mercoledì 10 aprile 2013

Il rischio di voler capire il senso del dolore



 
 


Mi è tornato in mente il terremoto del Friuli, e la reazione di mia nonna, che lo attribuì alla facilità dei friulani alla bestemmia. Lei comunque cambiò rapidamente idea quando i miei genitori le fecero osservare che credere in un Dio così stronzo non Gli faceva onore. Il mio insegnante di religione (oggi parroco) commentò che in certi casi una bestemmia "ci vuole", è anche quella una forma di preghiera, un chiedere a Dio conto. Il bellissimo libro di Giobbe vede proprio o scontro tra Giobbe, che chiede conto a Dio delle ingiustizie che patisce, e i De Mattei del tempo, che vogliono convincerlo che le sue sofferenze hanno un senso. Dio dà ragione a Giobbe.

Qualche settimana fa discutevo con mia sorella di alcune disgrazie capitate a persone care. Sofferenze assurde, inutili, in cui non è in nessun modo possibile trovare una "giustizia divina". Lei preferisce credere che siano dovuta ad una natura, che è quella che è e spesso non funziona. Io preferisco credere, nonostante tutto, ad un Dio, che non è così onnipotente come vorremmo. Un Dio che fa quel che può, che, come racconta Moni Ovadia, dopo la creazione guarda l'Universo con aria perplessa e borbotta "Speriamo che tenga". Un Dio che quando decide di venire a farci visita non pretende sconti, si becca come tutti sofferenze e morte.

27 commenti:

  1. http://www.laveritachelibera.com/Libri/Giobbe.htm

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  2. Mi è tornato in mente il terremoto del Friuli, e la reazione di mia nonna, che lo attribuì alla facilità dei friulani alla bestemmia. Lei comunque cambiò rapidamente idea quando i miei genitori le fecero osservare che credere in un Dio così stronzo non Gli faceva onore. Il mio insegnante di religione (oggi parroco) commentò che in certi casi una bestemmia "ci vuole", è anche quella una forma di preghiera, un chiedere a Dio conto. Il bellissimo libro di Giobbe vede proprio o scontro tra Giobbe, che chiede conto a Dio delle ingiustizie che patisce, e i De Mattei del tempo, che vogliono convincerlo che le sue sofferenze hanno un senso. Dio dà ragione a Giobbe.

    Qualche settimana fa discutevo con mia sorella di alcune disgrazie capitate a persone care. Sofferenze assurde, inutili, in cui non è in nessun modo possibile trovare una "giustizia divina". Lei preferisce credere che siano dovuta ad una natura, che è quella che è e spesso non funziona. Io preferisco credere, nonostante tutto, ad un Dio, che non è così onnipotente come vorremmo. Un Dio che fa quel che può, che, come racconta Moni Ovadia, dopo la creazione guarda l'Universo con aria perplessa e borbotta "Speriamo che tenga". Un Dio che quando decide di venire a farci visita non pretende sconti, si becca come tutti sofferenze e morte.


    De Mattei

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    1. Roberto De Mattei?
      Ma cosa di questo è di De Mattei?
      Io preferisco credere in un Dio che non lascia nulla al caso.
      E il cui Mistero non toglie alla giustizia.

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    2. Cara Singer, se scrivi tu può anche farlo lo storico.
      Ha spiegato Giobbe. Lo vuoi fare anche tu?

      :)

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    3. Ma non ho mica detto che De Mattei non può scrivere.
      Non ho capito cosa d ciò che tu hai postato è stato scritto da De Mattei.
      Ha spiegato Giobbe...ok.
      L'ha spiegato secondo lui.

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    4. No no, comunque non voglio spiegare Giobbe.
      Non ora almeno...troppo complicato.
      Lo lascio fare ad altri.

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    5. Giobbe. Romanzo di un uomo semplice.

      Traduzione di Laura Terreni, pp. 156, sta in Opere, vol. II, Bompiani, Milano, 1987.


