domenica 16 giugno 2013

Per letteratura, io intendo sempre una grande luce di parole

Ora può darsi che le mie idee sul mondo, e sulla poesia ch'è il suo seme, siano poche e sguarnite, ma vedrò di esporle ugualmente e dire perché questi ritmi di Paola Masino mi sembrano poetici, e quindi più vivi di lei stessa che li ha formati e di chi per caso ne parli. E cosa intendo per poetico.
Nel mondo c'è la ragione, e tutti lo sappiamo perché, bene o male, la società è un'organizzazione della ragione. La ragione è organizzazione a sua volta delle facoltà umane, e superamento degli istinti sottoposti a quelle facoltà, affinché l'uomo possa continuare a chiamarsi uomo, cioè scelta, direzione, selezione. Però, questa gran ragione o ragionevolezza, essendo anche compressione e chiusura, è soggetta a delle lacerazioni, a delle dimenticanze di sé così profonde e repentine, che talora sembra entrare in agonia. Quando questo accade nel tessuto civile, la società conosce anarchie e agonie, che altro non sono se non la visione di una possibilità più alta, che non si vede disgraziatamente come raggiungere, commiste come sono tali istanze a infinite pressioni minime, contrarie e perfino armate contro tale possibilità.
Quando invece questo avvenimento si verifica nel luogo proprio della ragione, la letteratura, o insieme di edifici espressivi, città dell’eterno farsi e svanire storico, si ha, suppongo, la poesia: che è, anche qui, improvvisa dimenticanza e laceramento della ragione, e visione, entro la ragione, di una possibilità più alta: l’antico istinto o un istinto futuro. La vita, poi, e la ragione stessa, tra queste cadute della ragione si rinnovano, e da quelle strutture solo momentaneamente cadute, vedi sorgerne delle altre, più pure, più nuove; e sono le medesime, solo trasformate da questa nuova visione. Questa dimenticanza della ragione chiameremo purezza assoluta, e si chiama infatti poesia.
Ma ecco che questa ardente apparizione, nella società, può accadere anche come imitazione o camuffamento; mentre nella vera dimenticanza della ragione, la ragione, come nel sonno, scompare, e si fa luogo la conoscenza del vero, col suo dolore così intollerabile da chiedere, a esprimersi, un ritmo che lo consoli. E’ proprio questo ritmo, spesso così giusto, così ormai incancellabile, dice che il dolore della scoperta (del vero) fu reale, fu grande, tanto che occorse un aiuto; mentre da somiglianti cadute della ragione, nella società, proprio l’assenza di ritmo, di purezza, di canto, avvertono che la caduta fu consolata dalla pratica, da valori pratici, e quindi non vi fu vera lacerazione, vera caduta, e queste sono ancora delegate e consumate dalla mente del singolo. E per questa capacità del singolo di accogliere e sopportare il dolore (della verità) sospeso nel mondo, può accadere perfino che il mondo ne faccia, di questo dolore, continuamente a meno, delegandolo eternamente, a sostenerlo, il singolo. Come in realtà si verifica: e dal singolo, solo dal singolo, o uomo dell’assoluto, cioè della poesia, partono così le istanze per i rinnovamenti e mutamenti; che poi la comunità prende come sue, volgarizzandole; finché nuovi spaventi, nella società, eleggono ancora, ad esprimerli l’uomo poeta, che infatti li esprime, e come uomo ne è ucciso.
Questo mi pare dunque il fare poesia: morire sotto una verità, grande o minima, ma verità sempre, che la comunità non può accogliere, perché la sua sede è il singolo, ma può, di volta in volta, consumare o suggerire. La Letteratura nasce da questo; e così, senza letteratura, non vi sono neppure accadimenti storici, cioè un farsi e rifarsi umano. Vedi le grandi letterature del passato tutte annunciare, nel loro calore, il farsi di un popolo o, nel loro gelo, indicarne la morte. Ed anche oggi, dove sorge una letteratura, ove odi voci nuove, là sta un popolo; e dove queste voci si spengono, là un popolo ha finito d’essere storia. Per letteratura, io intendo sempre una grande luce di parole (che iniziano o finiscono) intorno al fuoco bianco e taciturno di uno spirito, ch’è il genio di quel popolo morto o nascente che sia. E quando la luce cresce, significa che quel popolo sta formandosi, quando diminuisce, ed è gelo, che quel popolo è esaurito. La poesia colta, che poi diviene mera cultura, o museo di simboli, ci avverte sempre di una perdita simile. Ma a volte in tale ghiaccio serpeggia ancora una linea di fuoco. Quella poesia colta, freddissima, ha un che di vivo, è il vivente che sopravvive. Te ne accorgi dalla dolcezza, come tu fossi ancora vivo, che muove in te (vivo come comunità).
 
