e nel cielo accadere fenomeni senza poterne scoprire le cause; e pensano quindi che a produrli intervenga una forza divina" ( Lucrezio, De rerum natura ).
Secondo Platone non è la morte a essere una male bensì il timore della morte e tutta la filosofia non sarebbe altro che il prepararvisi.
Del timore della morte sono prova le estreme conversioni di noti personaggi anticlericali ma è pur vero che persone religiosissime hanno manifestato un incontrollato terrore negli ultimi istanti.
L'immortalità dell'anima consente di eludere l'angoscia della morte dei cari e nostra, ma ciò richiede certi percorsi di pensiero.
Personalmente ho notato che un astratto e futuro senso della vita non posto e cercato nella quotidianità non sempre aiuta a risolvere le sofferenze spesso espresse sotto forma di un'inconscia aggressività.
Si è notato che l'analogia confessionale - lettino psicoanalitico è impropria perché il primo induce ad una coazione a ripetere certi comportamenti e non alla loro rielaborazione.
Una moda ancora in auge orienta più verso l'irrazionale che verso lo spirituale: occultismi, terapie alternative, nirvanici stati d'incoscienza, ecc. di dubbia efficacia come aiuto psicologico.
Le idee laiche che antepongono il riconoscimento dell'altro e rispettabili valori morali contrapposti al narcisismo originario sono un'alternativa altrettanto degna anche perché non è detto che alti ideali religiosi siano sempre accompagnati da un autentico riconoscimento dell'altro e dei suoi bisogni. La religione non interroga ma fornisce soluzioni definitive









 

mercoledì 10 aprile 2013

Il rischio di voler capire il senso del dolore



 
 


Mi è tornato in mente il terremoto del Friuli, e la reazione di mia nonna, che lo attribuì alla facilità dei friulani alla bestemmia. Lei comunque cambiò rapidamente idea quando i miei genitori le fecero osservare che credere in un Dio così stronzo non Gli faceva onore. Il mio insegnante di religione (oggi parroco) commentò che in certi casi una bestemmia "ci vuole", è anche quella una forma di preghiera, un chiedere a Dio conto. Il bellissimo libro di Giobbe vede proprio o scontro tra Giobbe, che chiede conto a Dio delle ingiustizie che patisce, e i De Mattei del tempo, che vogliono convincerlo che le sue sofferenze hanno un senso. Dio dà ragione a Giobbe.

Qualche settimana fa discutevo con mia sorella di alcune disgrazie capitate a persone care. Sofferenze assurde, inutili, in cui non è in nessun modo possibile trovare una "giustizia divina". Lei preferisce credere che siano dovuta ad una natura, che è quella che è e spesso non funziona. Io preferisco credere, nonostante tutto, ad un Dio, che non è così onnipotente come vorremmo. Un Dio che fa quel che può, che, come racconta Moni Ovadia, dopo la creazione guarda l'Universo con aria perplessa e borbotta "Speriamo che tenga". Un Dio che quando decide di venire a farci visita non pretende sconti, si becca come tutti sofferenze e morte.

venerdì 5 aprile 2013

Solo l'avvenimento cambia la nostra vita




Quello che c’è di più imprevisto è sempre l'avvenimento.


Un avvenimento cioè qualcosa che improvvisamente


si introduce: non prevedibile, non previsto, non conseguenza di


fattori antecedenti.


Un avvenimento è qualcosa di puramente e ultimamente


casuale per la nostra ragione, per le nostre capacità.


Anzi, per la nostra capacità di presa, un avvenimento è tale


proprio in quanto è inafferrabile, ha qualcosa che sfugge.


Un avvenimento ha il potere di chiarirmi a me stesso.


E' perciò qualcosa che penetra nell'orizzonte e


nell'atmosfera della mia esistenza come un meteorite


strano, estraneo, senza che io lo possa prevedere


e quindi, ultimamente, capire, poiché l'imprevedibile


non è nemmeno comprensibile.


Come un fiammifero che si accende, la luce


sulla verità di noi stessi.
 
 

 
 
 
















mercoledì 3 aprile 2013

Il rischio dell'oggettività astratta




Kierkegaard prende atto che la filosofia moderna parla del Dio in noi, del Dio in me. Così, i teologi ed esegeti parlano oggi volentieri del Dio in noi, traducendo il Vangelo esclusivamente in questi termini. Perché “Dio in noi”, “Dio in me”, può significare l’esaltazione del soggetto, l’affermazione dell’io. Ma poiché socialmente l’io è inconsistente, debole, la riduzione della presenza di Dio, alla interiorità dell’io coincide, più realisticamente, con la celebrazione dell’affermazione del potere. L’assoluto, dice ancora Kierkegaard, non è puramente dileguato ma è diventato per gli uomini una ridicolaggine, una esagerazione comica, qualcosa di donchisciottesco di cui ridirebbe se lo si riuscisse a vedere, ma non lo riesce a vedere perché è sparito dalla vita. L’Assoluto e la ragione si rapportano tra loro in senso inverso: dove c’è l’uno non c’è l’altro. Quando la ragione ha penetrato completamente tutto e tutti, allora l’in-sé-e-per-sé è completamente sparito. A questo punto invece di fede, sapere per ragioni. Invece di fiducia, garanzie. Invece di rischio, probabilità, calcolo prudente. Invece di azione, semplici cose che avvengono. Invece di Singolo, una combriccola. Invece di personalità, una oggettività impersonale







martedì 2 aprile 2013

L’ideologia è l’esatto contrario della fede religiosa.

 


L’ideologia introduce una visuale totale del mondo, in cui si pensa che con la ragione si possa spiegare tutto. Pensando di cambiare tutto con la potenza della ragione, la cosiddetta "visione totale" costringe la realtà e dio a inchinarsi alla "ragione" dell’uomo.
Sono le tesi di Horkheimer e Adorno sviluppate nella Dialettica dell’illuminismo.
L’ideologia è l’esatto contrario della fede religiosa.
Se manca la grazia, ad un solo scopo è presente la ragione della legge, a rendere colpevoli e ad uccidere.
Perciò l'uomo di oggi è inquieto sotto ogni punto di vista, eccetto quando non pensa, perseguitato dalla violenza e dall'ombra della paura. Secondo Horkheimer e Adorno, l'illuminismo proclamò l'autodeterminazione razionale dell’uomo, ma finì con l'imporre al mondo una razionalità scientifica in grado di vanificare, se non di impedire, la stessa libertà che rivendicava al soggetto.
Questa ragione scientifica, basata sull'oggettivazione della realtà, si proponeva di dominare tutto il mondo della natura, allo scopo di un suo sfruttamento strumentale.
Con lo sviluppo della tecnologia, anche l'uomo, la vita umana stessa, sono diventati oggetto di analisi a scopo di dominio e manipolazione.
Di fatto, il progetto illuminista si è risolto nel suo opposto.
Tra la ragione come facoltà della scienza e la ragione come facoltà della libertà si è così sviluppato un conflitto, con la vittoria della razionalità tecnocratica.