      La leggendaria figura di Giobbe, tra le più conosciute e citate dell’antica letteratura ebraica, viene riproposta in versione “umana”, realistica ed attuale, da Roth in un breve, bellissimo romanzo, Giobbe appunto, del 1930, Romanzo di un uomo semplice.
      Il Giobbe leggendario era tutt’altro che un uomo semplice: era un uomo potente, ricco, dotato, fortunato, colto, intelligente. All’improvviso il suo dio, nel quale credeva devotamente e le leggi del quale rispettava alla lettera, inizia ad infierire brutalmente contro di lui, mandandogli ogni sorta d’immeritate sventure e disgrazie.
      Giobbe sopporta stoicamente ogni cosa perché la sua religiosità, profonda, totale, assoluta, glie lo impone. E poi, all’ennesima prova, si ribella e chiede conto alla divinità del perché di tanta incomprensibile ferocia. Nella mentalità ebraica c’è una sorta di parità contrattuale fra l’uomo e Dio: un “do ut des” istituzionalizzato che non permette nemmeno alla divinità, pur nella sua onnipotenza, di venir meno ai patti. Nella leggenda di Giobbe la divinità tradisce il patto e Giobbe, quando infine ne è certo, glie ne chiede conto. Il Giobbe ebraico può trattare con il suo dio da pari a pari, perché è un uomo superiore ed è consapevole della propria superiorità, della propria innocenza, dei propri diritti.
      Il nostro Giobbe, invece, nel romanzo di Roth, è un uomo d’infimo livello, umile, povero, modesto, sfortunato, miserabile, consapevole della propria nullità. Un disperato ed un emarginato, l’opposto esatto del Giobbe leggendario. Perciò ci commuove e ci appassiona, ben più del Giobbe biblico, figura troppo lontana da noi e dal nostro sentire.

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    6. E' molto più semplice di quanto tu possa credere. Giobbe non è mai esistito.
      Gesù si?
      PROVIAMO SU DI TE?

      Così, solo perché a DUE DEI serve qualCOSA o qualcUNO su chi poter USARLO come CAMPO di BATTAGLIA.

      Giacobbe ... SI! Lui è esistito, anzi ha VINTO, ma DIO gliel'ha fatta pagare fino all'ultimo SPICCIOLO.

      L'importante è riuscire a PATTEGGIARE.

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  3. Il progetto reale del Signore della vita, il progetto del Mistero che Cristo ha rivelato in sé, è che la sofferenza è in funzione di qualcosa di più grande, di una perfezione che si chiama gloria futura, e non è perdita di nulla: la morte è per la resurrezione.

    Ma la gloria futura che si rivelerà non è altro che la realtà, oggetto della nostra esperienza, nella sua verità senza ombre e contraddizioni. Come dice san Paolo, "la creazione stessa attende" che avvenga il compimento cui aspira.

    Ogni giornata è piena, ma sullo sfondo sempre più forte e imponente emerge l'attesa.

    Il nucleo profondo dell'io si identifica con l'attesa del compimento , poiché il nostro corpo, la nostra persona, la creazione stessa è sottomessa alla caducità, per un progetto misterioso, per il progetto del Signore della vita.

    In questa caducità ha un posto preminente il nostro peccato, il nostro errore e l'umiliazione dolorosa che ne deriva.

    Da qui scoppia il desiderio di essere liberati dalla corruzione.

    La corruzione con cui trattiamo le persone, le cose, noi stessi.

    Desiderare di essere liberati significa desiderare di entrare nella libertà come adesione

    all'Essere, affiché il gesto, l'azione, il rapporto con sé e col reale sia finalmente vero

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    1. Per far esplodere QUESTO in NOI è necessario che veniamo IMPRIGIONATI, BASTONATI, UMILIATI. In poche parole siamo troppo succubi del nostro corpo. Eppure senza questo CORPO saremo semplici ANGELI o complicati DEMONI.

      L'INCARNAZIONE!
      Che grande MISTERO SVELATO ... fin da quando il PRIMO UOMO e la PRIMA DONNA FINIRONO per ESSERE riVESTITI di PELLE.

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  4. La letteratura cristiana ha creato indimenticabili personaggi

    che incarnano con credibilità il mistero della beatitudine

    nella sofferenza.

    Così Mitia, nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij,

    accetta una sofferenza ingiusta: "Sì, noi, i forzati, saremo

    uomini sotteranei, privati della libertà, tenuti a catena, ma

    nel nostro lolore risusciteremo alla gioia, senza la quale

    un uomo non può vivere, né Dio esistere perché è Lui

    che dona la gioia.

    Così Violaine, nell 'Annuncio di Maria di Paul Claudel,

    creata per essere felice e non per il male e non per

    la pena, divenuta lebbrosa, per indicibile carità, confessa:

    " Io l'ho pur conosciuta la gioia, or sono otto anni

    e il mio cuore ne era rapito, tanto che domandai a

    Dio che essa durasse e non cessasse mai, e Dio mi

    ha esaudita".