 


14 commenti:

  1. La modella (particolare), un dipinto del 1963 di Raffaello Locatelli (Foto by Archivio2)

    RispondiElimina
  2. Sono d'accordo con te sulla poesia, o sul fare poesia. E' una cosa del singolo.
    Ma spesso vi sono chiavi perché la comunità capisca.

    La letteratura ha forse già la chiave dentro sé.

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Montale e i sambuchi. Nell'amabile libretto "Montale e la Volpe" in cui Maria Luisa Spaziani ricorda episodi del suo lungo sodalizio con Montale, c'è un episodio che bisognerebbe far studiare nelle scuole. Dunque, Spaziani e Montale passano vicino a una fila di sambuchi, fiore che Spaziani aveva sempre amato perché "a guardarlo con attenzione vi si può scorgere uno stellato notturno, con piccolissimi bocci a raggiera, un incanto". E forse per questo, dice, fra le poesie di Montale che da sempre sapeva a memoria, privilegiava un endecasillabo di straordinario accento: "Alte tremano guglie di sambuchi".




      Montale, vedendo Spaziani in estasi davanti ai sambuchi, dice "che bel fiore" e poi domanda cosa sia, strappando all'amica "un urlo da belva ferita". Ma come, il poeta aveva fatto del sambuco una splendida immagine poetica eppure non era in grado di riconoscere un sambuco in natura? Ma Montale si era giustificato dicendo: "Sai, la poesia si fa con le parole". Trovo l'episodio fondamentale per capire la differenza tra la poesia e la prosa.




      La prosa parla di cose, e se un narratore introduce un sambuco nella sua vicenda deve sapere cosa sia e descriverlo come si deve, altrimenti poteva fare a meno di evocarlo. Nella prosa "rem tene, verba sequentur", possiedi bene quello di cui vuoi parlare e poi troverai le parole adatte. Manzoni non avrebbe potuto aprire il suo romanzo con quello splendido incipit (che è poi un novenario) seguito da una cantabile descrizione paesaggistica, se non avesse prima guardato a lungo e le due catene non interrotte di monti, e il promontorio a destra e l'ampia costiera dall'altra parte, e il ponte che congiunge le due rive, per non dire del Resegone. In poesia accade invece tutto l'opposto, prima t'innamori delle parole, e il resto verrà da sé, "verba tene, res sequentur".




      Dunque Montale non avrà mai visto le minuscole biche, le alghe asterie, l'erbaspada, la siepe cimata dei pitosfori, la piuma che s'invischia, gli embrici distrutti, la cavolaia folle, il coro delle coturnici, la furlana e il rigodone, la rèdola nel fosso? Chissà, ma tale è il valore delle parole nella poesia, dove il rivo strozzato gorgoglia solo perché deve rimare con l'accartocciarsi della foglia, altrimenti avrebbe potuto - che so - gloglottare, borbottare, rantolare, ansimare o boccheggiare, mentre una pura necessità aurale ha voluto che il rivo mirabilmente gorgogliasse e "per sempre - con le cose che chiudono in un giro - sicuro come il giorno, e la memoria - in sé le cresce".

      [ Tratto da l'Espresso ]

      Elimina
    2. bell'articolo! :)

      Moz-

      Elimina
  3. Io mi chiedo PER CHE' il mondo è governato da chi conosce la letteratura, la storia e le scienze UMANE e nonostante questa conoscenza il mondo va a rotoli?
    Forse chi non sa potrebbe farlo andare peggio?
    Ho cominciato a odiare la gente colta.
    COLTA per cosa ... se è sempre qui come una graminacee?
    Mi sento come un frutto troppo maturo e per questo lasciato ai vermi.
    Speriamo per salvare gli altir frutti ancora un po' acerbi.
    Non ho letto tutto il postO.
    Sai io mi lascio traportare dal VENTO.
    SONO niente SENZA di LUI che mi indirizza dove leggere per POI DETTARLO.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io penso il contrario. E' chi non sa che governa.

      Elimina
    2. Questo è un tuo LIMITE, sia nel mondo terreno che purTROPPO in quello CELESTE.

      Elimina
  4. Anche se Calvino che ha una capacità di scrittura e che spesso
    sembra quasi compiacersi della propria intelligenza,
    fa capire che scrivere non è un atto che basta
    a se stesso, ma ha bisogno del rapporto con l'altro.
    La letteratura ci commuove perché ci richiama
    il bisogno della verità, ma non ci fornisce la verità,
    perché essa è fuori, dove la vita accade.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Condivido questo tuo commento...dove la vita accade.
      Ciao August, buonanotte!
      Dani

      Elimina
    2. La realtà.
      Ciao Gioia.

      Elimina
    3. A.C. ... CADE!
      E anche D.C.

      Elimina
  5. Che bellissimo passo, Gus. Grazie per averlo condiviso.

    In poesia prima t'innamori delle parole, e il resto verrà da sé, "verba tene, res sequentur".

    Non potevi spiegarlo meglio. Lo penso anche io.

    ciao!

    RispondiElimina