    Così Chantal, ne La Gioia di Bernanos, dopo aver dato

    a Don Chevance la sua gioia di fanciulla, ne riceve

    un'altra dalle vecchie mani legate alla morte e

    penetra così, osservando l'amara agonia del

    sacerdote morente, nel mistero di quella gioia crocifissa
    che attende anche lei.

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    1. VERO! Meglio essere STORPI, cechi nel corpo CHE NELLO SPIRITO. BEATI i POVERI di qualsiasi COSA NELLO SPIRITO che DELLO SPIRITO STESSO che ti fa riSORGERE e anche riNASCERE.

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  5. Solo chi ha provato il dolore può capire chi vive dolore! Un abbraccio.

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  6. E' vero. Per entrare nel cuore di una realtà bisogna viverla.
    Ciao Simona.

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    1. Il VAngelo se non lo si vive non si potrà mai COMPRENDERLO. Non dico la PASSIONE del CRISTO ma di CHI gli ERA ACCANTO, dall'INIZIO FINO alla fine.

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  7. L'accettazione del dolore senza dovergli dare per forza un senso credo sia una delle cose più difficile che ci sia, umanamente parlando. Io è una vita che provo a lavorarci su, supportata anche dalla Fede, ma confesso che ancora non riesco ad accettare e basta. Mi capita di rimuginarci su e come tu dici al dolore in sè per sè si aggiunge il dolore del pensiero del dolore.
    Però non demordo. Un passetto avanti l'ho fatto da un pò di tempo a questa parte, sono maturata anche per le esperienze dolorose che mi hanno segnata nel giro di pochi anni (la morte di entrambi i miei genitori, la perdita di un bimbo al secondo mese di gravidanza, il disturbo da cui è affetta la mia prima figlia...) e spero di continuare a lavorare su me stessa pian piano.

    Buon pomeriggio, Gus, e grazie per questa riflessione importante che hai condiviso.

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    1. Maris, l'unico senso che possiamo dare al dolore è la Croce.
      “Chi mi vuol seguire, prenda la sua croce”.
      E' Gesù che lavora su di te per darti la forza di seguirlo.
      Ciao.

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    2. Credo di si.
      In effetti sono cresciuta a stretto contatto con il Movimento dei Focolari di cui mia madre ha fatto parte per tantissimi anni e mi è rimasto impresso il fatto che "abbracciare" Gesù Abbandonato (quindi Gesù in croce che soffre e grida "Dio mio Dio mio perchè mi hai abbandonato?") è il modo costruttivo di vivere il dolore, accettandolo, e questo porta frutto.

      Mettere in pratica questa cosa non è sempre facile, ma mi riprometto di provarci.
      Ciao!

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    3. Maris, la Croce è una prerogativa dei credenti. Anche i non credenti possono avere una sofferenza, ma per loro è solo una sciagura perché non riescono a capirne il significato e rifiutano la Croce.
      Portare la Croce sulle spalle è vivere imitando Gesù. I grandi santi, come Francesco, imploravano al Signore la grazia di avere le stimmate.
      Lo so che la Croce può pesare. Anche Gesù nell'Orto degli ulivi ha vacillato. Un abbraccio forte.

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    4. C'è chi si lamenta per un piccolo dolore ma se ha provato DOLORI più grandi ... rende grazie per quel piccolo fastiDIO che potrebbe anche essere il SENTIRE il DOLORE negli altri.

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  8. Proprio per (non) capire il senso del dolore... l'Uomo crea le religioni :)

    Moz-

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    1. Miki, è una tua interpretazione, oppure una fatto scientificamente provato. Mi riferisco all'uomo che crea le religioni.
      :)
      Ciao.

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    2. C'è CHI sostiene che i DOLORI persistono SEMPRE ma che dimentichiamo in quanto ci abiTUiAMO.
      Chissà se esiste l'anestesia per chi soffre SPIRITUALMENTE. Ma non voglio SUPERARE i LIMITE DEI NOVISSIMI.

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  9. Hai ragione Gus. Chiedere il senso del dolore è tempo perso. Vivere il dolore è tempo di eternità.
    Ciao

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    1. Una risposta esemplare.
      Grazie, Antonietta.

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    2. L'INIZIO E-TERNO. Sta a voi capire il DOLORE SINGOLARE della PRIMA PERSONA che iniziò dalla TERZA!

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  10. Cercare di dare un senso al dolore è esso stesso dolore.
    Sono tristemente d'accordo.
    Solo nella piena accettazione di esso, il dolore può sublimarsi.

    Ciao Gus, grazie per questa riflessione.

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